“Primavera arriva nelle terre d’inverno /
dove gelavo. /
Voglio incontrare le forze della vita /
senz’armi.”
(Karin Boye, Voglio incontrare…, 1927, traduzione di Laura Bifulco)
Sono sufficienti questi versi per intuire la filosofia di Karin Boye, una delle principali figure culturali svedesi del Novecento. Attraverso la poesia e il romanzo, suoi mezzi di espressione, esplora temi senza tempo – la lotta interiore tra morale e autoespressione, timore e azione, dolore e appagamento, vergogna e vitalità – fondendo tensione spirituale, identità femminile e una sessualità non conforme ai modelli novecenteschi.
Karin Maria Boye nasce il 26 ottobre 1900 a Göteborg, seguita a distanza di pochi anni dai fratelli Sven e Ulf. I genitori Fritz e Signe, amanti della cultura e impegnati in cause civili, crescono i figli in un ambiente stimolante e aperto, grazie anche al loro retroterra altoborghese. Karin impara a leggere e scrivere da autodidatta, e inizia presto a mettere nero su bianco la sua immaginazione sotto forma di poesie, racconti e disegni. Un altro aspetto che Karin vive con grande intensità sin da piccola è quello spirituale. Nonostante riceva un’educazione cristiana dalla famiglia e, prima di trasferirsi a Stoccolma nel 1909, dalla Mathilda Halls skola för flickor (scuola femminile di impronta religiosa) durante l’adolescenza scopre le filosofie orientali, interessandosi soprattutto al buddhismo. Da qui Karin trae le fondamenta della sua futura poetica, come il ruolo del desiderio e la contrapposizione tra apparente ed essenziale.
Lo sguardo su questi temi è però influenzato dalla profonda crisi che vive durante l’adolescenza. Riavvicinatasi al cristianesimo, partecipa a un seminario estivo organizzato dalla Kristliga Gymnasistföreningen (Associazione cristiana degli studenti liceali), mentre ancora frequenta la scuola Åhlinska di Stoccolma: è in questa circostanza che conosce la studentessa di teologia Anita Nathorst, presenza fondamentale nel corso di tutta la sua vita. Nel 1920, dopo aver ottenuto il diploma, Karin inizia un percorso di formazione per diventare insegnante, nonostante l’incertezza che tale scelta le generava. Suo fratello Ulf ricorda infatti che Karin “era in preda ai dubbi sul cristianesimo e attraversò una forte crisi, dovuta anche alla consapevolezza di avere una sessualità diversa da quella delle altre donne1”. La scoperta della propria bisessualità complica ulteriormente il tentativo di Karin di conciliare il proprio mondo interiore, esperienza che costituisce il fulcro tematico del futuro romanzo Kris (Crisi, 1934).
È in questo contesto che, nel 1921, si trasferisce a Uppsala per frequentare l’università. I cinque anni che vi trascorre rappresentano un periodo di maturazione e militanza: allo studio del greco, delle lingue nordiche e della letteratura affianca la produzione poetica, debuttando solo un anno dopo con la raccolta Moln (Nuvole). Il mondo descritto dalle poesie appare idillico e, allo stesso tempo, sofferto, composto da immagini naturali cui Karin affida significati simbolici per dare voce alla propria interiorità. Rielaborando il pensiero di Nietzsche e Schopenhauer, esplora il rapporto – sempre complesso, ma non per forza mortificante – tra morale e umanità, giungendo a una concezione di Dio come essenza presente nelle piccole cose, nella semplice quotidianità, nell’intimità dell’essere.
A Uppsala, Karin conosce per la prima volta il femminismo attraverso la Kvinnliga studentföreningen (Associazione studentesca femminile, di cui diventa presidente nel 1924). Le idee e i quesiti sollevati aprono in lei nuovi spunti di riflessione, non solo sulla sua identità, ma anche in veste di artista – aspetti come il ruolo della donna in una gerarchia creata e mantenuta dagli uomini, la definizione della divinità secondo uno sguardo maschile e il significato femminile dell’atto creativo. Sono questi i temi centrali della seconda raccolta poetica di Karin, Gömda land (Terra nascosta) che vede la luce nel 1924: la ricerca di libertà creativa e la rottura delle categorie sessiste di “Dio” e “donna”.
Nello stesso periodo inizia a frequentare la Clartéförbundet, circolo radicale e pacifista ispirato al movimento francese Clarté; diventa redattrice dell’omonima rivista nel 1926, periodo in cui torna a Stoccolma. L’anno successivo pubblica la terza raccolta di poesie, Härdarna (I focolari), che si avvale delle teorie psicanalitiche per riflettere sulle intersezioni tra i concetti di paura, vergogna e vulnerabilità, utilizzando il fuoco come simbolo di tutto ciò che libera ma, allo stesso tempo, consuma.
Nel 1928, insieme a una delegazione di Clarté, visita l’Unione Sovietica stalinista: è il suo primo contatto con le realtà dei regimi totalitari, un’esperienza che la rende disillusa alle promesse del comunismo. Quando la Clartéförbundet si politicizza, abbandonando progressivamente gli ideali originari di rivoluzione culturale, Karin ne prende le distanze: in collaborazione con altri ex membri (tra cui il poeta Leif Björk, che sposa nel 1929), continua a ricercare il dialogo e la libertà artistica creando un collettivo che, nel 1931, evolve nella rivista Spektrum. Nello stesso anno pubblica il suo primo romanzo, Astarte, in cui la critica sociale si lega al tema dell’emancipazione femminile attraverso il simbolo dell’eponima divinità semitica.
In seguito alla profonda depressione che vive tra il 1931 e il 1932 Karin decide di divorziare e si dimette dal ruolo di redattrice di Spektrum. Si trasferisce a Berlino – città che definisce “orribile, ma istruttiva. […] Un mondo morente, o il punto in cui si concentra la morte di un mondo”2 – dove inizia un percorso di psicanalisi e abbraccia la propria bisessualità. Conosce una ragazza ebrea di nome Margot Hanel che, nel 1934, la seguirà a Stoccolma, città in cui convivranno.
Mentre in Germania Hitler sale al potere, Karin continua a cercare nella letteratura spazi di riflessione e sperimentazione della libertà: tale visione permea opere come För trädets skull (Per l’albero, 1935), raccolta poetica che, servendosi di stilemi modernisti, recupera gli arcaici culti della fertilità per dare un messaggio di morte e rinascita; o Kallocain (Kallocaina, 1940), romanzo distopico in cui, utilizzando l’espediente narrativo del siero della verità, l’autrice esplora i legami tra potere, vergogna, libertà e rinnovamento vitale.
Tra il 1940 e il 1941 si stabilisce ad Alingsås, nei pressi di Göteborg; resta al fianco di Anita Nathorst, malata di tumore, ma continua una tormentata relazione con Margot. Con lo scoppio della seconda guerra mondiale, Karin è sempre più provata; tenta diverse volte di togliersi la vita e, il 23 aprile 1941, ingerisce dei sonniferi e si reca sulle colline di Alingsås. Verrà ritrovata pochi giorni dopo. La sua ultima opera, la raccolta incompiuta De sju dödssynderna och andra efterlämnada dikter (I sette peccati mortali e altri testamenti poetici3), è una meditazione finale tra la volontà di esistere e ciò che tenta di soffocarla.
Note
1 Traduzione di Laura Bifulco.
Karin var mycket produktiv, intervista di Rune Tideholm a Ulf Boye.
2 Traduzione di Laura Bifulco.
Karin Boye: ur “relief”, articolo di Crister Enander.
3 Traduzione dell’autrice; il titolo italiano è I sette peccati mortali.