Rosemary Radford Ruether, nata a Saint Paul, Minnesota, il 2 novembre 1936, è stata una delle figure più influenti della teologia femminista e dell’ecofemminismo. La sua vasta opera, che include il testo fondamentale del 1983 Sexism and God-Talk: Toward a Feminist Theology, ha cercato di ricostruire i simboli principali della teologia cristiana da una prospettiva femminista, ponendo l’accento sulla liberazione e sull’inclusione. Il suo percorso intellettuale è stato profondamente plasmato da un ambiente familiare e sociale ecumenico e interreligioso, come ha descritto nella sua autobiografia del 2013, My Quests for Hope and Meaning.
Fin dalla giovane età, sperimenta la presenza di quelle che definisce “Matricentric Enclaves”, ovvero «donne intelligenti, articolate e sicure di sé».1 A causa della partenza del padre per una missione americana in Grecia e della sua successiva morte nel 1948, Ruether cresce con la madre, Rebecca Cresap, e la zia Mary, figure che si occupano del sostentamento familiare in una casa a Washington. La madre, in particolare, la sostiene incondizionatamente, incoraggiandola a considerare diverse professioni (pittrice, medico, avvocato) ma mai focalizzandosi sull’essere solo moglie e madre.
Le sue sorelle, Manette e Bequita, pur avendo percorsi diversi – Bequita inizialmente più conservatrice, poi insegnante di studi biblici, e Manette studiosa di scienze politiche e musicista – fanno parte di questa famiglia di cinque donne. Anche la sua formazione iniziale è guidata da un mondo femminile.
Frequenta la scuola cattolica Dunblane Hall e poi l’Immacolata, dove le Suore della Provvidenza sono insegnanti (soprattutto maestre di scrittura per il futuro) e compagne di gioco, occupandosi di tutto, dalla scuola alla liturgia. In questo contesto, ricorda i sacerdoti come figure distanti con cui non ha mai proferito parola, dichiarando: «Maria era la nostra dea in questo dramma; Cristo, Dio Padre o i sacerdoti non si vedevano da nessuna parte».2
Un’altra enclave fondamentale è la rete di amiche della madre a La Jolla, California, in particolare Helen Marston Beardsley. Settantenne, attiva socialista e co-fondatrice della Women’s International League for Peace and Freedom (WILPF) e dell’American Civil Liberties Union (ACLU), Beardsley stimola in Ruether la forma mentis politica e l’impegno nei diritti civili. L’istinto femminista di Ruether si manifesta implicitamente fin dagli anni dello Scripps College, a Claremont in California.
Una sua insegnante di francese, Madame Glenn, la avverte: «Attenta. Diventerai una femminista!».3 L’autrice statunitense riconoscerà soltanto in seguito, con la nuova vitalità del movimento, di aver abbracciato una prospettiva femminista in modo latente e profondo sin dall’inizio, così come lo erano, pur senza dichiararlo, la madre e le amiche.
Dopo aver conseguito un master e un dottorato in studi classici e patristici, e aver pubblicato The Church against Itself, l’impegno di Ruether si sposta decisamente sulla giustizia sociale. Lavora per i diritti civili degli afroamericani in Mississippi, esperienza che la segna profondamente, facendole prendere consapevolezza dell’eredità della discriminazione razziale. Successivamente insegna alla Black Howard University di Washington DC, un ambiente che le chiarisce ulteriormente le radici della supremazia bianca e del colonialismo.
L’esplosione del femminismo a metà degli anni Sessanta, alimentata da testi come The Feminine Mystique di Betty Friedan (che porta alla fondazione della NOW, National Organization for Women), la spinge a unire la riflessione femminista alla teologia. Il suo primo saggio, Male Chauvinist Theology and the Anger of Women, la colloca tra le voci più rilevanti nella critica al sessismo religioso.
In questo periodo, la sua concezione del divino subisce una trasformazione radicale: si distacca dall’immagine tradizionale di un Dio anziano e patriarcale, posto su un trono celeste, per aprirsi a una comprensione più fluida e non antropomorfica della divinità, intesa come energia generativa e vitale. Ruether descrive questa realtà ultima come più materna che paterna, riconoscendole nomi come Grande Madre o Santa Sapienza.
Tale visione nasce da un’esperienza concreta: la rete di donne, madri e figure femminili, che l’ha nutrita e sostenuta nel corso della vita. L’autrice conia il termine God/ess (Dio/Dea), inteso come un “simbolo scritto” che combina le forme maschili e femminili del divino, pur preservando l’affermazione giudaico-cristiana dell’unicità di Dio. Riconosce che l’autentica divinità trascende il genere, pur fungendo da fondamento della personalità sia maschile che femminile.
Nel 1972, dà alle stampe Liberation Theology: Human Hope Confronts Christian History and American Power, una raccolta di saggi che delinea i temi cruciali che approfondirà nei decenni successivi: il dilemma del cristianesimo, l’antisemitismo (Faith and Fratricide, 1974), il sessismo, l’ecologia e le teologie della liberazione.
Assume la cattedra Georgia Harkness in Teologia Applicata presso il Garrett-Evangelical Theological Seminary. Qui, collabora strettamente con altre studiose, in particolare con Rosemary Keller, teologa e collega con cui condivide progetti accademici e di vita. Insieme a Dorothy Jean Furnish, le tre lavorano per ampliare la docenza femminile nel seminario.
La Keller diventerà poi la prima donna a ricoprire il ruolo di decano sia al Garrett (1993) sia allo Union Theological Seminary di New York (1996). Insieme, le due studiose pubblicano quattro volumi su Women and Religion in America e l’Encyclopedia of Women and Religion in North America (2006). L’impegno di Ruether la rende una grande esperta e rappresentante dell’ecofemminismo. Il suo lavoro fonde in modo originale la critica al patriarcato con una lucida denuncia della crisi ecologica contemporanea.
Al centro della sua riflessione si colloca l’idea che il dominio esercitato sull’ambiente trovi una correlazione strutturale e simbolica con l’assoggettamento delle donne, entrambi prodotti di una visione patriarcale del mondo. Questa prospettiva trova piena espressione nel volume Gaia & God: An Ecofeminist Theology of Earth Healing (1992), opera di riferimento per l’ecoteologia femminista. Andata in pensione nel 2002, continuò a insegnare trasferendosi a San Diego con il marito Herman Ruether, docente universitario e padre dei loro tre figli. In quegli anni tenne corsi alla Graduate Theological Union di Berkeley, in California.
Più volte, durante la sua carriera, le fu chiesto perché fosse rimasta nella Chiesa cattolica mentre molte sue colleghe femministe la abbandonavano. La sua risposta, nel 1985 alla rivista US Catholic, fu chiara:
Come femminista, ho una sola ragione per restare nella Chiesa cattolica: cercare di cambiarla.
Autrice di una vastissima produzione, oltre dodici lauree
honoris causa e numerose onorificenze accademiche
4, fu colpita da un grave ictus nel 2016.
5
Rosemary Radford Ruether si spense il 21 maggio 2022 a Pomona, in California, all’età di 85 anni; la notizia fu resa nota dalla figlia Mimi Ruether.6
Note
1 «
intelligent, articulate, and self-confident women», R. R. Ruether,
My Quests for Hope and Meaning. An Autobiography, Cascade Books, Eugene (Oregon) 2013, p. 1.
2 «
Mary was our goddess in this drama; Christ, God the Father, or priests nowhere to be seen», Ruether,
My Quests for Hope and Meaning, 4.
3 «
Watch out. You will become a feminist!», Ruether,
My Quests for Hope and Meaning, 9.
4 Cf. NCR,
The life of ‘scholar activist’ Rosemary Radford Ruether: online a
questo link.
5 Cf. NCR,
Remembering Rosemary Radford Ruether’s voice: online a
questo link.
6 Cf. The New York Times,
Rosemary Radford Ruether, Feminist Theologian, Dies at 85: online a
questo link.