Era questo a interessarmi, tanto nella letteratura quanto nell’analisi: quella zona nella quale i comportamenti e le identità non si irrigidiscono. L’analisi procede attraverso lo smantellamento delle difese e dei traumi, che soltanto a questa condizione possono favorire una rinascita. Questo approccio al senso, o meglio al processo della significanza, ha aperto la strada a ciò che gli amanti delle etichette hanno chiamato post-strutturalismo, del quale sono considerata una delle fondatrici. Attraverso le strutture, i sistemi, i codici e le regole, cerco di cogliere la «produttività» del linguaggio, la sua eterogeneità, fatta di energia e di senso. È qui che si produce la soggettività, la quale si appropria dell’esperienza antepredicativa (Husserl) e della transustanziazione (Proust), così come del parlêtre (Lacan), per ricongiungersi, attraverso la propria carne, alla carne del mondo.

Psicoanalista, filosofa e scrittrice francese di origine bulgara, Julia Kristeva è riconosciuta come una delle figure più influenti del pensiero contemporaneo, in particolare nell’ambito della semiotica, della critica letteraria, della psicoanalisi e della teoria femminista. Il suo lavoro ha contribuito a ridefinire il rapporto tra linguaggio, soggettività e desiderio attraverso l’elaborazione di concetti quali l’intertestualità, il semiotico e l’abiezione, destinati ad avere ampia diffusione negli studi filosofici e culturali. Ha insegnato semiologia alla State University of New York e all’Università Paris-Diderot, dove ha diretto il Centro Roland Barthes.

Nata nel 1941 a Sliven, in Bulgaria, Julia Kristeva cresce in un contesto segnato dal regime comunista. Il padre, vicino alla tradizione culturale europea, la incoraggia allo studio delle lingue e della letteratura occidentale, contribuendo alla formazione di uno sguardo critico verso il regime. Intrapresi gli studi in filologia romanza all’Università di Sofia, Kristeva decide di proseguire con un dottorato in letteratura comparata. Grazie a una borsa di studio si trasferisce a Parigi nel 1965.

Qui aderisce presto al gruppo avanguardistico di Tel Quel, la rivista fondata nel 1960 da Philippe Sollers insieme a Jean-Edern Hallier. Attorno alla rivista si sviluppa una delle esperienze intellettuali più radicali della Francia degli anni Sessanta e Settanta: un laboratorio teorico e letterario, politicamente impegnato, attraversato dallo strutturalismo, dal marxismo, dalla linguistica e dalle avanguardie artistiche, che propone una profonda ridefinizione delle forme del romanzo, del linguaggio e della scrittura. All’interno della redazione Kristeva incontra Jacqueline Risset. Poeta, saggista, traduttrice e italianista, Risset era entrata in contatto con la rivista dall’Italia, dove lavorava come lettrice all’Università di Roma e, colpita dai primi numeri, aveva inviato alcune sue poesie. Kristeva era allora una giovane linguista appassionata alla stratificazione del linguaggio nella scrittura, entusiasta di contribuire alla diffusione nel dibattito francese della riflessione di Michail Bachtin.
Tra le due si sviluppa fin da subito un rapporto di confronto e di reciproca stima, fondato sul comune interesse per la lingua, la poesia e le forme più radicali della sperimentazione. Rievocando insieme quella stagione, Risset e Kristeva concordano che, pur muovendosi in un ambiente intellettuale ancora largamente maschile, entrambe hanno visto riconosciuta la propria creatività e sono state pienamente coinvolte nel movimento.1

Inseritasi nella vita culturale parigina, Julia Kristeva prosegue la propria formazione intellettuale presso l’École pratique des hautes études, dove segue i seminari di Lucien Goldmann e Roland Barthes. L’École costituiva, allora, uno dei principali luoghi di rinnovamento delle scienze umane in Francia e accoglieva percorsi di ricerca provenienti da discipline e tradizioni differenti. Oltre a Kristeva, tra le studiose che si formano e avviano la propria attività ci sono l’antropologa Françoise Héritier, che aveva seguito i corsi di Claude Lévi-Strauss presso la sezione di Scienze religiose, e, pochi anni più tardi, la sociologa e femminista Rose-Marie Lagrave, attiva dal 1972 nel Centre de sociologie rurale della VI sezione de l’École. Parallelamente, attraverso la frequentazione delle avanguardie teoriche e letterarie parigine, Kristeva entra in contatto con studiosi come Michel Foucault, Jacques Derrida e consolida il legame intellettuale e personale con Philippe Sollers (il quale diventerà suo compagno: i due si sposeranno nel 1967).

Sotto la supervisione del sociologo e filosofo Lucien Goldmann, nel 1968 Julia Kristeva discusse la tesi di dottorato poi pubblicata con il titolo Le Texte du roman. Approche sémiologique d’une structure discursive transformationnelle, dedicata all’analisi del romanzo come sistema di trasformazioni linguistiche e ideologiche.

Dal 1967 al 1973 svolge attività di ricerca presso il Centre national de la recherche scientifique (Cnrs). Sono anni decisivi per l’elaborazione della sua teoria del linguaggio poetico e per l’approfondimento della semiotica. In questo periodo pubblica saggi destinati a segnare il dibattito teorico internazionale, poi raccolti nel volume Semeiotikè. Recherches pour une sémanalyse (1969). Nel 1973 consegue un secondo dottorato presso l’Università Paris-Vincennes sotto la direzione di Jean-Claude Chevalier. La tesi è pubblicata l’anno successivo con il titolo La révolution du langage poétique. Nel testo Kristeva mette in relazione il linguaggio poetico, la psicoanalisi e i processi di soggettivazione, elaborando la distinzione tra dimensione simbolica e dimensione semiotica del linguaggio. Lo studio si concentra in particolare sulle opere di Lautréamont e Stéphane Mallarmé, considerate come luoghi di crisi e trasformazione dell’ordine linguistico tradizionale.

Anche attraverso la spinta del marito Philippe Sollers, Kristeva si avvicina all’opera di Sigmund Freud e alla psicoanalisi; successivamente frequentò i seminari di Jacques Lacan e, nel 1979, diventò lei stessa psicoanalista. A partire dagli anni Ottanta la sua ricerca si orienta sempre più verso i temi della maternità, della depressione, dell’estraneità e della costruzione dell’identità soggettiva, intrecciando riflessione clinica, filosofia e teoria letteraria.

Pur essendo spesso associata al cosiddetto “femminismo francese”, Kristeva ha sempre mantenuto una posizione autonoma rispetto ai movimenti femministi organizzati, rifiutando definizioni rigide. Il suo rapporto con il femminismo trova una formulazione particolarmente significativa nel saggio Le temps des femmes del 1979, nel quale distingue tre diversi orientamenti. Il primo, riconducibile al femminismo dell’uguaglianza. che aveva rivendicato per le donne l’accesso agli stessi diritti, ruoli e spazi sociali riservati agli uomini. Kristeva ne riconosce il valore emancipatorio, ma osserva che l’uguaglianza, quando assume come universale un modello di soggettività costruito storicamente al maschile, rischia di trasformarsi in assimilazione e di lasciare in ombra il corpo, la sessualità e l’esperienza materna. Il femminismo della differenza aveva reagito a questa neutralizzazione, affermando la specificità dell’esperienza femminile e ricercando forme autonome di linguaggio, creatività e relazione. Anche questa prospettiva, tuttavia, può diventare problematica quando trasforma la differenza in un’identità stabile e universale. Questa tendenza ad attribuire a tutte le donne una medesima natura originaria e immutabile, fondata sul corpo sessuato, sulla capacità materna o su qualità considerate intrinsecamente femminili è stata definita “essenzialismo”.

Anziché scegliere tra i due modelli, Kristeva prospetta una terza posizione, capace di conservare le conquiste politiche dell’uguaglianza e, nello stesso tempo, di riconoscere la differenza sessuale senza fissarla in un’identità definitiva. Al centro della sua riflessione non si trova una natura femminile comune, ma la singolarità di ciascun soggetto, inteso come realtà mobile, plurale e continuamente attraversata da trasformazioni. In questa prospettiva, il femminile non appartiene esclusivamente alle donne e non costituisce né un dato biologico immutabile né una semplice costruzione ideologica, ma è una dimensione trasformativa della vita psichica, presente in forme differenti in ogni essere umano. Anche la maternità non è considerata un destino naturale o il fondamento di un’identità femminile universale, ma, quando liberamente scelta, un’esperienza psichica e culturale attraverso la quale il soggetto si confronta con l’alterità e con la singolarità di un’altra vita.

In questo quadro assume un ruolo centrale la distinzione tra la dimensione “semiotica” e quella “simbolica” del linguaggio. La prima rinvia alle pulsioni corporee, ai ritmi, alle intonazioni e alla relazione preverbale con il corpo materno; la seconda comprende invece le strutture grammaticali, le regole e l’ordine sociale che rendono possibile la produzione di significati condivisi. Semiotico e simbolico non corrispondono rispettivamente al femminile e al maschile, né costituiscono due realtà separate: convivono e interagiscono in ogni soggetto e in ogni pratica linguistica.

Nel corso degli anni, la riflessione e l’interesse di Julia Kristeva per il femminile e per le forme della soggettività trovano particolare espressione nella trilogia Il genio femminile, dedicata a tre figure centrali della cultura europea: Hannah Arendt (2005, Premio Amelia Rosselli 2006), Colette (2004) e Melanie Klein (2006). Attraverso queste opere Kristeva esplora differenti modalità dell’esperienza femminile (da quella filosofica a quella psicoanalitica e letteraria), soffermandosi sul rapporto tra creatività, linguaggio, libertà e vita interiore.

Un altro nucleo centrale della sua ricerca riguarda il rapporto tra psicoanalisi, religione e spiritualità. Pur dichiarandosi laica, Kristeva non considera l’esperienza religiosa un’illusione da smascherare o un residuo arcaico destinato a scomparire con l’avanzare della ragione, dal momento che il suo interesse per questi temi affonda proprio nella personale storia familiare, crescendo infatti tra un padre profondamente legato alla fede cristiano-ortodossa, vissuta come una forma intima di libertà nella Bulgaria comunista, e una madre biologa di formazione darwiniana. Se da giovane Kristeva aveva opposto alla religiosità paterna il razionalismo illuminista, nel corso della sua ricerca ha progressivamente interrogato ciò che le credenze, i riti e le esperienze spirituali rivelano della vita psichica individuale e collettiva.

Nel volume Bisogno di credere. Un punto di vista laico, Kristeva distingue le religioni storiche da una disposizione più originaria (quella che, infatti, verrà definita come “bisogno di credere”). Non si tratta necessariamente della fede in Dio o dell’adesione a una dottrina, ma della capacità di affidarsi, di riconoscere qualcosa come vero, di investire affettivamente una persona, un ideale o un’esperienza. Secondo Kristeva, questa disposizione si forma nelle relazioni primarie del bambino: nella dipendenza sensoriale e affettiva dal corpo materno e nel riconoscimento ricevuto da un’autorità amorevole che gli permette di acquisire fiducia nella propria esistenza. Il “bisogno di credere” precede dunque le religioni e costituisce una componente antropologica della soggettività, strettamente legata al desiderio di sapere. Può esprimersi nella fede religiosa, ma anche nell’amore, nell’arte, nella letteratura, nella ricerca e nella costruzione dei legami sociali.
Questa interrogazione si estende al rapporto tra il femminile e il sacro. Nel dialogo con la filosofa Catherine Clément, Il femminile e il sacro, Kristeva esplora le forme attraverso le quali l’esperienza interiore si iscrive nel corpo, nella maternità, nella sessualità, nel sacrificio e nell’amore. La domanda sull’esistenza di un sacro specificamente femminile non conduce all’affermazione di una natura religiosa propria delle donne, ma diventa il punto di partenza per indagare esperienze nelle quali corpo e pensiero, così come pulsione, linguaggio e creazione non possono essere nettamente separati. Particolare attenzione viene riservata alle mistiche cristiane, le cui parole rendono comunicabili stati interiori estremi e aprono spazi psichici nuovi, pur all’interno di istituzioni religiose storicamente dominate dagli uomini.

La figura che più profondamente ha accompagnato questa fase della sua ricerca è Teresa d’Ávila, alla quale Kristeva ha dedicato molti anni di studio e il libro Teresa, mon amour. L’opera, costruita attraverso la contaminazione tra romanzo, biografia, psicoanalisi e riflessione autobiografica, mette in relazione una psicoanalista contemporanea laica con la mistica spagnola del Cinquecento. Kristeva legge le estasi di Teresa d’Ávila come esperienze nelle quali sensazioni fisiche, desiderio, amore, immagini e linguaggio concorrono alla trasformazione del soggetto. Il centro della mistica teresiana, vista dagli occhi di Kristeva, è la capacità di fare del corpo stesso una lingua e di tradurre un’esperienza difficilmente rappresentabile in una scrittura nuova. In questa figura ritorna così quel “bisogno di credere” che Kristeva aveva indagato due anni prima come dimensione costitutiva dell’essere umano contemporaneo.

Nel 2004 è stata la prima vincitrice del Premio Holberg, conferitole per il contributo offerto alle discipline umanistiche e al pensiero contemporaneo. Tra gli altri riconoscimenti figurano il Premio Hannah Arendt per il pensiero politico, ricevuto nel 2006, e le onorificenze francesi di Commendatore dell’Ordine nazionale al merito e di Grande ufficiale della Legion d’onore.

Ancora oggi, la ricerca di Julia Kristeva continua a interrogare la soggettività come uno spazio attraversato dal desiderio, dall’alterità e dalla continua trasformazione. Una ricerca che è insieme teorica, psicoanalitica e profondamente umana, e che racchiude uno dei nuclei del suo pensiero: “Vivo con questo desiderio di uscire da me stessa”.

Note


1 Jacqueline Risset, «Teresa tra religione e Lumi. Una conversazione con Julia Kristeva», Il Manifesto, 1° luglio 2010.


Fonti, risorse bibliografiche, siti su Julia Kristeva


Julia Kristeva - Sito ufficiale

Opere di Julia Kristeva

La rivoluzione del linguaggio poetico, Marsilio, 1979.

Materia e senso. Pratiche significanti e teoria del linguaggio, Einaudi, 1980.

Stranieri a sé stessi, Feltrinelli, 1990.

Il linguaggio, questo sconosciuto: iniziazione alla linguistica, Adriatica, 1992

Bisogno di credere, Donzelli, 2006.

Teresa, mon amour. Santa Teresa d’Avila: l’estasi come un romanzo, Donzelli, 2008.

Pulsions du temps, Fayard, 2013.

J. Kristeva - P. Sollers, Del matrimonio considerato come un’arte, Donzelli, 2016.

In principio era l’amore. Psicoanalisi e fede, presentazione di Massimo Recalcati, il Mulino, 2015.

La vita, altrove. Autobiografia come un viaggio, Donzelli, 2017.

Simone De Beauvoir. La rivoluzione femminile, Donzelli, 2018

Colette. Il genio femminile. Le parole, Donzelli, 2018.

Melanie Klein. Il genio femminile. La follia, Donzelli, 2018.

Hannah Arendt. Il genio femminile. La vita, le parole, Donzelli, 2018.

Simone de Beauvoir. La rivoluzione del femminile, Donzelli, 2018.

Le temps sensible. Proust et l'expérience littéraire, Gallimard, 2019

J. Kristeva - C. Clément, Il femminile e il sacro, Donzelli, 2019.

Simone de Beauvoir. La rivoluzione femminile, Donzelli, 2020.

Dostoevskij. Lo scrittore della mia vita, Donzelli, 2020.

Il demone di Dostoevskij. Il sesso, la morte, il linguaggio, Donzelli, 2022.

Preludio a un’etica del femminile, Donzelli, 2026.

Altri testi e studi critici

Kristeva, Julia, «Je suis et resterai une “étrangère”», intervista a cura di Martin Legros, Philosophie Magazine, 27 novembre 2019.

Kristeva, Julia, «Le temps des femmes», Cahiers de recherche de sciences des textes et documents, n. 5, 1979, pp. 5-19.

Fagioli, Giovanna, Julia Kristeva. Da Tel Quel a «L’insostenibile del linguaggio», Bulzoni, Roma 1995.

Lechte, John, Julia Kristeva, Routledge, 2013.

Fletcher, John; Benjamin, Andrew, Abjection, melancholia and love: the work of Julia Kristeva, Routledge, 2012.

Crownfield, David R., Body/Text in Julia Kristeva: religion, women, and psychoanalysis, State University of New York Press, 1992.

Oliver, Kelly, Reading Kristeva: unraveling the double-bind, Indiana University Press, 1993.

Oliver, Kelly, Ethics, politics, and difference in Julia Kristeva’s writing, Routledge, 1993.

Butler, Judith, Questione di genere. Il femminismo e la sovversione dell'identità, Laterza, 2013.

Beardsworth, Sara, Julia Kristeva: Psychoanalysis and Modernity, State University of New York Press, 2012.

Todini, Umberto; Cortellessa, Andrea; Tortora, Massimiliano, Avanguardia a più voci. Scritti per Jacqueline Risset, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 2020.

Re, Lucia, «Eguaglianza, differenza e diritto. Uno sguardo al dibattito femminista contemporaneo», About Gender. International Journal of Gender Studies, vol. 8, 2019, pp. 1-42.

Risset, Jacqueline, «Teresa tra religione e Lumi. Una conversazione con Julia Kristeva», in il manifesto, 1° luglio 2010.

Ferrentino, Antonio, La lingua dell’uomo per dire la fede. Un dialogo tra Julia Kristeva, Paul Beauchamp e Pierangelo Sequeri, Glossa, Milano 2024.

Vantini, Lucia, L’ateismo mistico di Julia Kristeva, prefazione di Wanda Tommasi, Mimesis, 2014.

Ponzo, Jenny, «La tecnica dell’autobiografia intertestuale: il caso di Julia Kristeva e Teresa d’Avila», n. 118, n. 1, 2022, pp. 164-186.

Mancinelli, Paola, «Thérèse mon amour. Vagheggiando d’esser tutt’uno con Dio: la parabola estatica di Teresa d’Avila secondo Julia Kristeva», in Dialegesthai. Rivista telematica di filosofia, 30 dicembre 2022.

Meattini, Serena, «I luoghi dello straniero: le riflessioni sull’alterità di Julia Kristeva e Françoise Dastur», in Cosmopolis. Rivista di filosofia e teoria politica, XVI, n. 1, 2019.

Risset, Jacqueline, «La felicità della rivolta», il manifesto, 2 ottobre 1997.

Martino, Daniele, «Storie d’amore (che durano un po’)», Doppiozero, 30 maggio 2013.

Bono, Paola, «La geniale arte della vita», il manifesto, 23 marzo 2006.

De Marzo, Stefano, «Julia Kristeva: lo spazio quadrato dell’amore», Doppiozero, 27 marzo 2026.


Voce pubblicata nel: 2026