Ortensia Mancini non fu solo, secondo la tradizione, tra le donne più belle e le ereditiere più facoltose dell’Europa del Seicento, ma anche una figura estremamente coraggiosa, determinata e sicura di sé. La “duchessa di Mazzarino” (così venne chiamata) fece tutto ciò che era nelle sue possibilità perché nulla potesse privarla della libertà, così necessaria per essere felice. La felicità, l’allegria, la gioia di vivere furono il motore della sua esistenza, la principale motivazione alla base delle sue scelte, spesso criticate dalla società del suo tempo perché dimostrazione di un’emancipazione assai poco comune.

Nata il 6 giugno 1646 a Roma da Michele Lorenzo Mancini e Girolama Mazzarino, era la terzultima di dieci figli. Nel 1653 lasciò Roma per raggiungere il resto della famiglia alla corte di Francia, ancora itinerante non solo attorno alla capitale Parigi. All’epoca il potere era già nelle mani dell’adolescente Luigi XIV – re dal 1643 al 1715 –, ma chi concretamente governava il Paese era Giulio Mazzarino, cardinale, primo ministro del regno e fratello di sua madre. Malgrado fosse solo una bambina, da subito Ortensia fu una delle più chiacchierate fra le mazarinettes, le sette nipoti di monsieur le Cardinal. Le altre erano le tre sorelle maggiori (Laura, Olimpia e Maria), la sorella minore Marianna e le cugine Anna Maria e Laura Martinozzi. Presto la sua straordinaria bellezza – di cui tanto si parlava e si continuò a parlare – la rese la preferita dello zio porporato.

Per ordine proprio di Mazzarino, per alcuni mesi fra il 1660 e il 1661 Ortensia si allontanò dalla corte del re Sole per stare accanto a Maria, la sorella prediletta, da poco abbandonata dal giovane sovrano. Questi, dopo averle promesso di farla regina, si era dovuto piegare alla “ragion di Stato”, sotto insistenza dello stesso primo ministro e della regina madre, Anna d’Austria.

Già malato, una volta fatto sposare il re all’Infanta di Spagna, Mazzarino si occupò delle nozze delle nipoti ancora nubili. Data in moglie Maria al gran connestabile del regno di Napoli, Lorenzo Onofrio Colonna, per la giovanissima Ortensia scelse Armand Charles de la Porte de la Meilleraye, imparentato con Richelieu (cui Mazzarino era legato da affetto e riconoscenza per averlo nominato suo successore). Lo preferì a pretendenti ben più illustri, quali il re d’Inghilterra e cugino di Luigi XIV, Carlo II; il re del Portogallo Alfonso IV; il duca di Savoia Carlo Emanuele II. Nel 1661 Ortensia divenne così la “duchessa di Mazzarino” e il marito, di conseguenza, il “duca”, titoli creati appositamente per loro.

In breve tempo, però, Armand Charles de la Porte de la Meilleraye si rivelò essere un uomo estremamente irascibile, geloso, possessivo e un fanatico religioso. Fece tra l’altro distruggere molte delle opere d’arte lasciate dal Cardinale. In particolare, mal sopportava che la moglie fosse più interessata a trascorrere tempo con familiari e amici che a stare con lui e a occuparsi dei quattro figli. Iniziò così a portarla con sé nei suoi viaggi, anche quando le gravidanze erano in stato avanzato, cosa che la mise in pericolo in diverse occasioni.

Soprusi e limitazioni vennero sempre mal sopportati da Ortensia, finché un episodio fece precipitare definitivamente il matrimonio: le vennero sottratti alcuni gioielli. Decise, allora, di portare il caso di furto, la cui responsabilità sapeva essere del marito, prima di fronte al re di Francia e poi in Parlamento. Il Parlamento, tuttavia, respinse la richiesta di restituzione e diede ragione al coniuge. Decisa a non arrendersi, la duchessa lasciò Palazzo Mazzarino e si rifugiò in un convento, dal quale, mesi più tardi, partì per l’Italia. Fondamentali per la riuscita della fuga furono il fratello Filippo, il ministro delle finanze Jean-Baptiste Colbert e lo stesso re Sole (dalla sua parte per l’affetto che lo legava a lei, alla sorella Maria e al cardinale suo zio). Fu grazie a loro che, nel 1668, Ortensia giunse a Milano, dove venne accolta dalla sorella Maria e dal marito di lei. Questi la porteranno poi Roma, a vivere con loro a Palazzo Colonna.

La permanenza in uno dei palazzi più belli della città eterna durò fino a quando una lite fra sorelle spinse Ortensia a ritirarsi momentaneamente in un altro convento, la cui badessa era sua zia. Maria aiutò poi Ortensia a uscire e tornare in Francia per recuperare parte del suo ancora cospicuo patrimonio, in primis la dote. Non essendoci riuscita, diversi mesi dopo Ortensia fece di nuovo ritorno a Roma e, nel 1672, aiutò a sua volta Maria a fuggire dal proprio marito, il quale forse aveva tentato di avvelenarla. Partendo in barca da Civitavecchia, vestite da uomo, le sorelle Mancini arrivarono in Francia a La Ciotat, per poi separarsi. Mentre Maria cercò di raggiungere Parigi per essere ricevuta dal re, Ortensia fu ospitata a Chambéry da Carlo Emanuele II di Savoia. Con il duca strinse un rapporto così stretto che alcuni la considerarono la sua amante.

Morto Carlo Emanuele II di Savoia nel 1675, la duchessa di Mazzarino si recò in Inghilterra da Carlo II Stuart, che aveva conosciuto durante il suo esilio in Francia e che già anni prima aveva chiesto di prenderla in moglie. Anche di Carlo II sembra esser diventata l’amante, almeno per un breve periodo. Morto Carlo II nel 1685, anche con i successivi monarchi, Giacomo II (1685-1688) e Guglielmo III (1689-1702), Ortensia restò protagonista incontrastata della vita mondana londinese.

Una certa dipendenza dal gioco d’azzardo e dall’alcol caratterizzarono i suoi ultimi anni di vita, ma non ne scalfirono la fama di abile e accogliente salonnière. Perse la richiesta di divorzio (la prima di cui si discusse sui giornali in Francia, nel 1689) e il suo caso entrò nei libri di storia. Morì a Londra il 2 luglio 1699. Il marito, pagatole i debiti, ne recuperò i resti e li portò con sé per mesi nei suoi territori, finché non fu obbligato a inumarli. Furono poi riuniti con quelli del cardinale Mazzarino nel Collège des Quatre-Nations, a Parigi.

Se, secondo la tradizione, l’ultimo scandalo riguardante Ortensia fu quello di avere una relazione con il nipote Filippo di Soissons, figlio della sorella Olimpia, ciò che ancora forse “scandalizza” oggi chi ne legge la storia è la sua sete di libertà e giustizia, che la portò anche a scrivere – come fece anche la sorella Maria – un’autobiografia, apparsa nel 1675, per raccontare, dal proprio punto di vista, ciò che era successo davvero nella sua vita. La sua esistenza fu una lotta nel nome del diritto all’emancipazione e un’avventura che, a oltre trecento anni di distanza, sorprende ancora per forza, caparbietà e spregiudicatezza. La sua straordinaria bellezza è stata forse poca cosa di fronte alla sua mai scalfita determinazione a godere della vita in libertà.

Fonti, risorse bibliografiche, siti su Ortensia Mancini

Bordeaux Enrico, Maria Mancini, Bologna, Cappelli, 1951.
Goldsmith Elizabeh, The King’s Mistresses, New York, Public Affairs, 2012.
Mancini Maria, Las verdaderas memorias de Maria Mancini, Silex, Madrid, 2014.
Mancini Maria, I dispiaceri del Cardinale, Palermo, Sellerio, 1987.
Mancini Ortensia, I piaceri della stupidità, Palermo, Sellerio, 1989.
Mansel Philip, Il re del mondo. La vita di Luigi XIV, Milano, Mondadori, 2021.




Voce pubblicata nel: 2023

Ultimo aggiornamento: 2026