Antonia Arslan nei suoi saggi ha saputo dare voce a molte autrici spesso dimenticate. Le sue figure femminili sono potenti e il loro ricordo resta nell’anima. Sono donne accomunate dalla volontà di decidere del proprio futuro e di affermarsi. “Se sei donna ci vuole un’audacia straordinaria per restare libera e prendere in mano il tuo destino”.1
Nata a Padova nel 1938, Antonia Arslan è figlia di Maria Vittoria Marchiori e del medico Michele Arslan, nato a Padova da madre italiana e padre armeno. Ha studiato al liceo classico “Tito Livio” di Padova; negli anni del liceo ha conosciuto il futuro marito Paolo Veronese, con il quale ha poi avuto una figlia, Cecilia. “Ci siamo conosciuti quando eravamo compagni di scuola in due sezioni diverse. Poi sono andata a studiare in Germania. L’incontro, di nuovo, in occasione di un concerto al Liviano, all’epoca Paolo era studente a giurisprudenza. Nel 1962 ci siamo sposati”.
Dopo la laurea in archeologia classica, ha insegnato Letteratura italiana moderna e contemporanea alla facoltà di Lettere all’Università di Padova. Anche il marito Paolo Veronese è stato docente a Padova, con una cattedra in Filosofia teoretica.
Fondamentale per Arslan è stato il rapporto con il nonno Yerwant Arslanian, che arrivò adolescente in Italia, fuggendo dalla sua terra per scampare al genocidio armeno a opera dei turchi. Per nascondersi, modificò il cognome, eliminando le ultime tre lettere e diventando così Arslan. “Io ad esempio sono nata e cresciuta in Italia, qui ho studiato e la mia cultura è italiana, ho anche insegnato letteratura italiana, così come gli armeni francesi sono francesi e così via. Tuttavia mi sento anche completamente armena: mi sento al cento per cento italiana e al cento per cento armena”.2
Come critica letteraria, Antonia Arslan si è dedicata al canone della letteratura italiana dell’Ottocento e del Novecento, concentrandosi in particolare sulla scrittura femminile in Dame, galline e regine. La scrittura femminile italiana fra '800 e '900. Il testo riscopre scrittrici del passato con l’obiettivo di reintegrare nel contesto culturale del secondo Ottocento quella che Arslan definisce la “galassia sommersa” di autrici italiane. Si tratta di autrici spesso conosciute e apprezzate nel loro tempo:
“E la letteratura femminile era presa d’altronde molto sul serio dalla critica contemporanea, proprio perché giocava un suo ruolo, non certamente soltanto come ‘lettura di evasione’, ma come legittimo intervento di denuncia sociale (‘Teresa – scrive un altro critico, il Valabrega – è un romanzo sperimentale’).”
Le stesse scrittrici sono state poi per un periodo intenzionalmente dimenticate, non più ristampate o declassate a letteratura di evasione o narrativa rosa, per poi tornare in auge alla fine del secolo:
“Dopo il lungo oblio che le aveva travolte, la critica e l’editoria hanno cominciato a riprenderle in considerazione e a ristamparle: romanzi e novelle di Neera, della Colombi, di Emma, di Ada Negri, antologie di novelle, pubblicazione di carteggi e rivisitazioni critiche della scrittura ‘al femminile’ non mancano”.
Nel 1992 la sua traduzione delle opere del poeta armeno Daniel Varujan, la prima completa in Italia, è l’inizio di un processo di riscoperta delle proprie radici: Varujan fu tra i primi a cadere tra le vittime del genocidio, nella notte del 24 aprile 1915 a Costantinopoli. Su questa linea anche la traduzione dal francese della Breve storia del genocidio degli armeni di Claude Mutafian e il volume Hushèr la memoria, in cui, con Laura Pisanello, Arslan raccoglie testimonianze di sopravvissuti armeni rifugiatisi in Italia.
Il percorso di riscoperta si è sviluppato a piccoli passi, condividendo ricordi e parlando con gli amici. Le traduzioni di opere e testi armeni, l’ascolto di concerti di musica armena, i racconti del nonno e della sua famiglia hanno fatto emergere il bisogno di narrare i ricordi attraverso la forma del romanzo.
Il suo primo romanzo, La masseria delle allodole (2004), è il culmine di questo processo. Con questo ottiene un grande successo internazionale, vincendo numerosi premi letterari tra cui il Premio Giuseppe Berto e il Premio Stresa, e risultando finalista al Campiello. Nel romanzo troviamo Shushanig, Azniv e Ismene, figure femminili a cui Antonia Arslan ha dato particolare rilievo: donne che hanno continuato a lottare per sopravvivere, durante le deportazioni, sacrificando anche la vita per aiutare i propri cari a fuggire. La masseria delle allodole è stato tradotto in ventitré lingue e nel 2009 adattato per il cinema dai Fratelli Taviani.
Il secondo romanzo, La strada di Smirne (2009), riprende la narrazione del primo e si concentra sulla distruzione della città di Smirne. Nel 2010, dopo un’esperienza di grave malattia, Arslan scrive Ishtar 2. Cronache del mio risveglio. È poi del 2011 Il cortile dei girasoli parlanti, una serie di racconti – in parte autobiografici – di vita contadina, terre lontane, affetti familiari.
Arslan torna sulla questione armena con Il libro di Mush (2012), che attraverso le figure di Anoush, Kohar ed Eleni racconta la capacità delle donne armene di tramandare valori e identità: attraverso di loro si trasmette l’importanza della scrittura e della memoria. Il prezioso libro che salvano, oltre a essere un oggetto materiale, è un simbolo di continuità e identità, storica e culturale. Salvando la scrittura queste donne salvano la storia del loro popolo. Si deve alle donne se il popolo armeno ha continuato a esistere: le donne, con la loro forza e sensibilità, non si sono arrese, hanno salvato la cultura armena con il coraggio, l’intraprendenza, l’autonomia e la generosità.
Successivamente viene pubblicato Il rumore delle perle di legno (2015), dedicato alla madre Vittoria: un racconto della sua famiglia in cui convivono le culture armena e italiana. Lettera a una ragazza in Turchia (2016), composto di tre racconti, parla della memoria familiare. La bellezza sia con te (2018), è una raccolta di racconti legati alla tradizione armena. Si segnala anche il romanzo Il destino di Aghavnì (2022), il racconto della sparizione di una ragazza, Aghavnì.
Nel 2026 è uscito Il grido degli armeni o del genocidio infinito. Storia di una tragedia annunciata, scritto con Sandra Fabbro.
Voce pubblicata nel: 2025
Ultimo aggiornamento: 2026