A Napoli, in un palazzo di piazzetta Mondragone, tra il corso Vittorio Emanuele e la zona di Chiaia, ha sede il Museo del tessile e dell’abbigliamento Elena Aldobrandini. Questo nome all’apparenza moderno rimanda invece a un’epoca più lontana. L’unico ritratto di Elena Aldobrandini di cui si ha notizia certa è custodito all’interno del Museo e ci mostra l’immagine di una donna di mezza età, rigorosa e austera, occhi vivaci, abbigliamento scuro e composto. Un manto le incornicia i capelli e ricade sulle spalle. Nessun ornamento, nessun gioiello. Non sorride, non sembra felice.
Alla fine del Cinquecento gli Aldobrandini sono una famiglia romana da poco ascesa al soglio nobiliare che ha il privilegio di avere un parente papa, Clemente VIII. La nipote prediletta del papa, Olimpia Aldobrandini, è una donna di grande determinazione e capacità che – rimasta vedova giovanissima nel 1601 – riesce a consolidare ulteriormente l’ascesa sociale della famiglia attraverso un’accorta politica matrimoniale portata avanti con l’aiuto dello zio e del fratello cardinale Pietro. Olimpia conduce di persona le trattative per i matrimoni delle giovanissime figlie, riuscendo a stringere alleanze e parentele con le principali famiglie dell’epoca: i Farnese, i Carafa, gli Sforza, i Caracciolo. Nel 1621 si colloca inoltre il matrimonio tra il figlio Giovanni e Ippolita Ludovisi, nipote del nuovo papa Gregorio XV.
Elena, nata nel 1589 a Roma, vi resta fino al 1602 quando, appena tredicenne, va in sposa a Antonio Carafa della Stadera V duca di Mondragone, e si trasferisce a Napoli. La città all’epoca è la più popolosa d’Europa dopo Parigi, nonché capitale di uno stato alle dipendenze della corona di Spagna, che governa attraverso un viceré. Elena è figlia di Olimpia e Gianfrancesco Aldobrandini, primo principe di Sersina e Meldola, e sorella di due cardinali (Silvestro e Ippolito) oltre che di Margherita, divenuta – con il matrimonio – la duchessa di Parma e Piacenza. Porta l’enorme dote di 100.000 scudi, anche grazie alle generose donazioni ricevute dal prozio Clemente VIII. Il marito, Antonio Carafa, è a sua volta erede per parte paterna di vasti domini feudali nel regno di Napoli e del piccolo e strategico principato di Sabbioneta (nell’attuale provincia di Mantova) da parte della madre, Isabella Gonzaga.
I Carafa sono una delle prime famiglie del regno e hanno rapporti di parentela con le principali casate nobili della penisola. Il suocero Luigi – duca di Mondragone e principe di Stigliano – è un intellettuale, fondatore dell’Accademia degli oziosi. Il giovane marito, invece, sperpera parte dell’ingente patrimonio di famiglia giocando e divertendosi, motivo per cui l’amministrazione della casa è saldamente nelle mani della determinata Isabella.
Nei primi anni a Napoli, Elena conosce il padre teatino Andrea Avellino (poi proclamato santo), punto di riferimento della nobiltà napoletana, molto vicino ai Carafa e in rapporto anche epistolare con Elena, come testimoniano alcune lettere da cui emerge il carattere riservato, la devozione e la mancanza di altezzosità e vanità da parte di Elena, lodata dal futuro santo.
Elena e Antonio hanno tre figli. Il duca di Mondragone dopo pochi anni di matrimonio muore (giovane e prima di entrambi i genitori) in circostanze oscure, probabilmente avvelenato. Nel 1611 Elena, a soli ventidue anni, è quindi già vedova. Trascorre diversi periodi nella villa Aldobrandini di Frascati e in Romagna; è poi richiamata ai suoi doveri di madre dalla suocera. Rientra a Napoli per occuparsi dell’educazione dei figli e del patrimonio familiare, in pericolo a causa del rilevante e progressivo indebitamento dei Carafa.
Appoggiata dalla madre Olimpia, lotta per ottenere – come da contratto matrimoniale – la gestione della sua dote. Si occuperà poi personalmente, e contro i desiderata della dispotica suocera Isabella, delle trattative per il matrimonio della figlia Anna (1610-1644). Quest’ultima, dopo la morte prematura dei fratelli, si ritrova a essere erede di un’immensa fortuna e di molteplici titoli e feudi, tanto da essere considerata da alcuni “la prima dote d’Europa”.
Secondo alcune fonti, nel 1623 Elena si risposa con il gentiluomo Girolamo Nino di Fara, ma su questo matrimonio non si hanno particolari notizie. Per certo Elena continuerà a portare avanti il nome e gli interessi dei Carafa, occupandosi personalmente e a lungo di sistemare convenientemente la figlia e il suo principesco patrimonio, anche con l’obiettivo di dare basi solide e continuità alla casata.
Come testimoniato dal carteggio di Elena conservato nell’archivio Aldobrandini, la scelta di un marito per Anna diventa un vero e proprio affare di Stato: le trattative iniziano quando la ragazza è adolescente e durano oltre dieci anni. Gli interessi delle famiglie Carafa e Aldobrandini si scontrano con quelli di regnanti, cardinali, nobili e principi italiani e stranieri. Nelle lettere, Elena racconta anche l’estenuante lotta che conduce contro la suocera Isabella, che manifesta propositi diversi dai suoi e appoggia altri candidati, minacciando di diseredare la nipote. A complicare il tutto c’è anche la necessità di ottenere il beneplacito del re di Spagna, senza il cui assenso il matrimonio non si può celebrare. La corona spagnola ha infatti messo gli occhi sulla dote della giovane; riuscirà a imporre un proprio candidato anche grazie a Elena e Olimpia, compiaciute all’idea di consolidare i rapporti con i reali, mentre Isabella Gonzaga avrebbe preferito un principe italiano.
Nel 1636 Anna Carafa sposa, oramai ventiseienne, lo spagnolo Ramiro Felipe Núñez de Guzmán duca di Medina di las Torres, giunto a Napoli dalla Spagna per assumere il titolo di viceré. L’anno successivo Anna diviene viceregina di Napoli.
Nei sette anni in cui è viceregina, Anna rivestirà un ruolo importante nella corte napoletana, cui darà impulso con balli, feste e spettacoli teatrali, nonostante le continue gravidanze. Elena – meno incline alla mondanità – resta in disparte. Partecipa piuttosto con la figlia ai pellegrinaggi alla Madonna dell’Arco e a Montevergine, vicino Avellino. Con Anna si reca tute le settimane ad assistere le donne ricoverate all’Ospedale degli incurabili in città.
Oltre che con i vari cardinali di famiglia, Elena è in contatto con i padri teatini e si prodiga in numerose opere di carità. A Napoli, per tradizione, i nobili erano dediti a molteplici forme di beneficenza con lasciti, sovvenzioni e la creazione di vere e proprie opere: asili, educandati, ritiri, ospedali. L’assistenza era garantita quasi interamente da una moltitudine di enti privati (nati sia per la devozione popolare che per quella nobiliare), che si occupavano di assistere ed educare chi si trovava, per i più svariati motivi, in difficoltà. Sarà proprio questo l’ambito in cui Elena si spenderà con particolare vigore da un certo punto in poi della propria esistenza.
La figlia Anna muore nel 1644, a soli trentaquattro anni, per le conseguenze di un parto prematuro avvenuto pochi mesi dopo la ripartenza del marito per la Spagna. La giovane si spegne nel palazzo Carafa di Portici, assistita dalla madre dopo una breve ma straziante malattia.
Elena, che tra le varie è già solita ospitare nel suo palazzo alcune donne della nobiltà decaduta, comincia ad accarezzare l’idea di realizzare un progetto più ambizioso. L’8 dicembre 1655, con rogito del notaio Bonaccorsi di Napoli, fonda nella zona delle Mortelle il Ritiro per matrone vergini e oblate, vicino ai giardini e ai terreni che dal bellissimo palazzo dimora dei Carafa a Chiaia (oggi palazzo Cellamare) si arrampicano nella retrostante zona collinare verso le alture delle Mortelle e di Cariati. L’obiettivo del Ritiro è dare ospitalità alle donne di nobili origini cadute in miseria, a vedove sole o a ragazze senza dote (a quel tempo prive anche della possibilità di prendere i voti, dato che anche per entrare in convento bisognava “essere dotate”), in modo da offrire loro asilo senza vincolarle alla clausura o alla vita monastica – scelta, questa, molto innovativa per l’epoca.
L’istituzione era laica. Alle donne veniva impartita un’educazione basata sulle arti femminili, in particolare cucito e ricamo, con l’intento di renderle economicamente indipendenti. Elena si assicura che il Ritiro sia autonomo con rendite e lasciti anche di mobili, argenteria e suppellettili. Muore poi a Napoli nel 1663, a settantaquattro anni. Il nipote Nicola María de Guzmán y Carafa, unico erede dei suoi titoli e di immensi patrimoni, morirà nel 1689 senza eredi, estinguendo così la casata.
L’istituzione creata da Elena, invece, sopravvive, e sarà finanziata anche dal Pio Monte della misericordia, secondo l’uso dell’epoca, per il quale gli enti filantropici si sostenevano anche economicamente tra loro. Si arricchisce con le donazioni di altre nobildonne, come donna Caterina Daldano, Girolama Mericelli, Donna Isabella del Salso e la duchessa di Noja, Beatrice Spinelli.
Durante il decennio francese, Giuseppe Buonaparte decreta la chiusura di alcuni enti benefici incamerandone i beni nel demanio.
In seguito, nel 1870 il Ritiro sarà riconosciuto dai Savoia come ente morale. Passerà poi alle dipendenze del Ministero dell’istruzione come Istituto educativo femminile di Mondragone, non più solo per le nobili ma per “le orfane e le vedove di civile condizione”. È poi trasformato in un convitto per orfane con annessa scuola elementare e asilo. Nel corso del Novecento subisce una serie di ulteriori trasformazioni fino a diventare, nel 2003, Museo del tessile e dell’abbigliamento Elena Aldobrandini (noto anche come Museo della moda di Napoli) e polo regionale della moda gestito dalla Fondazione Mondragone, istituita come Istituto di alta cultura che si interessa anche di formazione e orientamento. Al suo interno – oltre alle collezioni museali sulla moda femminile, alle mostre e alle attività laboratoriali in ambito tessile – è custodito un enorme patrimonio di pizzi, ricami, merletti e paramenti sacri di raffinatissima fattura, eredità del lavoro e delle arti femminili con cui si intrattenevano le “matrone, vergini e oblate” protette da Elena.