Nel mondo dell’arte è conosciuta come Edita Broglio, ma il suo vero nome era Edita Walterowna von Zur-Muehlen, nata nel 1886 a Smiltene, in Lettonia (allora provincia dell’impero russo), in una famiglia aristocratica. “Alta, fragile, il suo sorriso bianco sotto i capelli biondissimi aveva qualcosa d’infantilmente incantato e anche di spontaneamente affabile” secondo i ricordi di Anna Banti, che le dedicò un breve ma intenso ritratto letterario.

Rimasta precocemente orfana della madre, venne introdotta all’arte, alla letteratura e alla cultura in generale dallo zio paterno Raimund von Zur-Muehlen, apprezzato cantante d’opera nelle corti zarista e prussiana. Quando nel 1905 il clima politico si fece ostile per le famiglie nobili, la giovane Edita si trasferì con il padre a Königsberg, allora territorio prussiano, cominciando a frequentare l’Accademia di Belle Arti. Il richiamo dell’arte la spinse, già nel 1910, verso Parigi. Qui alle aule e agli studi accademici preferì le sale del museo del Louvre per conoscere l’arte classica e rinascimentale mentre, per i linguaggi più contemporanei, si avvicinò agli ambienti dei Balletti Russi di Sergei Diaghilev, alle suggestioni fauve e all’Espressionismo di Monaco. La frequentazione del Louvre spinse Edita a compiere un viaggio in Italia, prima a Firenze e successivamente a Roma, dove cominciò a vivere dal 1912. Giovane, benestante, senza legami, con un’ampia cultura europea e un profondo senso di indipendenza, s’inserì felicemente nel mondo artistico della capitale anche grazie all’aiuto di Olga Resnevič Signorelli, lettone come lei, che l’accolse nel suo salotto culturale cosmopolita.

In questo primo periodo romano la pittura di Edita, da lei stessa definita “incandescente”, fu influenzata dalla forza della luce mediterranea. Nei suoi quadri, caratterizzati da toni cromatici intensi, le immagini si allungavano in distorsioni dal basso, oppure in visioni dall’alto che guidavano verso la dimensione onirica. Un periodo ‒ sono parole della stessa Edita ‒ “emotivo e fenomenico, ispirato all’influsso del (sic) dardeggiante iridescenza dei raggi solari fattisi luce scintillante la quale investe le cose, ridotte evanescenti sino ad esserne divorate. Ancora mi rivedo camminare per i viali e le redole, in una luce vertiginosamente smagliante e da essa assorbita, fatta leggiera, incorporea come goccia di rugiada mattutina assorbita dal calore solare e svanita nel nulla”.

Il suo esordio come artista avvenne in occasione della Prima Esposizione della Secessione romana nel 1913, cui seguì la seconda edizione del 1914. Cominciarono però le difficoltà economiche: la morte del padre, la crisi della prima guerra mondiale e le vicende rivoluzionarie russe impoverirono le sue rendite finanziarie. Divenuto difficile mantenere il suo studio di pittrice, scelse nel 1915 di trasferirsi ad Anticoli Corrado, il paese laziale dove numerosi artisti e artiste si riunivano alla ricerca di nuovi linguaggi. Un paio di anni dopo, sempre gravata dai problemi economici, decise di procedere per altre vie chiedendo al critico d’arte e regista Anton Giulio Bragaglia un ingaggio come attrice nelle sue produzioni cinematografiche.

Fu nello studio di Bragaglia in via Condotti che Edita conobbe il pittore, scrittore e editore Mario Broglio. “Fu subito chiaro”, si legge nel ritratto letterario di Anna Banti, “che la coppia Broglio-Zur-Muehlen era, per così dire, predestinata, soprattutto per il modo comune di intendere la pittura in un linguaggio intensamente intellettuale. Più che dipingere, infatti, essi ‘parlavano pittura’ e, naturalmente incessantemente discutevano”. Si conobbero per caso e non si lasciarono più, arte e vita familiare mescolate in un intreccio in cui la relazione si basava su un proficuo e reciproco scambio. È stata la critica successiva, almeno sino alla metà degli anni Sessanta, ad aver mortificato il contributo di Edita nella fondazione, nell’attività editoriale e artistica della rivista Valori Plastici, attribuendo quasi in modo assoluto a Mario Broglio la paternità dell’importante pubblicazione. Eppure Mario ha sempre sottolineato il ruolo centrale avuto da Edita nel suo ritorno alla pittura: “La verità è che io non avrei ripreso a dipingere se tu non me ne avessi fatto rifiorire il gusto tenendo la fiammella accesa con costanza e amore. Ma io debbo pure dire che la nostra intelligenza ha lavorato sempre insieme e io ti sono venuto dietro come un bambino”. “L’esempio della signora Edita Walterowna Zur-Muehlen ci dà sicuri affidamenti che l’arte plastica, trattata dalle donne, si avvia verso sicuri destini. Maschi, inchinatevi”. Con queste parole il pittore Alberto Savinio la presentò nel catalogo della mostra degli artisti di Valori Plastici alla Fiorentina primaverile del 1922.

Le opere e i disegni di Edita, che nel 1927 sposò Mario acquisendo il cognome Broglio con cui è più conosciuta, vennero esposti a Firenze e pubblicati sulla rivista Valori Plastici, contribuendo a inserire il linguaggio pittorico del movimento nel generale ritorno all’ordine dell’arte europea. La sua ricerca espressiva, come sottolineò Alberto Savinio, “seppe indirizzarsi per una via di consolidamento della forma e degli aspetti”.

La pittura di Edita proseguì negli anni Venti e Trenta con uno stile, secondo le parole del critico Carlo Ludovico Ragghianti, “di purezza cristallina, d’immobile trasparenza, senza vicende o casualità, di un mondo invariabilmente fermato in una visione rigorosamente composta e librata in sigle compositive e in toni raffinati e contenutissimi”. Una pittura capace di guardare alla tradizione italiana, trecentesca e quattrocentesca, e trovare nel passato rivisitato “una miniera inesauribile” e nelle proporzioni, nella forma e nella tridimensionalità il cammino alternativo rispetto alle esperienze di avanguardia. Un rigore spaziale e compositivo utilizzato da Edita per “distinguere tra parvenza e realtà” delle cose, come scrisse lei stessa nel catalogo della mostra intitolata Edita Broglio, organizzata a Firenze nel 1971. Una ricerca che esigeva “disciplina, moderazione, ubbidienza” perché “solo la forma è capace di dare vita al contenuto”.

I suoi dipinti apparivano immobili e stranianti, pur nell’esattezza e nella purezza della forma; i colori sobri, nella chiarezza della luce, erano declinati in minime variazioni di estremo lirismo, con un linguaggio non lontano dall’esperienza di Giorgio Morandi o di Felice Casorati, eppure a lungo privato della medesima attenzione e considerazione. La sua colta ricerca artistica dimostrò un’approfondita conoscenza dei grandi maestri del passato, in primo luogo Piero della Francesca, che aleggia in alcuni suoi ritratti femminili della fine degli anni Trenta, come per esempio nel celebre Ritratto del 1938, esposto alla III Quadriennale d’Arte Nazionale di Roma (1939) sotto lo pseudonimo di Rocco Canea.

Dopo la morte del marito Mario, nel 1948, Edita rimase nella casa di San Michele di Moriano, in provincia di Lucca, dove aveva vissuto con lui tanti anni. Una vita appartata ma immersa sempre nell’arte. La realtà raffigurata nei suoi lavori rimase per certi versi sospesa, con atmosfere silenti e immobili vicine al Realismo magico, in cui molto spesso erano protagoniste le figure femminili.

L’aura di mistero sembrò accompagnarla anche nella vita, come ha ricordato Giorgio De Chirico, suo grande amico e ammiratore: “Edita era una donna strana ed enigmatica. Ricordo che una notte, io con Broglio ed alcuni nostri amici eravamo andati a passeggiare dalle parti di Valle Giulia. Era tardi, forse mezzanotte. Broglio ci aveva detto che aveva lasciato Edita a casa. Ad un certo momento abbiamo sentito un canto misterioso che veniva da un albero vicino a noi, ci approssimammo e vedemmo Edita a cavallo su un grosso ramo che cantava una aria strana con gli occhi che guardavano le stelle. Ora io mi domando come si può stare a casa e allo stesso tempo su un albero che distava parecchi chilometri dalla casa di Edita”.

Dal 1955 la pittrice tornò a vivere a Roma, a volte esponendo le sue opere, come per esempio nella Quadriennale romana del 1959, continuando a lavorare per Valori Plastici e, già molto anziana, curandone l’archivio. È morta nel gennaio del 1977 e riposa nel cimitero acattolico di Testaccio a Roma.

Fonti, risorse bibliografiche, siti su Edita Broglio

Giuseppe Appella, Mario Quesada, Anne Marie Sauzeau Boetti (a cura di), Edita Walterowna Broglio, catalogo della mostra (Macerata 15 giugno - 29 settembre 1991), Roma, Leonardo De Luca editore, 1991.
Anna Banti, Quando anche le donne si misero a dipingere, pp. 85-89, Milano, La Tartaruga edizioni, 1982.
Martina Corgnati, Artiste. Dall’impressionismo al nuovo millennio, pp. 57-60, Milano, Bruno Mondadori 2004.
Elena Pontiggia, Figure di artiste nel panorama fra le due guerre, in Maria Antonietta Trasforini (a cura di), Donne d’arte. Storie e generazioni, pp. 77-80, Roma, Meltemi, 2006.

Arte Moderna in Italia, 1915/1935 - 9. Edita e Mario Broglio
Edita Valterovna Zur-Muehlen. Portale Russi in Italia




Voce pubblicata nel: 2025

Ultimo aggiornamento: 2026