Maryse Condé, insegnante, giornalista e scrittrice francofona, ha prestato la sua voce e le sue parole alla denuncia dei crimini del colonialismo e ha rivestito un ruolo importante nella lotta contro le disparità di genere e il razzismo.
Marise Liliane Apolline Boucolon nasce l’11 febbraio 1934 a Pointe-à-Pitre, in Guadalupa. Ultima di otto figli, cresce in quello che definisce “luogo embrione della borghesia nera”. “Mio padre ordinava libri di letteratura francese (…); non li leggeva, ma io e mio fratello tagliavamo le pagine e li leggevamo. Fin da piccoli eravamo impregnati di letteratura e cultura francesi”1. Grazie al relativo benessere della famiglia, Maryse scopre il peso e il significato del colonialismo solo quando si trasferisce a Parigi, nel 1953.
Arrivata nella capitale a diciannove anni, diventa amica di Françoise Bruhat, figlia di Jean Bruhat, storico marxista che insegna all’università della Sorbona. Sono proprio loro a parlarle per la prima volta della schiavitù; su questo dirà: “Ho capito perché ci fossero dei neri nelle Antille”2. Scopre allora gli scrittori della negritudine – il movimento che rivendica il valore e l’orgoglio dell’essere neri – e il Discorso sul colonialismo di Aimé Césaire le apre gli occhi. Inizia così a scrivere articoli su riviste studentesche, inaugurando quella che sarà una proficua e coraggiosa carriera da giornalista.
Nel 1955 resta incinta di uno studente haitiano, Jean Dominique, che presto l’abbandona. Il 13 marzo 1956 Maryse partorisce il primo figlio, Denis Boucolon. L’esperienza la lascia “scuoiata viva, senza alcun briciolo di fiducia nella sorte”3.
Ancora studentessa, frequenta circoli comunisti e i luoghi di ritrovo degli africani. È così che incontra l’attore guineano Mamadou Condé, che sposa nel 1958 e di cui assume il cognome. È un matrimonio destinato a non durare: Mamadou non s’interessa alla politica e non gradisce che la moglie frequenti ambienti marxisti. Impegnata in Francia, Maryse non fa ritorno nelle Antille ed è a Parigi quando le arriva prima la notizia della morte della madre e poi, dopo qualche anno, del padre.
Decide allora di andare in Africa, dove però non è accolta come sperava. Discendente di generazioni di schiavi, non parla tra l’altro nessuna lingua locale. Insegna francese al liceo e viaggia in diversi Paesi africani per seguire movimenti comunisti clandestini. Nel corso degli anni trascorsi nel continente africano ha tre figlie dal marito Mamadou Condé, da cui divorzia nel 1962. Per lavoro si divide tra Europa e Africa, portandosi dietro i quattro figli; nel 1970 decide di lasciare l’Africa.
Tornata a Parigi, lavora per la rivista e casa editrice Présence africaine, redigendo articoli e recensioni. Nel frattempo ricomincia a studiare alla Sorbona e non smette di interessarsi ai problemi del colonialismo e della schiavitù. Alla fine degli anni Settanta è giornalista e professoressa e porta avanti il suo attivismo contro le disparità di genere e il razzismo. Ormai nota anche negli Stati Uniti, nel 1979 insegna per un semestre all’Università della California, a Santa Barbara.
Nel 1981 sposa il traduttore Richard Philcox, con cui resterà per il resto della vita. Sempre più impegnata nella denuncia del colonialismo, nel 1984 scrive il suo primo romanzo, Ségou, in cui tratta i temi della schiavitù e dell’identità. Acquista una casa nell’isola in cui è nata. Insieme al marito vive tra gli Stati Uniti e le Antille; continua a insegnare e scrivere, portando avanti gli sforzi per la consapevolezza sul razzismo.
Nel 1997 fonda il Centro di studi francesi e francofoni all’Università Columbia e nel 2002 lascia definitivamente la carriera universitaria per dedicarsi alla scrittura e all’attività di militante. Dopo aver scritto una trentina di romanzi – tra cui Io, Tituba, strega nera di Salem, che s’ispira alla vicenda di una giovane schiava caraibica – il 9 dicembre 2018 riceve il premio Right Livelihood, o “premio Nobel alternativo”, per la letteratura. Il 2 marzo 2020 è la prima donna nera in Francia a essere nominata Grand’Ufficiale dell’Ordine nazionale al merito.
In La vita senza fard, pubblicato nel 2012, Maryse Condé racconta gli anni della propria gioventù e il periodo difficile trascorso in Africa: “Non è solo la storia di una ragazza della Guadalupa alla ricerca della propria identità in Africa, o quella del lungo e doloroso avvento di una vocazione per la scrittura in un essere in apparenza poco incline ad abbracciarla. È dapprima e soprattutto la storia di una donna alle prese con le difficoltà della vita, che si trova di fronte a una scelta fondamentale, attuale ancora oggi: essere madre o esistere per sé stessa”4.
Muore il 2 aprile 2024, a novant’anni, salutata da un omaggio alla Bibliothèque nationale de France di Parigi e con una cerimonia religiosa alla chiesa di Saint-Germain-des-Prés. Maryse Condé riposa ora nel cimitero di Père-Lachaise.
Note
1 Françoise Vergès - Anne-Sophie Rouveloux, Épisode 1/4. Une voix singulière, Série:
Maryse Condé, une auteure insaisissable, Radiofrance, 19 febbraio 2018. Traduzione dell’estratto di Giulia Zappaterra.
2 Françoise Pfaff, Nouveaux entretiens avec Maryse Condé, écrivain et témoin de son temps, Parigi, Éditions Karthala, 2016, pp. 94-95. Traduzione dell’estratto di Giulia Zappaterra.
3 Maryse Condé, La vita senza fard, traduzione di Anna D’Elia, Milano, La Tartaruga, 2019.
4 Dall’Introduzione dell’autrice.