Le braccia disperate / vidi levar nel buio / delle croci più alte / delle più acute antenne / e un’aquila feroce / fra la grave penombra / della più eccelsa croce / larghe, spiegò le penne (Velia Titta, "Fantasmi notturni", in "Primi Canti", 1906)

La vicenda di Velia è nettamente segnata dal rapporto con l’uomo della sua vita, Giacomo Matteotti, e dall’impegno a tutelarne la memoria nonostante il fascismo imperante, che l’ha temuta e controllata per tutta la sua breve vita. Chi era veramente Velia Titta Matteotti emerge soprattutto dalle lettere scambiate con Giacomo fino alla morte di lui. L’epistolario è ricchissimo, intimo, ricco di venature erotiche e sensuali. Nelle loro parole si rivela l’intesa sentimentale, intellettuale, politica che li ha uniti con straordinaria intensità. Profondamente diversi per educazione e personalità – lei sinceramente religiosa, lui laico ma ardente di fede nel socialismo – Giacomo e Velia affidano alle lettere tenerezze, confidenze, racconti di vita quotidiana, ansie, desideri, riflessioni. Dalle parole stesse di Velia emerge in tutta la sua consistenza e valore la sua personalità, quella di una donna che in gioventù aveva avviato un’attività letteraria e poetica, rimasta interrotta.

Velia nasce a Roma nel 1890. Il padre, di tendenze anarchiche, artigiano del ferro battuto, presto abbandona la famiglia per un’altra donna; la madre muore quattro anni dopo. Di Velia quattordicenne si occupa il fratello Ruffo, baritono di successo, con lo pseudonimo di Titta Ruffo. Velia studia in scuole e collegi religiosi e consegue la licenza alla Scuola Normale femminile di Pisa. Nel 1912, durante una vacanza sull’Abetone, conosce Giacomo Matteotti, con il quale inizia una relazione documentata in più di 650 lettere che si scambiano costantemente, anche più di una volta al giorno, soprannominandosi affettuosamente Giaki e Chini. Il rapporto epistolare sopperisce alla lontananza che devono subire anche dopo il matrimonio, avvenuto nel 1916, a causa della grande guerra. Giacomo, decisamente contrario all’intervento, viene considerato inaffidabile e collocato lontano dal fronte, a Messina, dove lo raggiunge Velia, per essergli più vicina. In Sicilia nasce il primo figlio Giancarlo, soprannominato “Strombolicchio”.
Bisogna riconoscere a Velia uno straordinario coraggio e una limpida coerenza nell’accettare la vita scelta del compagno, che si dedica pienamente all’impegno politico, assumendosene tutti i rischi e le conseguenze, ben sapendo che si sarebbero ripercosse anche sui suoi cari. Ne sono testimonianza le lettere, in cui si va definendo la scelta del matrimonio civile, cui giunge avendo capito la profonda incertezza di Giacomo: “Niente cambierà nella tua vita, saremo felici lo stesso e tu non distruggerai ciò che fa parte viva della tua persona. (…) Sarò religiosa lo stesso, ci vorremo bene lo stesso, vivendo uniti in qualsiasi lotta” (7 gennaio 1916).

Velia segue sempre con attenzione, pur se a distanza, l’attività politica del marito, i discorsi in cui non esita a denunciare la natura violenta dello squadrismo fascista: “Spero di vederti presto; (…) più difficile mi è persuadermi che arrivato a questo punto non ti è ammessa nessuna viltà, anche se questo dovesse costarti la vita…” (25 gennaio 1921).

Nell’estate del 1921 i due coniugi sono a Varazze e si ritrovano insieme in una casa “dove per la prima volta da che siamo insieme, si potrebbe vivere conforme ai nostri desideri”. Giacomo a Roma non riesce a trovare un appartamento e Velia sente il peso dell’isolamento: “I bimbi affaticano assai e non lasciano libero un minuto della giornata; riconosco più che mai il grande privilegio di nascere uomini” (15 ottobre 1921). Continua è la tensione con cui condivide le ansie e le aspirazioni di Giaki, nella consapevolezza che la loro storia personale abbia una dimensione collettiva e politica: “mi rimane il dolore immenso di dover vedere come possano essere nemici tra loro uomini nati ne la stessa terra” (10 luglio 1923).

Nel novembre del 1922 a Roma finalmente affittano una casa in via Pisanelli 40, a poca distanza dal Lungotevere Arnaldo da Brescia, dove oggi sorge il memoriale sul luogo del tragico rapimento di Matteotti. Anche in questo periodo vivono diversi periodi di lontananza, in cui Velia è a Fratta Polesine con i figli e la suocera. Struggente è la lettera in cui Velia sconsiglia a Giacomo di scegliere un tessuto marrone, un colore da vecchio, per un abito nuovo, che indosserà il giorno dell’assassinio: “Ho un desiderio grande di rivederti giovane come ne li anni passati quando ancora nessuna bufera era passata nella tua vita” (11 luglio 1923).

Coraggio e coerenza ispirano il comportamento di Velia, dopo il rapimento e la morte di Giacomo, sia in occasione del funerale che nella protezione della sua memoria in anni dominati dal regime fascista.

Nel libro M, il figlio del secolo (2018) di Antonio Scurati, come anche nella sua versione nella serie televisiva del regista Joe Wrigth, particolarmente suggestiva è la presenza fantasmatica di Velia nelle stanze del governo. Mussolini non riesce a scacciarla dalla sua mente, dopo l’incontro avvenuto nel pomeriggio del 14 giugno 1924, che aveva portato Velia ad affrontarlo per avere notizie del marito. Lei stessa, qualche anno dopo, in una lettera a Gaetano Salvemini scrive che si erano scambiati poche parole, in piedi, “senza alcun protocollo, senza silenzi, senza teatralità, ma in tutta la completa atmosfera di colpa di fronte al delitto. Mussolini non era commosso, né altro. Era spettro di terrore; io non implorai; domandai con poche parole fredde e sicure, alle quali egli oppose risposte che fedelmente non ricordo, ma fredde anch’esse. Le sicure che rammento sono queste: ‘un filo di speranza c’è. Io farò il mio dovere di cittadino’”.

Quando il cadavere di Matteotti viene ritrovato due mesi dopo, Velia fa in modo che venga portato a Fratta Polesine e pretende che nessun esponente fascista sia presente in alcuna fase del rito funebre: “Chiedo che nessuna rappresentanza della milizia fascista sia di scorta al treno, nessun milite fascista di qualunque grado o carica, comparisca, nemmeno sotto forma di funzionario in servizio. Chiedo che nessuna camicia nera si mostri davanti al feretro e ai miei occhi durante tutto il viaggio e a Fratta Polesine fino a tanto che la salma sarà sepolta” (18 agosto 1924).

Velia si assume in pieno il ruolo di “vedova di Matteotti” e la sua figura acquisisce una sorta di sacralità, anche per la presenza dei bimbi piccoli. In un articolo su La donna Matilde Serao la definisce “la donna del tempio” (31 luglio 1924). Inizialmente costituitasi parte civile per i tre figli, visto l’andamento del processo e i depistaggi che accusano solo gli esecutori e non i mandanti e reali responsabili del delitto, dichiara: “Volevo solo giustizia. Gli uomini me l’hanno negata, l’avrò dalla storia e da Dio. Chiedo perciò mi sia concesso di straniarmi dall’andamento di un processo che ha cessato di riguardarmi. (…) Mi parrebbe, accedendo all’invito, di offendere la memoria stessa di Giacomo Matteotti, per il quale la vita era cosa terribilmente seria. Quella memoria nella quale e per la quale, e solo per educare i figli all’esempio ed alla fermezza paterna, vivo ancora appartata e straziata”(18 gennaio 1026).

Il 29 marzo 1926 scrive che non le è stato ancora restituito “ciò che apparteneva al suo defunto marito”, precisando con tragica lucidità come fossero cose “di altissimo valore morale specialmente per la vedova e gli orfani del defunto. (…) Salvo errore le cose da restituire sono le seguenti: -lettera ferroviaria - una ciocca di capelli -falangetta -giacca e pantaloni (compresa la manica staccata)”. Non le verrà restituito nulla, neppure gli appunti per il discorso che Giacomo intendeva pronunciare l’11 giugno 1924.

Gli anni vissuti tra Fratta Polesine e Roma sono segnati da continui controlli di polizia, da difficoltà economiche e dal tentativo di Mussolini di farle accettare un mutuo per l’acquisto di una nuova proprietà. Compresa la manovra, Velia, nonostante le ristrettezze finanziarie, fa in modo di pagare fino all’ultimo soldo, per non dovere nulla al responsabile principale dell’uccisione di suo marito.

La morte prematura giunge nel 1938 a soli quarantotto anni per complicazioni in seguito a un intervento chirurgico e inadeguate o scarse cure mediche. I tre figli vengono affidati a Casimiro Wronowski, marito della sorella Nella Titta. Crescono in un ambiente antifascista, insieme ai cugini, tra cui Francesca Laura, che con il fratello, dopo l’8 settembre, aderisce alla brigata Giustizia e Libertà intitolata proprio a Giacomo Matteotti, mentre i figli di Velia e Giacomo, Giancarlo e Matteo, partecipano alla Resistenza romana.

Nel ricostruire la vicenda di Velia occorre fare attenzione a non subordinarla completamente a quella del marito, perché, prima di incontrarlo nel 1912 tra i boschi dell’Abetone, si era già formata come donna e come intellettuale con ambizioni letterarie (poi abbandonate); ha poi vissuto lunghi anni difficili accanto al lui e nel culto della sua memoria. Nel 1908 aveva pubblicato due raccolte di versi, È l’alba e Primi versi, di influenze pascoliane e dannunziane. Nel 1920 la casa editrice Fratelli Treves di Milano aveva editato il romanzo L’idolatra, firmato con lo pseudonimo di Andrea Rota, che ottenne un discreto successo. L’abbozzo di un nuovo romanzo non sarà mai portato a termine.

Fonti, risorse bibliografiche, siti su Velia Titta Matteotti

Franca Bellucci, La potenza di una esclusiva intimità. Di fronte agli epistolari reciproci di Giacomo Matteotti e Velia Titta, in Dialoghi Mediterranei, 1 luglio 2014.
Laura Fagiolini, Velia. La donna che osò sfidare Mussolini, in PinkMag, 25 aprile 2024.
Velia Titta Matteotti, Lettere a Giacomo, a cura di Stefano Caretti, Pisa, Pisa University Press, 2024.
Velia Titta Matteotti, L'idolatra, 1920, scaricabile gratuitamente su Liber Liber.
Velia Titta Matteotti, Primi Canti, Pisa, Tip. Orsolini-Prosperi, 1908.
Fernando Venturini, Il Giaki e il Chini. Cronache della vita di Giacomo Matteotti e Velia Titta, in I quaderni di Casa Matteotti, Casa Museo Giacomo Matteotti - Cierre edizioni, 2024.

Materiale audiovisivo
Cara Velia, caro Giaki. Giacomo Matteotti e Velia Titta, una corrispondenza ininterrotta. Con Antonella Attili e Paolo Musio, 14 Giugno 2024, RaiPlay.
Il ricordo di Velia Matteotti e Filippo Turati. L’omicidio Matteotti. Filmato del 1970 che raccoglie il racconto di Velia Titta Matteotti e Filippo Turati, RaiPlay.




Voce pubblicata nel: 2025

Ultimo aggiornamento: 2026