Dalle memorie e dalle lettere private Henriette-Lucie Dillon emerge come una donna di grande cultura, intelligenza e sensibilità. Nasce nel 1770 nel Faubourg Saint-Germain, cuore mondano della Parigi dell’epoca, da genitori di origini irlandesi. Trascorre l’infanzia all’Hôtel de Rothe sotto il severo controllo della nonna materna, inflessibile e rigorosa, che si cura personalmente dell’educazione della nipote. Insieme all’arcivescovo di Narbonne si impegna affinché Henriette-Lucie riceva un’istruzione solida e ne incoraggia curiosità e capacità intellettuali. “Volevo capire e sapere tutto (...) Trovavo il tempo per non tralasciare nulla, non perdevo neanche un istante, classificavo mentalmente tutto ciò che mi insegnavano e non lo dimenticavo più.1”
Henriette-Lucie rimane presto orfana di madre e con un padre spesso assente. A diciassette anni sposa il conte di Gouvernet, futuro marchese de La Tour du Pin, opponendosi con determinazione al volere della nonna. Nutre grande stima e sincero amore nei confronti del conte. Gli resterà a fianco per tutta la vita e, grazie alla sua energia e intelligenza, riuscirà a dargli supporto in molteplici occasioni. La settimana successiva alle nozze viene presentata a Versailles al cospetto della regina Maria Antonietta, di cui diventerà dama d’onore. È in queste vesti che trascorre i due anni precedenti alla presa della Bastiglia, immersa nello splendore della corte, tra balli, ricevimenti, intrighi, cene e spettacoli. Una vita frivola e mondana in un ambiente che, in età matura, osserverà con occhio severo e disilluso, riconoscendo nel regno di Luigi XVI un’epoca ricca di contraddizioni che inesorabilmente avrebbero condotto ai fatti della Rivoluzione.
Con l’incombere della minaccia della ghigliottina, molti nobili lasciano il paese, e così anche la marchesa e la sua famiglia. Nel 1794, venuta a conoscenza di una nave in partenza da Bordeaux per Boston, Henriette-Lucie non esita un istante: “Vado in America”. Grazie alle conoscenze della zia, principessa d’Hénin, si stabilisce in una fattoria nelle campagne di Albany, oggi nello stato di New York. Durante l’esilio emergono la forza e la resilienza della marchesa, nonché la sua grande capacità di adattamento. Per la prima volta sperimenta una vita fatta di cose semplici e lavori umili. Si innamora della nuova condizione di vita, stato che invece il marito mal sopporta.
Le memorie del periodo americano mettono in luce il senso di giustizia e il rispetto che la marchesa nutre nei confronti degli oppressi. Rimane profondamente colpita dalla brutalità del sistema di acquisto e sfruttamento di donne e uomini africani e si impegna per ridare loro dignità. Grazie ai suoi rapporti con importanti proprietari terrieri e alle conoscenze in ambito legislativo, riesce, ad esempio, a riunire una famiglia di schiavi separati con violenza e a salvare una donna dai continui maltrattamenti inflitti dal padrone. Inoltre, come ultimo desiderio prima di lasciare il continente americano, si adopera perché i suoi servitori vengano legalmente riconosciuti come donne e uomini liberi. "Is it possible? Do you mean that we are free? E io risposi: Yes, upon my honour, from this moment, as free as I am myself. Chi mai saprebbe descrivere la commovente emozione d’un simile momento! Non ho mai provato in tutta la mia vita nulla di così dolce.2”.
Al rientro in Francia, vive una stagione serena grazie alle promozioni ottenute dal marito nel ruolo di funzionario imperiale sotto Napoleone, poi funzionario reale durante la Restaurazione borbonica. Tuttavia, la pace di questa parentesi termina nel 1831, costringendo la famiglia a un nuovo esilio causato dal coinvolgimento di Aymar, unico figlio rimasto in vita, in un complotto contro il re Luigi Filippo. L’esilio si compie prima in Svizzera e poi in Italia, tra Lucca e Pisa, dove Henriette trascorre i suoi ultimi anni.
Intorno al 1820 Henriette inizia a scrivere le sue memorie, pubblicate postume nel 1907 con il titolo Journal d’une femme de cinquante ans. Le lascia incomplete, forse per il forte senso di disillusione, dopo essersi tanto battuta – anche contro ogni convenzione – per difendere la propria famiglia e i propri valori. Quel che resta oggi della marchesa è l’immagine di una donna coraggiosa che ha saputo affrontare con integrità e positività le prove più dure, come quelle di una madre che ha pianto la morte di tutti i suoi figli. “Guardare nel proprio cuore, riconoscere ciò che dovrebbe essere distrutto e non avere poi la forza di farlo: è più pericoloso che utile; ci si abitua al proprio nemico e, rendendolo familiare, si perde il desiderio di liberarsene… Voglio persuaderti che nella vita vi sono molte cose davanti alle quali bisogna passare senza guardare.3”.
Non cede alla nostalgia degli anni di sfarzo e non prova rancore per i momenti di miseria. Anzi, è proprio in questi contesti che riesce a dare prova della sua capacità di reinventarsi. Henriette-Lucie Dillon è stata in grado di conciliare nobiltà di sangue e d’animo, rivelandosi al contempo moderna e in sintonia con il proprio tempo, dalla raison romantique, come la descrive Madame de Staël, sua cara amica e corrispondente.
Note
1 “Je voulais tout voir et tout savoir [...] Je trouvais le temps de ne rien négliger, ne perdant jamais un instant, classant dans ma tête tout ce qu’on m’enseignait et ne l’oubliant jamais” (Mme de La Tour du Pin, Journal d’une femme de cinquante ans, Tome 1, chap. II, Paris, Librairie Chapelot, 7e édition, 1913, pp. 40-41).
2 “Is it possible? Do you mean that we are free? Je répondis: Yes, upon my honour, from this moment, as free as 1 am myself. Qui pourrait décrire la poignante émotion d’un pareil moment! Je n’ai rien éprouvé de ma vie d’aussi doux.” (Mme de La Tour du Pin, Journal d’une femme de cinquante ans, Tome 2, chap. V, Paris, Librairie Chapelot, 7e édition, 1913, p. 10).
3 “To look inside your heart, see what needs destroying and then not have the strength to do it: that is more dangerous than useful; one grows accustomed to one’s enemy, and by making it familiar one loses the desire to get rid of it... I want to persuade you that there are a number of things in life that one must pass by without looking at.” (lettera a Claire de Duras, in Caroline Moorehead, Dancing to the precipice. The life of Lucie de La Tour du Pin, eyewitness to an era, New York, Harper Perennial, 2010, p. 323).
Fonti, risorse bibliografiche, siti su Henriette-Lucie Dillon marchesa de La Tour du Pin
M.me de La Tour du Pin, Journal d’une femme de cinquante ans, Tome 1, Tome 2, Paris, Librairie Chapelot, 7e édition, 1913.
Alix de Rohan Chabot, Madame de la Tour du Pin. Le Talent du bonheur, Paris, Librairie Académique Perrin, 1997.
Yvon Lapaquellerie, Une Émigrée de la Révolution Française aux États-Unis. La Marquise de la Tour du Pin, The French Review, vol. 2, n. 5 (Mar. 1929), pp. 410-418.
Catherine R. Montfort, Mme de La Tour du Pin, 1770-1853: “Le Journal d’une femme de cinquante ans”, Dalhousie French Studies, vol. 108 (Spring 2016), pp.39-51.
Caroline Moorehead, Dancing to the precipice. The life of Lucie de La Tour du Pin, eyewitness to an era, New York, Harper Perennial, 2010.