Tina Andrey, nome d’arte di Albertina Taccini, è stata una delle più grandi interpreti del teatro vernacolare livornese del Novecento. Attrice, cantante e protagonista di innumerevoli spettacoli popolari, ha incarnato per oltre mezzo secolo l’anima più autentica della città, contribuendo a conservare e rinnovare una tradizione teatrale che affonda le proprie radici nella cultura popolare labronica. Con la sua voce calda, la naturale comicità e una straordinaria capacità di comunicare con il pubblico, è divenuta una figura simbolo della livornesità, lasciando un segno profondo nella memoria collettiva della città.
Nasce in via del Giardino, quartiere affacciato sul porto labronico, in una famiglia di condizioni modeste. Ancora bambina viene abbandonata dal padre e cresce con la madre Amelia, donna severa ma profondamente affettuosa, dalla quale eredita il senso del rispetto, della dignità e dell’altruismo che caratterizzeranno tutta la sua vita.
Nel 1942 Albertina sposa Armando Andreini. Dalla loro unione nasceranno i due figli Alessandro (Sandro) e Ottorino. Gli anni della guerra costringono la famiglia allo sfollamento e, al ritorno a Livorno, gli Andreini trovano la propria abitazione occupata. Sono dunque costretti a trasferirsi prima in via Brin e successivamente nel quartiere Shangai.
L’ingresso nel mondo dello spettacolo avviene quasi per caso: durante una cena tra amici la sua voce colpisce tutti i presenti e viene segnalata al maestro Giulio Compare, che ne intuisce immediatamente il talento. Dopo un periodo di studio, iniziò a partecipare a concorsi canori, ottenendo numerosi riconoscimenti. Il successo la porta presto a collaborare con il maestro Cinico Angelini e con l’orchestra della RAI di Torino, arrivando perfino a sostituire, in alcune occasioni, Nilla Pizzi.
È in questi anni che Albertina Taccini sceglie il nome d’arte di Tina Andrey (a volte scritto anche Andrei), destinato a diventare familiare a generazioni di livornesi; ma fu soprattutto il teatro vernacolare a renderla una figura amatissima dal pubblico. Entrò nella compagnia di Gino Lena e Beppe Orlandi, i due maggiori protagonisti della scena popolare cittadina. All’epoca il personaggio della “popolana” veniva ancora interpretato da uomini, secondo una tradizione che risaliva alla commedia dell’arte; ma dopo la scomparsa di Orlandi, Tina Andrey ne raccolse l’eredità, diventando la prima grande interprete femminile stabile di quel ruolo e contribuendo a trasformarlo profondamente. La sua recitazione, meno caricaturale e più spontanea, avvicinava il pubblico ai personaggi, restituendo con umanità, ironia e autenticità il carattere della gente di Livorno.
Interpretò alcune delle pagine più fortunate del teatro popolare labronico, prendendo parte a spettacoli rimasti nella memoria cittadina come Il pesciaiolo e la Zaira, Gosto a Livorno, All’Ospidale - Reparto affamati, La festa delle fave a Salviano, Piazza Cavallotti, Spiritosi alla va e vieni e Mamma Rosa.
Fu inoltre protagonista di opere divenute ormai classiche del vernacolo livornese, come O porto di Livorno traditore di Giorgio Fontanelli, Core amaranto di Consalvo Noberini, La separazione di Giuseppe Pancaccini e, negli ultimi anni della sua carriera, Li sfollati, diretta da Beppe Ranucci. Attraverso questi spettacoli contribuì a costruire un’immagine della Livorno popolare fatta di ironia, solidarietà, schiettezza e profondo senso di appartenenza.
Accanto al teatro coltivò sempre la passione per il canto: incise numerosi stornelli e canzoni in vernacolo, partecipò alla celebre trasmissione radiofonica della RAI di Firenze L’ Grillo canterino, insieme a Gino Lena, e contribuì a far conoscere la cultura popolare livornese anche oltre i confini cittadini.
Negli ultimi decenni della sua vita non si limitò a custodire la memoria del vernacolo, ma si impegnò concretamente nella sua trasmissione. Con il Teatro dei Semplici (fondato insieme al figlio Sandro e alla nuora Daniela Salucci) continuò a portare in scena spettacoli popolari e dedicò molto tempo ai laboratori nelle scuole cittadine, convinta che il dialetto rappresentasse un patrimonio culturale da trasmettere alle nuove generazioni. Per Tina Andrey infatti il vernacolo non era soltanto una lingua o una forma di comicità, ma il modo stesso con cui Livorno raccontava sé stessa: un linguaggio fatto di umiltà, dignità, ironia e solidarietà.
Alla sua scomparsa, avvenuta il 30 marzo 2011, la città le tributò un affettuoso omaggio, ricordandola unanimemente come “la signora del vernacolo”. Il suo ricordo continua oggi attraverso le registrazioni audio e video, il Museo del vernacolo “Giuseppe Pancaccini”, gli spettacoli che ancora vengono rappresentati dalle compagnie livornesi e la targa commemorativa collocata nel Cimitero dei lupi accanto a quella di Gino Lena.
La sua vicenda artistica rappresenta una delle testimonianze più significative della cultura popolare labronica del Novecento: una tradizione che, grazie anche al suo talento, continua tuttora a vivere sui palcoscenici della città.
Fonti, risorse bibliografiche, siti su Tina Andrey
Otello Chelli, Tina Andrei. Un talento del teatro popolare livornese, in CN - Comune Notizie, n. 80, luglio-settembre, Livorno, Comune di Livorno, 2012, pp. 41-44.
Fiorella Chiappi - Anna Maria Vannini, Donne di teatri. Quattro livornesi nella storia, Livorno, ALA libri, 2025.
Carla Dente, Tina Andrey. Cantante di vernacolo, in AA.VV., Storie di donne. Storie di vita. 25 ritratti di personaggi femminili livornesi o livornesi di adozione (a cura di M.G. Bassi e S. De Batte), Livorno, Editasca, 2025, pp. 30-33.