Dominique Rolin (1913-2012) nasce a Bruxelles da padre belga, Jean Rolin, e da madre francese, Esther Cladel. La scrittrice cresce in un contesto familiare borghese e profondamente devoto alla letteratura. Esther è infatti una delle figlie dello scrittore naturalista francese Léon Cladel (1835-1892), il cui primo romanzo, Les Martyrs ridicules (1862), ha ottenuto una prefazione di Charles Baudelaire. La memoria di questo illustre antenato e del milieu letterario di fine Ottocento viene trasmessa a Rolin fin dall’infanzia: Esther, professoressa di dizione, istruisce la figlia attraverso la lettura e la declamazione delle poesie di Baudelaire, Gautier, Hugo e di molti altri. L’attività letteraria diviene in questo modo una vera e propria eredità simbolica per la giovane Dominique.

Durante l’adolescenza, Rolin frequenta i corsi di illustrazione del libro presso l’Institut d’Arts décoratifs di Bruxelles e viene assunta come bibliotecaria presso l’Université libre de Bruxelles. Dopo la pubblicazione di alcuni racconti sulla rivista belga Cassandre, nel 1936 il suo racconto “La Peur” vince un concorso indetto dalla prestigiosa rivista letteraria parigina Mesures – fondata da Jean Paulhan e da altri scrittori e poeti come D’Annunzio, Michaux e Nabokov – e viene pubblicato in Francia. Per questo motivo, il principale esegeta dell’opera roliniana, Frans De Haes, parla di un doppio debutto letterario, belga e francese.1

Dopo questo primo successo, Rolin prende contatti con Robert Denoël – di cui diviene l’amante – e pubblica nel 1942 Les Marais, il suo primo romanzo, incensato da Max Jacob e Jean Cocteau. Si tratta di un periodo particolarmente duro per l’autrice: a causa di una gravidanza imprevista, Rolin è costretta a sposare Hubert Mottart, poeta fallito e alcolizzato che distrugge ogni possibilità di un ménage sereno. Rolin decide dunque di affidare la figlia Christine a sua madre Esther e di trasferirsi a Parigi da sola, abbandonando il marito. Questa decisione è dettata anche dal fatto che Denoël, editore lungimirante, consiglia all’autrice il trasferimento a Parigi. «Vous ne pourrez devenir une bonne romancière qu’en vivant à Paris»2, afferma l’editore. Nel 1946, quindi, Rolin si trasferisce definitivamente nella capitale francese.

Qui, la scrittrice collabora con Les Nouvelles littéraires come illustratrice. Dopo la morte di Denoël, Rolin incontra lo scultore Bernard Milleret, che sposa nel 1955 ottenendo la cittadinanza francese. Dopo la pubblicazione di alcuni romanzi di stampo classico e realista, nel 1952 l’autrice vince il Prix Femina per il romanzo Le Souffle. Della giuria di questo premio fa parte anche una delle zie materne di Rolin, Judith Cladel (1973-1958), femme de lettres, drammaturga e biografa;3 alla sua morte nel 1958, Rolin prenderà il suo posto nella giuria del Femina.4

Grazie alla vincita, Rolin e Milleret acquistano una grande casa a Villiers-sur-Morin, nella Seine-et-Marne. La felicità della coppia ha breve durata: lo scultore muore nel 1957 di cancro. Rolin dedicherà a questo periodo un breve romanzo autobiografico, Le Lit (1960), che sancisce la svolta autobiografica della scrittrice. Dopo la morte del secondo marito, Rolin si trasferisce nel settimo arrondissement di Parigi, in un appartamento al quinto piano di rue de Verneuil 36 che diventerà negli anni lo sfondo delle autofiction dell’autrice.

In questo periodo, più precisamente nel 1958, Rolin incontra il giovane Philippe Sollers, allora ventiduenne. I due instaurano una relazione che, a causa della differenza d’età, rimarrà segreta – per lo meno, per il grande pubblico – fino al 2000. Si tratta di un incontro fondamentale per Rolin: Sollers – il “Jim” di molte opere della scrittrice – la avvicina alla letteratura del Nouveau Roman e contribuisce a un mutamento stilistico decisivo per la poetica dell’autrice. In effetti, a partire dagli anni ’60 Rolin rinnova il suo stile: i personaggi divengono sempre più rarefatti e la scrittura si libera dai vincoli della trama, preferendo il monologo interiore di ispirazione anglosassone. Tuttavia, questa narrazione tende a leggere il rapporto tra Sollers e Rolin come quello di un’influenza unilaterale, come spesso accade alle produzioni di scrittrici che fanno parte di una coppia letteraria. In realtà, Rolin ha portato un significativo contributo all’opera di Sollers, una collaborazione ancora in larga parte misconosciuta.5

Negli anni successivi, e fino al 2003, Dominique Rolin prosegue l’attività letteraria attraverso sperimentazioni autobiografiche in cui i ricordi dell’infanzia e il paese d’origine – il “pays natal” o l’“autre pays” –, seppur romanzati o calati in un contesto quasi onirico, risultano predominanti. Le percezioni sensoriali e la corporeità dell’istanza narrativa sono altrettanto centrali: l’autobiografia costituisce il mezzo d’esplorazione della geografia dell’infanzia e di quella corporea, che in testi come Le Corps (1969) finiscono per sovrapporsi. L’autrice elabora una “scrittura organica”6 attraverso cui i ricordi si incarnano come tracce indelebili nel corpo.

Oltre al corpo, un altro luogo fondamentale nell’opera di Rolin è Venezia. L’autrice compie regolarmente dei soggiorni intensivi di scrittura nella città lagunare, accompagnata da Sollers. È nella pensione La Calcina di Dorsoduro,7 così come tra le calli del sestiere, che la produzione roliniana prende vita. Da Les Éclairs (1971) fino a Trente ans d’amour fou (1988), Venezia è il luogo che innesca il processo di reminiscenza di Rolin e diventa quindi un elemento necessario alla scrittura autobiografica.

Dominique Rolin muore nel 2012 a Parigi, alla soglia dei cent’anni, lasciando dietro di sé una produzione composta da una quarantina di opere di varia natura (romanzi, autofiction, autobiografie, racconti, teatro, interviste). Oggi, gli Archives et Musée de la Littérature di Bruxelles e la Bibliothèque Royale de Belgique custodiscono due importanti fondi d’archivio dedicati alla scrittrice. Tra questi documenti, che comprendono la corrispondenza, i manoscritti e i dossiers de presse dei libri pubblicati, spiccano i trentaquattro Cahiers di Rolin, i diari tenuti dall’autrice dal 1948 fino al 2009, finora inediti. Nonostante la consistenza e il valore letterario della produzione di Rolin, ad oggi si contano solo tre traduzioni delle sue opere in italiano.8

Note


1 Frans De Haes, Les Pas de la voyageuse. Dominique Rolin, Bruxelles, AML, 2006.
2 “Lei riuscirà a diventare una buona romanziera solo vivendo a Parigi”, mia traduzione. Béatrice Beck, “Qu’êtes-vous donc? Écrivains français d’origine belge? … Écrivains belges d’expression française?”, Le Figaro littéraire, 10 gennaio 1959, p. 3-4.
3 Cf. Margot Irvine, “Une génération de transition: Judith Cladel, femme de lettres”, in Patrick Bergeron (ed.), Passées sous silence: Onze femmes écrivains à relire, Valenciennes, Presses universitaires de Valenciennes, “Pratiques et représentations”, 2015, p. 63-76.
4 Cf. Paul Aron, Cécile Vanderpelen-Diagre, “«Notre grande aînée»: Dominique Rolin et Judith Cladel”, in Maria Chiara Gnocchi (ed.), Nouveaux regards sur Dominique Rolin, Francofonia. Studi e ricerche sulle letterature di lingua francese, no 68, primavera 2015, p. 15-37, , consultato il 23 maggio 2026.
5 A questo proposito, mi permetto di rimandare al mio articolo “D’une entre-lecture clandestine: pratiques d’écriture collaborative entre Dominique Rolin et Philippe Sollers”, in corso di pubblicazione sulla rivista COnTEXTES.
6 Benjamin Lahache, “L'écriture organique”, L’Infini, nº 56, inverno 1996, p. 157-168.
7 Oggi, una targa di marmo posizionata nell’ingresso della pensione ricorda i soggiorni veneziani di Rolin e Sollers.
8 Dominique Rolin, La morte in festa, trad. Pino Mensi, Milano, Marvimo, 1953 (traduzione di Le Souffle, vincitore del Prix Femina nel 1952); Id., L'arrabbiato, trad. Elena Ricci, Rimini, Panozzo, 1992 (traduzione di L'Enragé, 1978); Id., Trent’anni di folle amore, trad. Denise Jacobs, Palermo/Roma, ILA Palma/Edizioni associate, 1996 (traduzione di Trente ans d’amour fou, 1988).



Voce pubblicata nel: 2026