“L’indipendenza si conquista, non si regala”

Fadéla M’rabet è stata una scrittrice impegnata e una pioniera del femminismo algerino. Biologa, insegnante, scrittrice e militante, si è spenta il 14 maggio 2025 a Parigi all’età di novant’anni, dopo una vita dedicata alla causa femminile, all’identità e alla libertà e a denunciare il sistema patriarcale. Rimane tuttora un punto di riferimento nella battaglia delle donne per la loro emancipazione. Eppure, nonostante l’importanza della sua eredità intellettuale, è ancora poco conosciuta, poco tradotta e poco letta soprattutto dalle generazioni più giovani, come spesso accade con molte scrittrici femministe del Maghreb e del mondo arabo.

Nasce il 12 aprile 1935 a Skikda, una città sulla riva del Mediterraneo, nell’est dell’Algeria. Cresce in una famiglia progressista. Il padre, formatosi presso l’Istituto islamico di Al-Zaytuna, la celebre moschea-università di Tunisi, era un uomo istruito, membro del movimento degli Ulema1 e amico di Abd al-Hamid Ibn Badis, il noto pensatore e riformista islamico. Fu il primo nella sua città a mandare le proprie figlie a scuola, in un’epoca in cui poche ragazze avevano accesso all’istruzione.

Una figura fondamentale nell’infanzia di Fadéla è rappresentata dalla nonna, Djedda Djemaa, donna forte, rispettata e indipendente. Sposata a quattordici anni e rimasta vedova a ventisei, scelse di non risposarsi e di esercitare la professione di levatrice. Questa figura femminile potente ebbe un’influenza determinante sulla bambina, orientandola, in seguito, verso il suo impegno per i diritti delle donne. “Come dimenticare queste donne che mi hanno dato la vita, curata, nutrita, amata? Ho subito capito che rappresentavano le prime donne dell’umanità, donne africane. Come dimenticare la dignità di questa entrata al mondo e la sua diversità?”2 Il romanzo autobiografico Une enfance singulière (2004) si costruisce intorno alla figura di Djedda, che rappresenta il nucleo centrale del raccont, nel quale la bambina scopre il mondo degli adulti, in particolare il mondo femminile. Con questa storia la scrittrice mette in luce il lato tragico della condizione femminile in una società che rimane, sia per gli uomini che per le donne, profondamente segnata dalla tradizione e da un’organizzazione patriarcale. Djedda diventa, nell’infanzia di Fadéla, il modello della donna emancipata. La narratrice celebra, a ogni pagina, sua nonna, il cui ruolo è dominante soprattutto a livello socioeconomico e scientifico, nella sua funzione di levatrice tradizionale.

Fadéla descrive la sofferenza delle donne algerine, delle neonate accolte con dispetto, delle ragazze rinchiuse nelle case, alle quali la scuola è vietata, delle giovani obbligate a portare il velo e violentate, delle donne maltrattate e senza risorse economiche, delle donne malate e abbandonate, solitarie e suicide. Djedda diventa così la testimone privilegiata della situazione nella quale vivono queste donne che hanno popolato la sua infanzia: “Djedda era la nostra mediatrice e il principale contatto col mondo esterno che, per noi, era essenzialmente femminile. Visitava le partorienti e le donne ammalate. La maggior parte di loro erano povere e si lamentavano innanzitutto dell’estrema miseria e poi delle malattie. Sotto l’occhio indagatore di Djedda, capitava che alzassero le maniche e le loro gonne per mostrare lividi e le tracce dei maltrattamenti dei mariti. Strappate giovanissime alle loro famiglie, la maggior parte di loro aveva molti bambini ma ne avevano persi altri e tanti. Quasi tutte subivano violenza domestica. Numerose erano state ripudiate”3.

Nel racconto autobiografico, Fadéla M’Rabet intreccia memoria individuale e collettiva attorno alla figura della nonna, Djedda, per portare alla luce la condizione femminile nella società algerina. Lo sguardo dell’infanzia diventa il prisma attraverso cui rivelare, con disarmante semplicità, la realtà sofferta delle donne che la circondano. Una delle più importanti voci del femminismo arabo, Nawal al-Sa’dawi, scrittrice, psichiatra e saggista egiziana, ha riconosciuto, nello stesso modo, il ruolo decisivo che sua nonna ebbe nella sua formazione, confermando così il valore profondo delle genealogie femminili nella costruzione di una coscienza emancipatrice.

Fadéla M’rabet è stata inoltre una delle prime donne algerine a studiare all’estero. Nel 1954, ancora prima dell’indipendenza dell’Algeria, parte per la Francia e si stabilisce a Strasburgo, dove consegue il dottorato in biologia. Nello stesso periodo Fatima-Zohra Imalayène, che presto diventerà famosa sotto lo pseudonimo di Assia Djebar, lascia l’Algeria ed entra nella Scuola normale superiore per ragazze di Sèvres, dove studierà storia.

Nel 1962 Fadéla torna nel suo paese natale e, a partire dal 1963, insegna scienze naturali al liceo. Riconosciuta come una delle prime voci femministe dell’Algeria postcoloniale, trova il suo posto anche alla radio algerina Alger Chaîne 3, dove, insieme al marito conosciuto in Francia, Maurice Maschino (poi Tarek Maurice Maschino in seguito all’ottenimento della cittadinanza algerina), conduce tra il 1963 e il 1967 diversi programmi culturali ed educativi: Le Magazine de la jeunesse, Cinq minutes d’histoire de l’Afrique e Des livres et des hommes.

“Io ho vissuto la colonizzazione, la guerra, l’indipendenza – ciò che io chiamo l’Algeria delle illusioni. Però, da sempre, ho visto la società algerina assetata di sapere. Non sono i soldi a fare sognare qui. È il sapere”4 confida nel 1968 al giornalista Robert Bouchard de l’Office national de radiodiffusion télévision française. In epoca coloniale, “Il dottorato e il diploma erano incorniciati come la Gioconda nel salone familiare”5, afferma ancora nel corso della stessa intervista.

A partire dal 1965, Fadéla M’rabet pubblica due opere fondamentali che segnano la nascita di una riflessione femminista autonoma in Algeria: La Femme algérienne (1965) presso l’editore Maspero, seguito da Les Algériennes (1967). Questi saggi sono considerati tra i primi studi che analizzano la condizione femminile nell’Algeria post-indipendenza e suscitano un ampio dibattito nel paese. Giudicati sovversivi dal regime del presidente Houari Boumediene, le valgono l’interdizione dall’insegnamento, l’allontanamento dalla radio e, nel 1971, la partenza per l’esilio in Francia.

Fadéla si stabilisce a Parigi, diventa docente universitaria e medico ospedaliero presso il Broussais-Hôtel-Dieu, continuando al contempo il suo impegno militante. Durante l’esilio continuerà a scrivere e a riflettere sulle questioni della libertà, dell’identità e del ruolo delle donne nel mondo arabo. Il suo pensiero si distingue per la sua lucidità e per il rifiuto di ogni forma di dogmatismo: femminista, ma anche laica e umanista, difende un’idea di emancipazione fondata sull’istruzione, sulla libertà di coscienza e sulla parità tra i sessi come condizione essenziale per lo sviluppo di una società giusta e moderna. Attraverso La Femme algérienne (1964) e Les Algériennes (1967) denuncia apertamente la condizione di subordinazione delle donne algerine, in netto contrasto con il clima nazionalista dell’epoca, che tendeva a mettere a tacere le rivendicazioni femminili in nome dell’unità nazionale.

Attraverso una scrittura limpida e militante, Fadela M’rabet denuncia con audacia e coraggio il patriarcato e i privilegi maschili in tutti gli ambiti, compreso il FLN, in cui le militanti furono marginalizzate alla fine della guerra di liberazione. Mette in luce la condizione subordinata della donna nella società algerina e la contraddizione tra i principi proclamati durante la lotta di liberazione e la realtà postcoloniale, in cui le donne vengono nuovamente escluse dallo spazio pubblico.

Fadéla M’rabet non ha mai nascosto il suo impegno politico, e leggere La Femme algérienne, che illustra con chiarezza il suo impegno e la sua lucidità, significa portare avanti questa riflessione: “L’emancipazione femminile, dichiarava il Presidente Ben Bella all’apertura del convegno del Partito, non è un aspetto secondario che si aggiunge agli altri obiettivi; si tratta di un problema la cui soluzione è un prerequisito fondamentale a qualsiasi forma di socialismo”.6 In questo passaggio, M’rabet sottolinea come la questione femminile non possa essere relegata a un piano secondario nei progetti di trasformazione sociale. Critica i ritardi e le giustificazioni politiche che ostacolano l’emancipazione delle donne, affermando che la loro condizione è al cuore stesso delle dinamiche sociali ed economiche.

Tra le sue opere più significative ricordiamo anche La femme et la loi (1985), Une Algérienne debout (1991) e Une enfance singulière (2002). Nel 2003, una forma di riconoscimento le arriva attraverso l’invito della ministra algerina della cultura di allora, Khalida Toumi, al Salone del libro di Algeri, per presentare il romanzo Une enfance singulière, il racconto della sua infanzia algerina.

In generale, M’rabet ebbe il merito di smascherare una contraddizione centrale: la rivoluzione algerina aveva promesso libertà e uguaglianza, ma nella pratica le donne continuavano a essere escluse dalla vita pubblica, costrette al matrimonio precoce, private di autonomia e soggette a norme patriarcali. La sua critica era quindi doppiamente scomoda, rivolta sia al colonialismo che alla società algerina stessa. Il suo approccio era inoltre innovativo perché si basava su testimonianze dirette e concrete di donne comuni, dando voce a esperienze reali piuttosto che a discorsi astratti. Per tutto questo rimase una figura isolata e controcorrente, il che rende la sua opera ancora più significativa: aprì un dibattito che il contesto politico e culturale cercava di soffocare, ponendo le basi per il femminismo algerino delle generazioni successive. A distanza di decenni, la sua voce rimane attuale. Nel suo percorso personale e intellettuale si rispecchia la storia di molte donne del Mediterraneo: donne che, attraverso la parola e la scrittura, hanno trasformato la loro esperienza individuale in una testimonianza universale di libertà e dignità.

La scarsa conoscenza della scrittrice tra le nuove generazioni algerine ha diverse cause interconnesse. Le sue opere degli anni Sessanta denunciavano con rara chiarezza le pesantezze religiose, le tradizioni oppressive e l’ipocrisia delle élite. M’rabet criticò inoltre apertamente il fatto che le donne che avevano militato nel FLN durante la guerra di liberazione furono rapidamente marginalizzate dopo l’indipendenza. Questa rottura con il paese impedì per decenni la circolazione delle sue opere e la trasmissione della sua memoria, creando una sorta di damnatio memoriae intorno alla sua figura. La rottura generazionale è quindi profonda.

Paradossalmente, mentre i diritti delle donne restano un campo di battaglia politica e culturale in Algeria, la figura che per prima sollevò questi temi rimane poco nota, probabilmente perché riconoscerla significherebbe ammettere la longevità dei problemi che denunciava. In ogni caso, nonostante le difficoltà e le interruzioni storiche, la lotta femminista in Algeria prosegue con determinazione. Dopo la violenza della “decade nera” degli anni Novanta, dal 2015 il movimento ha ritrovato slancio grazie ai social network, permettendo finalmente un dialogo intergenerazionale tra le veterane e le nuove militanti.

L’Hirak (lett. “Movimento”) del 2019 ha segnato un momento cruciale per il rinnovamento del movimento femminista. Da questo slancio sono nati collettivi come Femmes algériennes pour le changement et l’égalité e il Journal Féministe Algérien, fondato da Amel Hadjadj, che dal 2020 forma giovani attiviste alla creazione di contenuti femministi. Radio Voix de Femmes, attiva dal 1995 con le giornaliste Medjeda Zouine e Nadjoua Rahem, continua a dare voce alle donne attraverso programmi come Laha podcast, che affronta le discriminazioni subite dalle donne, in particolare quelle imposte dal Codice della famiglia. Le rivendicazioni restano le stesse denunciate da Fadéla M’rabet decenni fa: l’abrogazione del Codice della famiglia, la lotta contro le violenze, il diritto all’autodeterminazione. Alcune conquiste sono state ottenute negli ultimi anni, come l’estensione del congedo di maternità e la rimozione delle riserve sulla libertà di movimento delle donne. Tuttavia, la strada verso la piena uguaglianza resta lunga e l’eredità di M’rabet dovrebbe continuare a ispirare le nuove generazioni di femministe algerine.

Note


1 Gli ulema (dall’arabo ‘ulamā’, plurale di ‘ālim, “sapiente/dotto”) sono i dotti e teologi musulmani esperti nelle scienze religiose, in particolare nel diritto islamico (shari’a).
2 “Comment oublier ces femmes qui m'ont donné la vie, soignée, nourrie, aimée? J'ai tout de suite compris qu'elles représentaient les premières femmes de l'humanité, des femmes africaines. Comment oublier la dignité de cette entrée au monde et sa diversité?" (Fadéla M'Rabet, La salle d'attente). Traduzione di Triki Sandra Sabrina, come per le citazioni in nota successive.
3 "Djedda était notre médiateur et notre principal contact avec le monde extérieur qui, pour nous, était essentiellement féminin. Elle rendait visite aux accouchées, aux femmes malades. La plupart des hôtesses étaient pauvres. Elles se plaignaient avant tout de leur misère matérielle. Elles se plaignaient aussi de leurs maladies. Devant l’œil scrutateur de Djedda, il arrivait qu’elles relèvent leurs manches et leur jupe pour montrer des ecchymoses, traces des coups infligés par leurs maris. (…) Arrachées très jeunes à leur famille, la plupart avaient beaucoup d’enfants et en avaient perdu autant. Presque toutes étaient battues par leurs maris. Nombreuses étaient les répudiées” (Fadéla M'Rabet, 2004).
4 "Moi, j'ai vécu la colonisation, la guerre, l'indépendance – que j'appelle l’Algérie des illusions. Et pourtant, depuis toujours, j'ai vu la société algérienne assoiffée de savoir. Ce n'est pas l'argent qui fait rêver ici. C'est le savoir”.
5 "Le doctorat et le diplôme était encadré comme la Joconde dans le salon familial".
6 "La libération de la femme, déclarait le Président Ben Bella en ouvrant les assises du Parti, n'est pas un aspect secondaire qui se surajoute à nos autres objectifs ; elle est un problème dont la solution est un préalable à toute espèce de socialisme".


Fonti, risorse bibliografiche, siti su Fadela M'rabet

Opere di Fadéla M’Rabet presso des femmes-Antoinette Fouque
Le chat aux yeux d’or. Une illusion algérienne (2006)
La Salle d’attente (2013)

Opere uscite presso altri editori
La Femme algérienne (Maspero, 1965)
Les Algériennes (Maspero, 1967)
L’Algérie des illusions: la révolution confisquée en collaboration avec Maurice T. Maschino (Robert Laffont, 1972)
Une enfance singulière (Balland, 2003)
Une femme d’ici et d’ailleurs (Aube, 2005)
Le Muezzin aux yeux bleus (Riveneuve, 2008)
Alger, un théâtre de revenants (Riveneuve, 2010)
Le Café de l’imam (Riveneuve, 2011)
Alger, un théâtre de revenants (Dalimen, 2011)
Le café de l’imam (Dalimen, 2011)

Nota bibliografica

Giulia Crisci, La voce delle donne è una rivoluzione, in OrientXXI, 16 settembre 2024.

Melina Malek, Décès de Fadéla M’Rabet: une vie dédiée au féminisme et à la défense de la tolérance, in 24H Algérie, 14 maggio 2025.

Ghezali Nait Amara, Djedda dans une enfance singulière, mémoire et voix féminine, in Revue algérienne des lettres, vol. 5, n. 2 (2021), pp. 55-67.

Interviste video a Fadéla M’Rabet, YouTube.




Voce pubblicata nel: 2025

Ultimo aggiornamento: 2026