Figura cardine della cultura del secondo Novecento, antifascista, storica dell’arte, tra le prime donne alla direzione di importanti musei, Caterina Marcenaro ha a lungo dominato la scena culturale genovese, dandole una risonanza internazionale.

A lei si deve la creazione del sistema dei musei civici di Genova, oggi patrimonio Unesco, ma soprattutto una nuova visione della città. E, da Genova, un nuovo futuro per il paese.

Come Palma Bucarelli a Roma, come Fernanda Wittgens a Milano, come tante altre donne e uomini di quella generazione, Marcenaro è una pioniera nel suo campo. Nella città della Lanterna Caterina riesce a realizzare un importante sistema museale cittadino, in un contesto in cui la cultura, considerata al pari di altri servizi come scuola o ospedali, sarà parte fondamentale della ricostruzione. Nell’Italia del dopoguerra c’erano da sanare profonde ferite, da restaurare e riaprire — da Genova a Verona, da Milano a Palermo — alcuni tra i musei e palazzi più importanti della penisola. La sfida era enorme e fu raccolta da una generazione che aveva vissuto sulla propria pelle il significato della falsificazione culturale imposta dal regime.

«Gli amici comuni ed io abbiamo vissuto vicende molto pesanti», scrive in una lettera Marcenaro, «alcuni se ne sono andati, beati loro, altri sono rimasti, ma mutati e dispersi. Io son sola, dal ’45 per la perdita della Mamma». Già orfana a soli due anni del padre, solo grazie al fratello Mario, che ha lavorato nell’edilizia fin da poco più che bambino, Caterina può studiare, laureandosi a Genova. Si perfeziona poi in storia dell’arte a Roma, alla Sapienza. Morta anche la madre, emigrato il fratello con cui — senza che se ne conosca la ragione — perde i contatti, Caterina non ha più nessun legame famigliare. A lungo i suoi due nipoti, Pietro e Andrea, non sapranno neppure di avere, a Genova, una zia. «Quando ne scoprii l’esistenza», racconta Pietro Marcenaro, «era il 1966 e avevo diciannove anni. Andai subito a bussare a Palazzo Rosso, facendo in tempo a organizzare la riconciliazione tra mio padre, al tempo già malato, e la sorella». In quei decenni zia Caterina aveva già profondamente cambiato il volto della città di Genova.

La riapertura, nel 1950, di Palazzo Bianco e, successivamente, degli altri musei (il Museo del Tesoro di San Lorenzo nel ’56, Palazzo Rosso nel ’60, il Museo Chiossone nel ’71) diventò immediatamente il simbolo della ricostruzione del paese: nel periodo immediatamente successivo, Ignazio Gardella allestì le sale dei Primitivi agli Uffizi e Carlo Scarpa inaugurò il Museo Nazionale di Palermo.
Questi musei, nati da un’interpretazione formalistica dell’opera d’arte, segnano anche dal punto di vista estetico un punto di rottura, una tabula rasa da quel tragico passato, e sono espressione compiuta di un nuovo presente possibile. Sono uno shock per i visitatori abituati agli allestimenti di matrice storicistica.

Così l’apertura di Palazzo Bianco del ’50 fa il giro delle più importanti riviste di tutto il mondo. L’interpretazione di Caterina Marcenaro e di Franco Albini dei frammenti del monumento sepolcrale a Margherita di Brabante di Giovanni Pisano assurgono immediatamente a simbolo di una stagione d’oro, quella della museologia italiana. I plausi sono tutti per l’architetto, a lungo e giustamente celebrato. Le critiche mosse dai detrattori di questo approccio progettuale sono tutte per Marcenaro, ben presto condannata a una vera e propria damnatio memoriae.

Nella sua vita professionale è stata spesso unica donna — come tante di quella generazione ammesse per la prima volta al voto nel ’46 — a prendere la parola in tavoli occupati quasi esclusivamente da uomini. Un giorno, durante un suo intervento in quanto direttrice dell’Ufficio Belle Arti, sente un tecnico sussurrare a un collega un commento su di lei: «Le donne ragionano con l’utero». Marcenaro termina serafica il suo intervento poi, dopo una pausa, rivolgendosi direttamente al primo cittadino, Vittorio Pertusio, dice: «Signor sindaco, voglio fare un’aggiunta. Com’è noto ho avuto un’operazione che mi ha asportato tutto l’apparato femminile. L’ingegner Mannelli invece non ha subito intervento per cui il suo commento è da attribuire ai suoi coglioni».

Durante un’altra riunione pubblica in Comune, come sempre unica donna al tavolo, se ne uscì con un: «sia ben chiaro che io sono vergine, ci tengo a dirlo». Una rivendicazione contraccambiata dalla stampa del tempo: i giornalisti la chiamano sempre “signorina”, per la sua scelta di non sposarsi. Genova ricorderà Marcenaro solo di rado, spesso con l’epiteto di “zarina di Tursi”, sottolineandone il piglio risoluto con una sottile malignità.
«L’odio continua, ma la suggestione è tale che ci si limita a dir male di me, ma non si osa demolire il Museo», scrisse un giorno con la consueta lungimiranza Marcenaro all’amico Giulio Carlo Argan. Si riferiva al Museo del Tesoro, capolavoro suo e di Albini insieme a Franca Helg. Infatti, pur avendo Genova via via smantellato tutti gli altri suoi musei, il Museo del Tesoro resiste, grossomodo intatto, sotto il cortile dell’arcivescovado.

La modernità degli allestimenti d’avanguardia che Marcenaro è riuscita a introdurre negli antichi palazzi della duchessa di Galliera è vanto internazionale (consacrata da un’epocale mostra che si tenne al MoMA di New York nel 1968). La stampa non ebbe, al tempo, la stessa lungimiranza: «La signorina Marcenaro – tuonava all’epoca il giornalista genovese Giovanni Ansaldo su “Il Borghese” – ha introdotto nelle sale di palazzo Bianco un arredamento che a suo tempo ha fatto discorrere tutta Genova. Essa cioè, al posto degli antichi divani di velluto collocò seggiole che se è vero quanto pure è stato sussurrato, sono costate al Comune di Genova somme egregie; e seggiole che hanno una maledettissima somiglianza con le ‘sdraie’ in pelle, alla sahariana, che ogni turista si portava da Tripoli come ricordo». Oggi, come noto, le “tripoline” di Albini, per il cui inserimento nel museo genovese Marcenaro si è battuta, sono un caposaldo del design.

Le scelte così radicali degli allestimenti creati da Marcenaro nei musei municipali della città, di Genova, segnano la volontà di fare, si diceva, tabula rasa di un passato vicino doloroso. Il fascismo, la guerra, le perdite. È una scelta senza padri (lei che era rimasta orfana del suo da bambina) né tradizione, una scelta di chi come lei, sopravvissuta tra i sopravvissuti, vuole rinascere. Simbolo di una generazione che contribuisce alla rinascita dell’intero paese.

Fonti, risorse bibliografiche, siti su Caterina Marcenaro


R. Fontanarossa, La capostipite di sé. Una donna alla guida dei musei. Caterina Marcenaro a Genova 1948-’71, Etgraphiae, Roma 2015 da cui è stato tratto il podcast Caterina Marcenaro, serie “Paladine”, Chora Media (Ministero della cultura), con la voce di Serena Dandini

R. Fontanarossa, R. Fontanarossa, White cube versus period rooms: display dei musei genovesi tra avanguardie e attualità, in atti del convegno Rinnovare i musei dei maestri, a cura di Enrico Pinna-Vincenzo Tiné, Genova, Sagep, 2019;

R. Fontanarossa, Storia di Margherita. Genealogia di un’icona della museologia moderna, in “Artibus et Historia”, studi in onore di Mauro Lucco, a cura di Peter Humfrey, n. 80, 2019, pp. 303-317;

R. Fontanarossa, White cube versus period rooms e il ritorno dei cadre de vie nei musei albiniani, in L’esperienza dello spazio: collezioni, musei, gallerie, a cura di Chiara Giulia Morandi, Caterina Sinigaglia, Michela Tessari, Irene Di Pietro, Davide Da Pieve, Bologna, Bononia University Press, 2020, pp. 121-138.



Voce pubblicata nel: 2026

Ultimo aggiornamento: 2026