Le lotte di decolonizzazione sono fenomeni complessi che abbracciano aspetti politici, economici, culturali e sociali, modificando anche la percezione dei ruoli di genere. Questo aspetto emerge con forza nel caso del Mozambico: l’indipendenza dal Portogallo, ufficializzata il 25 giugno 1975, arriva dopo un decennio di guerriglia guidata dal partito rivoluzionario Frelimo (Fronte di Liberazione del Mozambico), dominato in gran parte da uomini. Tuttavia, la partecipazione femminile è ampia e decisiva. Alcune donne, spesso ricordate solo in quanto mogli dei membri di Frelimo, lottarono per la conquista di una doppia emancipazione: del Mozambico e di genere. Una di loro fu Celina Tapua Obedias Muchanga, meglio nota come Celina Simango.
Celina nasce nel 1938 nella provincia mozambicana di Sofala, ma trascorre all’estero gran parte della vita. Già dopo aver completato l’istruzione elementare a Beira, capoluogo di Sofala, prosegue gli studi in una scuola missionaria in Zimbabwe, paese di grande rilevanza per l’indipendenza del Mozambico e luogo in cui i nazionalisti mozambicani si rifugiano per eludere il controllo delle autorità coloniali, dando vita a organizzazioni rivoluzionarie. Una delle figure impegnate nel coordinamento di tali movimenti è il pastore presbiteriano Uria Simango. Celina e Uria si conoscono in Zimbabwe e si sposano durante un fugace ritorno a Beira nel dicembre 1959; il loro primo figlio, Lutero, nasce nel 1960.
Celina e il marito continuano a battersi per l’indipendenza del Mozambico, giungendo alla svolta decisiva del 25 giugno 1962: dalla confluenza di tre organizzazioni nazionaliste – Udenamo (Unione Democratica Nazionale Mozambicana), Manu (Mozambique African National Union) e Unami (Unione Nazionale Africana del Mozambico Indipendente) – nella città tanzaniana di Dar-es-Salaam viene fondato Frelimo, di cui Uria è eletto vicepresidente. In seno al partito Celina, con Priscila Gumane e Janet Rae Mondlane – rispettivamente mogli del vicesegretario generale e del presidente di Frelimo – danno vita a Lifemo (Lega Femminile del Mozambico), il primo movimento femminile mozambicano.
Sempre nel 1962 a Dar-es-Salaam, Lifemo partecipa, seppur in rappresentanza di Frelimo, alla prima Conferenza Panafricana delle Donne, distinguendosi da subito per l’attenzione al contesto internazionale. Nei due anni che seguono, Celina e Priscila, nelle vesti di presidente e vicepresidente di Lifemo, si interfacciano con le potenze comuniste: nel 1963 partecipano al Congresso internazionale delle donne a Mosca, dove espongono come la discriminazione di genere, la condizione di guerra e il colonialismo costituiscano una triplice oppressione per le donne africane, mentre il 1964 – nonostante la nascita di Daviz, secondo figlio di Celina – le vede nella Cina maoista, paese in cui le donne partecipano attivamente al cambiamento.
Il confronto con queste realtà permette a Celina di riconsiderare il ruolo delle donne mozambicane nella rivoluzione: sin dalle prime fasi, la loro attività era stata cruciale soprattutto nelle zone rurali, dove riorganizzavano attività, spazi quotidiani e mobilitavano la popolazione. Ciò porta, a partire dal 1965, alla formazione di gruppi indipendenti di guerrigliere che nel 1967 vengono assorbiti da Frelimo, andando a formare il DF (Distaccamento Femminile). Questo cambiamento non è voluto da Celina, né collegato a Lifemo: la direzione del DF viene infatti affidata a Josina Machel, moglie di Samora Machel, uno dei fondatori del partito. Tuttavia, era espressione di un sentimento che Celina condivideva. Non a caso, durante il primo congresso di Lifemo, tenutosi nel 1966 a Mbeya, in Tanzania, sottolinea come "in questo momento centinaia di [donne] stanno affrontando il nemico o difendendo la popolazione con le armi in pugno. Alcune hanno già dato la vita in feroci scontri. Molte altre faranno lo stesso. Questo mostra che le donne mozambicane stanno facendo la loro parte nella lotta per la libertà. (…) Alcune di queste eroine sono morte, ma i loro nomi continueranno a vivere nelle generazioni che verranno"1. Un discorso controverso perché vuole glorificare la guerra, per quanto volta alla liberazione, e le sue vittime, ma che nasce da assunti patriarcali: molte donne vedevano nella lotta armata – quindi nella rivendicazione di ruoli tipicamente maschili – un modo per difendere i propri interessi dimostrando di essere legittime cittadine del Mozambico libero. È a questo che si deve, per esempio, la mitizzazione di figure come Josina Machel, che diviene simbolo della rivoluzionaria emancipata.
Tutto cambia drasticamente per Celina quando, il 3 febbraio 1969, il presidente di Frelimo Eduardo Mondlane muore in un attentato. Uria Simango, che non ha appoggio sufficiente per subentrargli, forma un triumvirato insieme a Samora Machel e a Marcelino dos Santos, altro fondatore del partito. È una soluzione inefficace: nel novembre dello stesso anno, quando Uria viene escluso dagli altri due ed espulso da Frelimo, anche Celina viene allontanata, segnando la fine di Lifemo. Lo stesso destino spetta ad altre figure considerate dissidenti, come Janet Mondlane e i coniugi Gumane. La famiglia Simango, che ora conta un terzo figlio, Maúca, si stabilisce al Cairo: qui prosegue l’attività politica con la creazione del movimento Coremo (Comitato Rivoluzionario Mozambicano).
Nel 1974, con la Rivoluzione dei Garofani e la caduta dello Estado Novo in Portogallo, i Simango fanno ritorno in patria sperando di tenervi elezioni multipartitiche e instaurarvi una democrazia; a questo scopo fondano il Partito di Coalizione Nazionale (PCN). Frelimo, tuttavia, nega la via democratica e, dopo l’indipendenza del 1975, sfrutta il proprio potere per marchiare il PCN come partito reazionario: Celina, come gli altri membri e alleati del PCN, viene accusata di tradimento, arrestata e internata nel cosiddetto “campo di rieducazione” di M’telela. Solo nel 1992 il governo mozambicano – tuttora presieduto da Frelimo – riconosce la loro esecuzione, senza mai rivelare altro.
Nel Mozambico di oggi, trasformato da una lunga guerra civile e da lotte politiche alle quali anche i figli di Celina hanno dedicato la vita, Celina Simango resta dimenticata, ma continua a ricordarci quanto decolonizzazione e questioni di genere siano legate.
Note
1 Traduzione dell’autrice; cfr. First Congress of the League of Mozambican Women, in Mozambican Revolution, n. 25, 1966, pp.4-6.
Fonti, risorse bibliografiche, siti su Celina Simango
Va precisato che molte fonti non si riferiscono direttamente a Celina, identificandola invece come moglie di Uria Simango o madre dei suoi figli.
First Congress of the League of Mozambican Women, in Mozambican Revolution, n. 25, 1966, pp.4-6.
Sister Selina Simango in China, in Mozambican revolution, n. 7, 1964, pp. 5-6.
Saul, John S., The African hero in Mozambican history: on assassinations and executions - Part II, in Review of African Political Economy, vol. 47, 2020, pp. 335-345.