Tra la fine degli anni Venti e l’inizio degli anni Trenta, nello scenario artistico italiano si riscontrava un aspetto peculiare che si rifletteva nelle opere di diversi artisti e artiste impegnati a conciliare le tendenze moderne internazionali con la tradizione italiana. Questa propensione favorì in molti casi l’adesione alla corrente artistica Novecento, la quale sembrava promuovere tale equilibrio, all’insegna di un’arte conciliante. Si diffuse un vasto repertorio di paesaggi, nature morte, ritratti, autoritratti, interni con scene di vita familiare: tutti generi artistici molto vicini al vissuto femminile, confinato ai luoghi privati, domestici. L’interesse di molte artiste fu attirato da questo filone.
Ida Nasini Campanella si avvicinò alla linea novecentista, sviluppandola secondo la sua personale interpretazione. Fu tra le non numerose artiste che lavoravano per vivere, e per le quali dunque l’arte rappresentava una fonte di sostentamento. La sua vita fu travagliata e condizionata da continui trasferimenti in diverse realtà geografiche italiane e da eventi drammatici: dalla prematura vedovanza alla forzata separazione dalla sua unica figlia. Ricostruire il suo percorso di vita e artistico permette di riscoprire i diversi contesti culturali locali italiani nella loro dinamicità durante un periodo storico molto complesso.
Nacque a Roma nel 1894 e qui giovanissima frequentò i corsi dell’Accademia di Belle Arti e la Scuola serale libera del Nudo. I genitori erano originari di Recanati; il padre Alfredo era impiegato al Ministero delle poste e dei telegrafi. La madre Ilaria era una donna dal carattere forte, con alle spalle un’infanzia difficile e complicata in seguito alla perdita della madre. I due erano cugini e il loro matrimonio venne ostacolato dalle famiglie.
Nel 1915, in seguito all’avanzamento di carriera del padre, Ida insieme a tutta la famiglia si trasferì ad Ancona. L’anno seguente iniziò a insegnare disegno a Teramo. Il 1919 è un anno molto importante: qui si colloca la sua prima mostra personale. Il 1920 aprì una fitta fase di partecipazioni molto significative, durante la quale Ida iniziò a presenziare agli eventi del sistema espositivo nazionale. In questo periodo espose alla Mostra regionale abruzzese di Pescara e alla Mostra d’arte industriale del ferro battuto a Venezia.
Nel 1923 sposò il tenente pluridecorato Giuseppe Campanella, il quale in seguito morì a causa di una malattia contratta durante la guerra di trincea. Il matrimonio comportò un ulteriore spostamento, a Roma, dove nacque Raffaella, l’unica figlia, ricorrente come soggetto preferito dei suoi ritratti. Tra il 1925 e 1937 visse a Palermo con il marito e la figlia; a Palermo continuò a insegnare presso diversi istituti. In seguito alla scomparsa del marito fu costretta ad affidare temporaneamente la piccola Raffaella ai nonni: un distacco che affrontò con grande sofferenza. Dovette far fronte a una situazione economica molto difficile e precaria che la obbligò ad appoggiarsi ad alcuni parenti.
Il periodo palermitano racchiude gli anni più fervidi della sua creatività: tra il 1928 e il 1936 partecipò alle mostre del Sindacato regionale fascista Belle Arti di Sicilia. In concomitanza espose in diverse mostre nazionali prestigiose: nel 1929 alla Camerata degli artisti a Roma; nel 1931 a Tunisi; nel 1933 a Firenze; a Teramo nel 1930 e 1935; a Roma e a Pescara nel 1936.
In questo periodo si dedicò con grande passione all’insegnamento, impartendo lezioni non solo di pittura e disegno ma anche di artigianato artistico. Si avvicinò al gruppo locale degli artisti futuristi impegnati nella realizzazione di elementi d’arredamento e soprammobili. Frequentò laboratori artigianali autonomi come quello di Rosita Lo Iacono. In queste circostanze si cimentò con il legno dipinto e intagliato; le uniche testimonianze che risalgono a questi anni sono un pannello e una panca.
Lo scenario culturale e artistico palermitano particolarmente fervido aveva favorito lo sviluppo di gruppi di sperimentazione artistica e la frequentazione di studi e salotti, nei quali si diffusero le idee più innovative. Lo studio di Pippo Rizzo e il salotto di Lia Pasqualino Noto erano i due punti di riferimento più importanti per la ricerca artistica. Ida Nasini Campanella volutamente mantenne una certa distanza dai dibattiti più audaci e dalle sperimentazioni estreme. La sua moderazione si tradusse in una pittura per alcuni aspetti ancora legata agli insegnamenti appresi all’Accademia di Belle Arti di Roma; per altri aspetti invece autonoma, libera dall’influenza sperimentale del tardo futurismo e da quella della drammatica figuratività presente nelle opere di pittrici quali Boglino e Di Giorgio.
Il rifiuto verso lo sperimentalismo futurista risentiva del condizionamento dei suoi contatti romani: venne influenzata dalle indicazioni di “Valori plastici”, rivista diretta da Mario Broglio, la quale portava avanti una serrata polemica contro l’orientamento delle avanguardie del tempo. A questo contrapponeva “il contatto lirico con la natura, il reale, l’attenzione alle valenze formali e plastiche”.1 Nel 1937 si ricongiunse con la figlia, si trasferì in Campania vicino Eboli dove nel 1938 tenne una personale. Si inserì nel circuito delle mostre sindacali di Napoli, dove si stabilì dal 1939 fino al 1943. Nel frattempo, partecipò alla Biennale del 1942 con “Verso la meta”. Durante il periodo napoletano approfondì le tematiche del paesaggio e delle nature morte. I continui bombardamenti sul capoluogo partenopeo la costrinsero a ripararsi presso Teramo. Nel 1944 ritornò a Roma, dove insegnò fino al 1958. Il periodo romano la vide particolarmente attiva nella vita artistica della città; risalgono a questa fase importanti mostre personali e collettive. Nel 1975 insieme alla figlia e alla sorella si trasferì a Siena, dove continuò a dipingere fino al 1979, anno della morte.2
Le sue scelte tematiche non si discostarono da quelle ricorrenti nella pittura del tempo, pur presentando una rielaborazione personale. La sua produzione artistica è ricca di ritratti femminili nei quali focalizza la sua attenzione sui volti delle protagoniste delle sue opere. Esistono anche diversi autoritratti – riconducibili a momenti diversi della sua produzione artistica – in cui ritornò sul proprio volto attraverso una scrupolosa analisi. Quest’ultima costituiva una sorta di indagine introspettiva. Prediligeva sorprendersi in pose e atteggiamenti. Nel ritratto e nell’autoritratto mirava all’essenza dell’io. Aveva inoltre elaborato una composizione ricorrente costituita da uno sfondo architettonico in cui il soggetto veniva investito da una luce esterna; la luce contrastava e allo stesso tempo rischiarava l’oscurità dell’ambiente.
La figlia Raffaella fu il suo soggetto preferito. La forzata separazione stimolò una produzione frenetica dedicatale, nella quale l’artista la seguì in tutte le fasi della crescita registrando minuziosamente i cambiamenti. La studiosa Anna Maria Ruta3 mette in rilievo un aspetto essenziale dei ritratti femminili di Ida Nasini Campanella:
“i ritratti delle tante fanciulle e donne, note e ignote, ritratte come simboli di un’umanità smarrita, assorta sul proprio doloroso essere, senza sorriso sempre, con la vita tutta concentrata negli occhi, che guardano fissi verso un ignoto indecifrabile, da cui non ci si aspetta nulla”.
La studiosa si sofferma su un aspetto significativo: l’artista sembrava voler esprimere l’incertezza sul futuro e lo smarrimento che l’umanità in generale viveva in quel periodo, attraverso il “male di vivere personale” dei soggetti che ritraeva. In tale prospettiva, il ritratto divenne il veicolo di una drammaticità profonda che univa il singolo al resto della società, nella condivisione di un disagio esistenziale. Queste peculiarità lo diversificavano dal ritratto inserito “nella serena pacificazione che l’arte di Stato voleva celebrare”. Questi aspetti potrebbero suggerire una forma di dissenso dell’artista verso canoni imposti implicitamente dall’arte di Stato e allo stesso tempo verso “l’iconoclastia delle avanguardie”.4
“Fanciulla dormiente” del 1939, ritratto del corpo della figlia, rappresenta un modo diverso di interpretare il nudo: meno sensuale, privo di immagini corpose e segnate da componenti ideologiche.
Infine, la sua attrazione per le navi da guerra diede vita a un ciclo di dipinti ispirati all’attracco nel porto di Palermo.5 Fu l’unica donna a cui fu concesso il permesso di visitare e ritrarre nel 1936 l’incrociatore da guerra Giovanni delle Bande Nere. In particolare, nel dipinto “Giovanni delle Bande nere” dimostrò la sua abilità e talento nel rappresentare con sguardo analitico e grande precisione i dettagli meccanici.
Crispolti E., Ruta A.M. (a cura di), Ida Nasini Campanella. Opere dal 1920 al 1972, Edizioni Polistampa, Firenze, 2002.
Perugini M. (a cura di), Ida Nasini Campanella (1894-1979), Comune di Siena Assessorato alla Cultura Comitato di Ente per le Pari Opportunità, Siena 2000.
Troisi S. (a cura di), Arte in Sicilia negli anni Trenta, Electa, Napoli 1996.
Sarfatti M., Il significato del Novecento Italiano, catalogo della mostra Novecento Italiano, Amburgo 1927.
Ruta A.M. (a cura di), Artedonna. Cento anni di arte femminile in Sicilia. 1850-1950, Edizioni di Passaggio, Palermo 2012.
Voce pubblicata nel: 2016
Ultimo aggiornamento: 2026