κάλλιστον μὲν ἐγὼ λείπω φάος ἠελίοιο,

δεύτερον ἄστρα φαεινὰ σεληναίης τε πρόσωπον

ἠδὲ καὶ ὡραίους σικύους καὶ μῆλα καὶ ὄγχνας

La cosa più bella che lascio è la luce del sole,

la seconda sono gli astri lucenti e il volto della luna

e poi anche i cetrioli maturi e le mele e le pere

(PMG 747)

C’è un frammento che sopravvive ai millenni e che elenca le cose per cui vale la pena vivere: la luce del sole, la luna, ma anche la dolcezza dei cetrioli e della frutta. È la voce di Prassilla di Sicione, una delle figure più poliedriche della lirica greca, capace di cantare con la stessa forza l’invincibile Achille e i piaceri semplici della terra.

Originaria della città greca di Sicione, situtata nel Peloponneso vicino al Golfo di Corinto, il nome di Prassilla viene citato per primo da Antipatro di Tessalonica (I sec. a.C. - I sec. d.C.) nella sua Corona delle poetesse (AP IX 26, 3), a indicare la centralità della sua produzione poetica per la cultura della Grecia arcaica. Come testimonia Ateneo di Naucrati (II sec. d.C.),1 Prassilla fu autrice di scoli, brevi poesie monodiche che contenevano massime o esortazioni per la vita, ma anche di ditirambi (canti corali in onore del dio Dioniso) e canzoni simposiali.

Il grammatico Efestione (II sec. d.C.) ci riporta un frammento di un ditirambo indirizzato ad Achille, a sua volta eco di un verso dell’Odissea (IX 33):

ἀλλὰ τεὸν οὒποτε θυμὸν ἐνὶ στήθεσσιν ἒπειθον

Ma mai riuscii a convincere il tuo cuore nel petto

(PMG 748)

Sempre Efestione ci informa di un metro poetico chiamato prassilleo in onore della poetessa di Sicione. Ci rimane testimonianza anche dei canti simposiali (drinking songs) composti da Prassilla. In un manoscritto del commediografo ateniese Aristofane (V sec. a.C.), il quale avrebbe parodiato un canto di Prassilla all’interno della propria commedia Le vespe, troviamo menzione in margine del verso prassilleo originale, proveniente da una fonte con ogni probabilità ancora accessibile al copista del manoscritto:

Ἀδμήτου λόγον ὦ ἑταῖρε μαθὼν τοὺς ἀγαθοὺς φίλει,

τῶν δειλῶν δ’ἀπέχου γνοὺς ὅτι δειλῶν ὀλιγα χάρις

O compagno, imparata la storia di Admeto, ama i valorosi,

ma tieni lontano i vili, sapendo che dai vili è poca la gratitudine

(PMG 749)

Questa citazione a margine, lungi dall’essere un semplice fossile filologico, è testimonianza di una straordinaria risonanza culturale da parte di Prassilla: il fatto che un autore celebre come Aristofane abbia scelto di parodiarne i versi rivela quanto la voce di Prassilla fosse conosciuta nella società greca del tempo, e capace di imporsi con forza persino nell’immaginario maschile, tanto da diventare riferimento culturale imprescindible e bersaglio d’eccezione per la satira della commedia attica.

Al centro di un curioso aneddoto che riguarda la figura di Prassilla è proprio il frammento iniziale PMG 747: proviene da un inno che ha come protagonista il giovane Adone, dotato di una bellezza talmente irresistibile da essere amato persino da Afrodite e Persefone, e infine ucciso da un cinghiale e trasformato nel fiore dell’anemone. Nella memoria antica è rimasto impresso il motto “più sciocco dell’Adone di Prassilla” per deridere la scelta della poetessa di accostare, nelle parole dell’eroe morente, lo splendore del sole con la semplicità dei cetrioli, delle mele e delle pere. In questa risposta che il giovane Adone rivolge dal regno delle ombre a chi gli chiede che cosa gli manchi di più del mondo superiore – in realtà – emerge tutta la sensibilità di Prassilla per la vita dell’uomo e l’importanza della sua dimensione quotidiana. Prassilla rivela così una comprensione profondamente umana della felicità: per lei, la gioia di esistere non risiede solo nei sublimi lumi celesti, ma anche nel piacere immediato e semplice dei frutti maturi della terra.

Attraverso echi verbali che richiamano la χάρις (“grazia”) poetica di Saffo – nella ricerca di ciò che è più bello (καλόν) e nella luminosità degli astri – riusciamo così a vedere uno scorcio dell’inno alla vita di Prassilla, inno che è allo stesso tempo celeste e terreno, e che nobilita il quotidiano attraverso la gravitas e la dignità del mito classico.

Nonostante l’ingiusta selezione del tempo abbia reso incompleta, per noi moderni, la figura di Prassilla, la sua eredità sopravvive con forza nel nome stesso del metro che la poetessa avrebbe inventato e in quella capacità lirica assolutamente moderna di non separare l’estasi del mito dalla concretezza della vita quotidiana.

Note


1 Ateneo di Naucrati, Deipnosofisti, XV, 49.


Fonti, risorse bibliografiche, siti su Prassilla di Sicione

Carey C., Praxilla, in The Oxford Classical Dictionary, 2012.
Page D.L., Poetae melici Graeci, Oxford, 1962, pp. 388-390.
Rayor D.J., Sappho’s Lyre: Archaic Lyric and Women Poets of Ancient Greece, 2019, p. 185.




Voce pubblicata nel: 2026

Ultimo aggiornamento: 2026