Maria Selvaggia Borghini
Pisa 7 febbraio 1654 - Pisa 1731
Poeta, traduttrice, intellettuale raffinata e interlocutrice dei più grandi scienziati e letterati del suo tempo, Maria Selvaggia Borghini fu una delle figure più brillanti e versatili del panorama culturale toscano del secondo Seicento. Celebrata dai contemporanei come la “decima musa”, fu in grado di costruire un’autorità intellettuale femminile in un contesto fortemente segnato dalle gerarchie maschili e dalle restrizioni post-tridentine.
Nata a Pisa il 7 febbraio 1654 da Piero Antonio Borghini e Caterina Cosci, crebbe in un ambiente colto e progressista, ricevendo un’istruzione d’eccellenza. Studiò latino con Giovanni Farinati Uberti e con il professore fiammingo Peter Adrian Van der Broeck, logica e teologia con Giovanni Francesco Maria Poggi, matematica con Alessandro Marchetti e greco con un mentore purtroppo ignoto. Già da bambina fu capace di scrivere in latino con naturale eleganza, come testimoniato da una lettera a lei indirizzata proprio da Van der Broeck, nella quale la definisce “orgoglio delle donne italiane”.
Presto introdotta alla corte medicea, intrattenne uno stretto rapporto con la granduchessa Vittoria della Rovere, di cui divenne la dama di compagnia. La granduchessa le commissionò sonetti, componimenti poetici e la coinvolse all’interno di molteplici attività da lei patrocinate nel contesto della senese Accademia delle Assicurate (1654-1714 ca.), la prima accademia culturale interamente femminile. Alla granduchessa Borghini dedicò più di trenta sonetti, tra cui alcuni scritti in occasione della sua morte, avvenuta nel 1694.
Borghini, inoltre, fu membro di numerose altre accademie letterarie e scientifiche: degli Apatisti, dei Ricovrati, degli Spensierati, degli Stravaganti, dei Pigri, degli Innominati (nella quale fu detta Adattabile) e dell’Arcadia, nella quale nel 1691 fu la seconda donna ammessa con il nome pastorale di Filotima Innia. Le fu persino chiesto di fondare una colonia arcadica a Pisa (“Alfea”), proposta che rifiutò con elegante modestia. Nonostante l’ampio riconoscimento ricevuto, non fu mai ammessa all’Accademia della Crusca, a testimonianza delle persistenti barriere di genere del tempo.
La fama di Borghini fu il frutto di una rete di alleanze intellettuali da lei sapientemente coltivate. Il medico e scienziato Francesco Redi, con cui mantenne un lungo carteggio, fu il suo più convinto promotore: la paragonò a Saffo, la ritenne superiore a Vittoria Colonna e ne diffuse i sonetti presso i più eminenti letterati del tempo. Grazie a lui, le poesie di Borghini giunsero a Parigi e suscitarono l’ammirazione di Gilles Ménage, che la celebrò insieme ad altre donne intellettuali nella sua Historia Mulierum Philosopharum (1690) come “esperta in filosofia, matematica, e poesia latina e toscana”.
In un altro scambio epistolare, Borghini manifestò l’intenzione di scrivere direttamente a Ménage, a conferma della sua volontà di gestire in modo autonomo le proprie reti intellettuali. Importanti per la sua reputazione furono anche i rapporti con il matematico Alessandro Marchetti, il bibliotecario Antonio Magliabechi, il poeta e letterato Vincenzo da Filicaia, il conte Lorenzo Magalotti e l’arcade Giovanni Mario Crescimbeni, con i quali discusse la pubblicazione delle proprie opere, sempre esercitando un controllo consapevole sui testi circolanti. Nonostante la retorica dell’umiltà frequentemente adottata – strategia necessaria per essere accettata in uno spazio intellettuale maschile – Borghini mostrò costantemente una ferma lucidità nella difesa del proprio ruolo e della propria produzione.
La sua produzione poetica, vasta e variegata, si colloca tra lirica encomiastica, poesia morale, riflessione scientifica e tensione teologica. Compose infatti versi in onore di Francesco Redi, Alessandro Marchetti, Vittoria della Rovere, Gian Gastone de’ Medici, ma anche di Luigi XIV e Filippo V di Spagna. Non mancano componimenti ispirati alla nuova scienza sperimentale, come nel caso del sonetto dedicato alla traduzione del De rerum natura di Tito Lucrezio Caro, a opera di Alessandro Marchetti, a testimonianza della sua adesione alla cultura post galileiana.
Nel campo della prosa, la sua opera più significativa fu la traduzione in volgare di alcuni testi morali di Tertulliano. Redatta in un italiano colto e scorrevole, la traduzione fu pubblicata postuma da Giovanni Bottari nel 1756 e nuovamente nel 1783, e rappresenta uno dei contributi più alti della letteratura femminile seicentesca alla divulgazione del pensiero cristiano. Questa traduzione la inseriva inoltre anche nel novero delle donne traduttrici di opere filosofiche e letterarie come, ad esempio, Luisa Bergalli Gozzi – la quale aveva lavorato a una traduzione dal latino del commediografo Terenzio – o Giuseppa Eleonora Barbapiccola (nota tra gli Arcadi con il nome di Mirista, che aveva tradotto l’opera di René Descartes I Principi della filosofia di René Descartes. Tradotti dal francese con confronto al latino in cui l’autore li scrisse originariamente) o altre traduttrici di lingue coeve, come Angiola D’Orsi, Brigida Bianchi e Orsola Cortesi Biancolelli, che tradussero e imitarono opere spagnole.
Maria Selvaggia Borghini scelse di non sposarsi e di dedicarsi invece all’educazione della nipote Caterina, figlia del fratello Cosimo Borghini e poetessa a sua volta. Questa scelta, tutt’altro che scontata, fu anche un gesto di affermazione della propria autonomia. Seppe costruire un’autorità culturale legittima in un sistema che tendeva a escludere le donne, utilizzando con intelligenza la scrittura, la retorica della modestia e il potere della rete epistolare. La sua figura, oggi finalmente al centro di un rinnovato interesse storiografico, rappresenta un esempio di strategia intellettuale femminile nella Toscana medicea del Seicento.
Fonti, risorse bibliografiche, siti su Maria Selvaggia Borghini
Fonti primarie e opere seicentesche
Borghini, Maria Selvaggia, Opere di Tertulliano tradotte in Toscano dalla Signora Selvaggia Borghini, Nobile Pisana, a cura di Giovanni Bottari, Roma, Pallade, 1756.
Bulifon, Antonio (a cura di), Rime di cinquanta illustri poetesse di nuovo date in luce, Napoli, Bulifon, 1695.
Crescimbeni, Giovanni Mari, Istoria della volgar poesia, Roma, Antonio de’ Rossi, 1698.
Redi, Francesco, Opere, Venezia, Gio. Gabriello Hertz, 1728-1742; Milano, Società Tipografica de’ Classici Italiani, 1811.
Salvini, Anton Maria, Discorsi accademici, Firenze, Stamperia di S.A.R., 1712.
Ménage, Gilles, Historia mulierum philosopharum, Lugduni Batavorum, Cornelius Boutesteyn, 1690.
Moreni, Domenico (a cura di), Saggio di poesie di Maria Selvaggia Borghini nobile pisana e testimonianze del di lei valore, Firenze, Magheri, 1827.
Studi e letteratura secondaria
Cavazza, Marta, “Les femmes à l’académie: le cas de Bologne”, in Académies et sociétés savantes en Europe (1650–1800), Paris, Honoré Champion, 2000.
Cox, Virginia, Women’s Writing in Italy, 1400-1650, Baltimore, Johns Hopkins University Press, 2008.
Di Tommaso, Noemi, “Framing the ‘Tenth Muse’: Gendered strategies of intellectual legitimacy in the case of Maria Selvaggia Borghini (1654-1731)”, Galilaeana 22/2 (2025), pp. 97-138.
Modesti, Adelina, Women’s Patronage and Gendered Cultural Networks in Early Modern Europe. Vittoria della Rovere, Grand Duchess of Tuscany, New York, Routledge, 2020.
Paoli, Maria Pia, “Come se mi fosse sorella: Maria Selvaggia Borghini nella repubblica delle lettere”, in Per lettera: la scrittura epistolare femminile tra archivio e tipografia (secoli XV–XVII), Roma, Viella, 1999.
Ray, Meredith K., Daughters of Alchemy. Women and Scientific Culture in Early Modern Italy, Cambridge, Harvard University Press, 2015.
Tribolati, Cesare, Maria Selvaggia Borghini: studio biografico con poesie inedite, Pisa, Tipografia Nistri, 1882.
Voce pubblicata nel: 2024
Ultimo aggiornamento: 2026