Scrittrice, pittrice, voce appartata e luminosa della narrativa italiana del Novecento, Carla Bettei ha raccontato la vita quotidiana, la guerra e le fragilità del mondo con uno sguardo insieme attento, fermo e delicato, capace di cogliere ciò che gli altri non vedono: tratto che attraversa tutta la sua opera e che la critica ha riconosciuto come profondamente originale.
Cresciuta tra Padova, Este, Pisa, Parma e San Giovanni Valdarno seguendo gli spostamenti della famiglia, si forma come pittrice e porta nella scrittura la stessa attenzione della sua pittura alle forme, ai colori, ai dettagli. Vive poi a Firenze, Napoli, Milano e Verona, prima di stabilirsi a Fumane, in Valpolicella, dove attraversa gli anni dell’occupazione nazifascista.
Dal luglio 1943 all’aprile 1945 tiene un diario che racconta la guerra dal punto di vista delle donne, dei bambini, degli sfollati, dei civili: la paura dei bombardamenti, le requisizioni, la presenza dei partigiani, la vita che continua nonostante tutto. Il diario, E noi ancora, pubblicato per la prima volta nel 1958, è una testimonianza civile e intima degli anni di guerra in Valpolicella, un libro che racconta la storia attraverso le emozioni, le paure e la forza delle donne. Vi emerge anche la sua coscienza del paesaggio come bene comune, fragile e sacro. A proposito dei cipressi destinati all’abbattimento, ad esempio scrive: “Domani mattina alle 7.30 la squadra che butta giù gli alberi sarà qui con le seghe per tagliare i cipressi. Hanno secoli e secoli, non importa. Sono belli, non importa. Siamo andate, io e mia sorella, a farglielo pensare: forse non ci hanno pensato che sono una cosa che non si può toccare”.
Nel dopoguerra vive tra Verona, Fumane e Milano, dove lavora presso la Biblioteca “Simoni” del Museo Teatrale alla Scala. Collabora con numerose riviste e quotidiani; pubblica racconti e reportage di viaggio su Lo Smeraldo, Il Ponte, Illustrazione del medico, La Lettura, Il Corriere della Sera, La Domenica del Corriere, Il Popolo.
Nel 1956 vince il premio “Dei Laghi” con il racconto La miniera. Nel 1964 pubblica Il passero di Milano, illustrato da Brunetta, accolto dalla critica come un piccolo capolavoro di osservazione e introspezione. La sua scrittura è composta di attenzione al fragile. Proprio in Il passero di Milano scrive: “Non avrei mai tentato di strappare un passero dal suo cielo, prenderlo e portarmelo in casa: ma non resisto alla vista di qualcosa che non ce la fa da sola a vivere”.
Anche nella Milano del dopoguerra, Bettei si sofferma su ciò che gli altri non guardano: le vite anonime, le solitudini improvvise, le ingiustizie minime che chiedono una voce. In un racconto ambientato in piazza della Repubblica scrive: “Questo, tu dirai, è soltanto un incidente in piazza della Repubblica a Milano: è vero. Ma la ragazza, io dico, la ragazza, perché non fai qualcosa per questa ragazza?” (da Traffico e Magnolia ovvero La ragazza del tram. Balletto [Suggerimenti per un musicista]).
Carla Bettei muore a Fumane nel 1964. La sua voce, discreta e intensa, continua a parlare attraverso i racconti, il diario, le immagini che ha saputo trasformare in parole: un patrimonio da riscoprire, che illumina la storia dal punto di vista di chi l’ha vissuta senza clamore, ma con una profonda, ostinata attenzione alla vita. La critica ha accostato la sua prosa, per finezza e misura, a quella di Colette, Katherine Mansfield e Jules Renard.