“Una persona comune che si è ritrovata in una serie di circostanze fuori dal comune”. Così si definisce Jacinda Ardern, nata il 26 luglio 1980 a Hamilton, in Nuova Zelanda. Quando il padre diventa comandante di polizia di una piccola stazione, l’intera famiglia si trasferisce in un’area in crisi socio-economica. Al suo insediamento come primo ministro, alla domanda sul perché avesse deciso di entrare in politica, risponde: “Murupara. Sono diventata una politica perché ho vissuto a Murupara”.

Sin da piccola si rivela di temperamento sensibile ed emotivo, una “pensatrice cronica eccessiva”. Non sopporta le ingiustizie. Affronta ogni compito con serietà, sempre in preda al timore di non “essere abbastanza”. Dubita sempre, ma non cede mai. Impara presto anche quanto sia importante una rete di sostegno nei momenti più difficili, specialmente quando la madre (sempre positiva, pratica, vivace) cade in una debilitante depressione. Saranno proprio famiglia, amici, membri della chiesa mormone, in cui sono molto attivi, a fare da ancora di salvezza. Dal punto di vista politico, viene influenzata soprattutto da due donne fieramente indipendenti e laburiste: la nonna paterna Gwladys e la zia Marie.

Nel 1999, durante gli studi alla facoltà di comunicazione politica, la zia la mette in contatto con un membro del Parlamento deputato dei Labour, Harry Duynhoven. Da volontaria nella campagna elettorale mette tutto l’idealismo e l’entusiasmo dei suoi diciotto anni. Laureata nel 2001, intraprende un tirocinio annuale nello staff del primo ministro Helen Clark. Da allora, nonostante alcune pause dovute a esperienze di studio e lavoro negli Stati Uniti e Inghilterra, unite agli eterni dubbi sulle proprie risorse di carattere nell’affrontare una carriera in politica, il Beehive (sede del Parlamento a Wellington) la richiama sempre. A Londra arriva a essere presidente dell’Unione internazionale della gioventù socialista e – convinta dal suo ex capo Grant Robertson a candidarsi nelle liste dei residenti all’estero – rientra a sorpresa tra i parlamentari. Dopo due mandati, i laburisti si ritrovano all’opposizione, ma lei entra in Parlamento.

Durante la campagna del 2014 conosce quello che diventerà poi suo marito, Clarke Gayford, presentatore televisivo piuttosto noto. Dopo anni di full immersion nel lavoro, si apre uno spiraglio nella vita personale, ma il partito laburista perde di nuovo. La crisi genera un susseguirsi di figure alla guida del partito, fino all’arrivo di Andrew Little, di cui Jacinda diventa vice. Gradualmente acquista visibilità, e con questa l’inevitabile scontro con i pregiudizi sessisti. Nel corso di attacchi mediatici sempre più insistenti le danno dell’inesperta, dell’inconcludente, della “bella e stupida”.

Nel 2017, dopo le dimissioni di Andrew Little a soli due mesi dalle elezioni, Ardern diventa leader Labour. Nel giro di pochissimo tempo la sua vita è completamente rivoluzionata. Come sempre teme di non farcela, poi però si impegna al massimo. Si distingue fin dalle prime uscite televisive. Davanti all’insistenza di un giornalista sui suoi eventuali progetti di maternità, lo rimprovera decisa: “Nel 2017 è assolutamente inaccettabile che le donne debbano rispondere a quella domanda sul posto di lavoro: è inaccettabile!”.

La strategia di comunicazione cambia: positiva, piena di speranza ma anche concreta. Lo slogan è l’esortazione con cui ha annunciato la propria candidatura su Instagram: “Let’s do this”. Si scatena una “Jacindamania” che contribuisce al ribaltamento dei sondaggi e poi alla vittoria. Nell’ottobre 2017, a trentasette anni, giura come primo ministro. Ed è incinta. Nel 2018 nasce la figlia Neve Te Aroha Ardern Gayford; dopo poche settimane di congedo, torna al lavoro portandosi spesso anche la bimba, dimostrando che potere politico e maternità sono complicati da gestire, ma non impossibili.

Il primo mandato inizia subito in salita, in un continuo susseguirsi di emergenze, tra cui il 15 marzo 2019 la sparatoria in due moschee a Christchurch, che genera (in diretta social) una carneficina: un sedicente “nazionalista bianco” uccide cinquanta fedeli musulmani e fa quarantuno feriti. La reazione della Ardern – abbracciare le famiglie delle vittime, cercare il dialogo con la comunità musulmana e vietare le armi semiautomatiche in pochi giorni – ottiene il plauso globale.

Be strong, be kind. La leadership della giovane leader laburista è un insieme di decisionismo pragmatico, empatia, marketing istituzionale e gentilezza: quelli che parevano i suoi difetti più marcati diventano la sua forza. Introduce nel bilancio del Pil il concetto di wellbeing e le sue politiche di welfare e contrasto a ogni forma di ineguaglianza (compresi la tutela dei diritti dei nativi maori e della comunità LGBTQ+, ma anche moltissime iniziative di tutela per le donne) danno i loro frutti.

Le emergenze però non sono terminate. Nel 2020 esplode la pandemia da Covid-19. Con un approccio basato sulla scienza, al motto di “Go hard, go early”, la sua gestione del Covid-19 ottiene risultati straordinari, invidiati in tutto il mondo. La sua popolarità è alle stelle; la conferma elettorale del 2020 è una valanga di consensi. A breve, però, l’idillio inizia a scricchiolare: nuovi lockdown prolungati fanno soffrire l’economia, crescono insofferenza e complottismo, portando a un malcontento generale. Ardern passa da eroina a simbolo del “nanny state”. Si sta sfaldando il tessuto connettivo della società, e lei non è più il collante che tutti vogliono. Diventa il target di minacce e odio, minacce che anche una politica navigata come Helen Clark definisce come “senza precedenti”. Nel gennaio 2023 annuncia le dimissioni affermando che un leader dovrebbe sapere “quando è il momento di andare”. Esce di scena, trasferendosi negli Stati Uniti, nel Regno Unito e poi in Australia.

Con il suo operato, Ardern ha dimostrato che esiste anche un altro volto della politica, faticoso e spesso estenuante, perché fatto per il bene comune. E che questo volto lo si ottiene soltanto essendo onesti con sé stessi. Se la fase del potere è alle spalle, non lo è affatto la passione per la politica. Attualmente è impegnata nella promozione di un nuovo modello di leadership e nella discussione sui diritti e il ruolo della donna, con una rete di sostegno reciproco internazionale. Nel 2025, ha pubblicato l’autobiografia Un altro genere di potere1 e a inizio 2026 ha presentato Prime Minister, un documentario girato dal marito a partire dalla campagna del 20172.

Note


1 Jacinda Ardern, Un altro genere di potere, Baldini+Castoldi, 2025.
2 Prime Minister - Official Trailer, Jacinda Ardern Documentary.


Fonti, risorse bibliografiche, siti su Jacinda Ardern

Neill Atkinson, Jacinda Ardern, New Zealand History.

Kate Fistric, Jacinda Ardern was an inspiration to women in politics, Volt, 12 gennaio 2023.
Jennifer Guerra, Perché la leadership femminista di Jacinda Ardern è la dimostrazione che esiste un’altra politica, Fanpage.it, 20 gennaio 2023.
Roberta Scorranese, Ho governato con gentilezza ma in politica non è ammessa. Il mio addio? Le forze mi stavano venendo meno, Sette Corriere della Sera, 9 settembre 2025.
Katharine Viner, Empathy is a kind of strength: Jacinda Ardern on kind leadership, public rage and life in Trump’s America, The Guardian, 31 maggio 2025.




Voce pubblicata nel: 2026

Ultimo aggiornamento: 2026