Erano belle, le cortigiane del Rinascimento? Dovevano essere belle — e, soprattutto, appetibili per ragioni sottilmente legate alla morale cristiana: più i loro corpi si presentavano seducenti e ammalianti maggiore era la diminuzione della colpa per i loro amanti. Era stato san Tommaso ad affermare che «un peccato è tanto meno colpevole quanto più si è spinti a commetterlo… Se la resistenza è difficile, il peccato ne viene diminuito». E ribadiva il Dottore Angelico che «la colpa è tanto minore quanto più forte è la concupiscenza da cui uno è stato vinto».
Le cortigiane erano quindi tenute a essere affascinanti e maliarde, provocanti e desiderabili secondo i canoni estetici del periodo, che per il Rinascimento sono la linea curva, la forma tonda, l’opulenza ruscellante delle carni. È così che vagheggia la donna Torquato Tasso: «ella era grande di statura, di persona proporzionatissima, bionda e bianca e tutta piena di sugo e di grazia nel volto e nel movimento».
Trenta erano gli elementi che facevano la bellezza femminile secondo il medico, meteorologo e magistrato ravennate Thomaso Thomei, che nella sua opera più famosa, Idea del giardino del mondo, 1586, ce li presenta distinti a tre a tre:
Tre bianche: carne, denti e faccia.
Tre negre: occhi, ciglia e petignone (pube)
Tre rosse: labbra, guance e unghie.
Tre longhe: persona, capelli e mano.
Tre corte: denti, orecchie e piede.
Tre larghe: petto, fianco e fronte.
Tre strette: bocca, natura e centura.
Tre grosse: coscie, culo e natura.
Tre sottili: capelli, labbra e deta.
Tre picciole: bocca, naso e mammelle.
Si tratta di donne che sono entrate nella storia dell’arte, della letteratura, della politica, della diplomazia, della finanza. Si possono citare per esempio, e per limitarci a Roma, madonna Giovanna, ‘cortesana’ spagnola che arrivava a pagare un affitto di ben cento scudi per utilizzare gli ambienti di una dimora patrizia; la ferrarese Ginevra; madonna Smeralda, con le sue tre figlie tutte ‘piacevoli cortigiane; un’assai avvenente Faustina, le cui tariffe, dai dieci ai dodici scudi per una notte d’amore, allontanarono il giovane e squattrinato Pierre Bourdeille de Brantôme (1540 - 1615): il futuro autore delle Dame galanti, un classico della letteratura erotica, dovette limitarsi a parlarle e a guardarla.
Più di una semplice citazione merita Fiammetta Michaelis (Firenze, 1465 - Roma, 1512). Arrivata nella Città eterna da Firenze nel 1478, «damigella di singolare beltà», appena tredicenne, fece innamorare di sé il colto cardinale umanista, anch'egli toscano, Iacopo Ammannati (1422 - 1479), continuatore dei Commentarii di Pio II. Una relazione, quella tra il potente cardinale fidato collaboratore di due papi, Pio II e Sisto IV, e la fanciulletta fiorentina, favorita dalla grande abilità "diplomatica" di Santa Cassini, sua madre e a sua volta "cortigiana onesta". Una liaison che si interruppe solo per motivi naturali — la morte dell'Ammannati — e che durò poco meno di due anni.
A fare scandalo non fu tanto l’amicizia intima tra l’alto porporato e la jeune fille, al centro dei diffusi pettegolezzi del tempo, quanto la prova provata di tale relazione. Ovvero, la cospicua eredità — tutti i suoi beni — che l’ecclesiastico lasciò a Fiammetta al momento di congedarsi da questo mondo. Più d’uno si sentì defraudato e gridò all’intrigo, al complotto, alla cospirazione.
Lo stesso pontefice Sisto IV fu costretto a intervenire, decidendo di rimandare la spinosa questione al giudizio di una commissione di quattro prelati. Questa si riunì più volte, discusse, almanaccò, differì, tergiversò e, alla fine, scelse di dare soddisfazione a tutte le parti in causa senza scontentare nessuno. Così Fiammetta, ancora sulle soglie dell’adolescenza, "per amore di Dio e per provvederla di una dote", se anche vide ridotti i lasciti testamentari a suo nome, pure acquisì ben quattro prestigiose proprietà immobiliari: una vigna presso il Belvedere Vaticano; una casa in vicolo della Palma, oggi scomparso; un'altra in via dei Coronari e la terza, una bellissima residenza a due piani con portico e altana in via degli Acquasparta che porta ancora il suo nome.
Qualche anno più tardi, la leggiadra cortigiana divenne per molto tempo l’amante del tenebroso Cesare Borgia, anch'egli cardinale, figlio di Alessandro VI e fratello di Lucrezia. Celebrata da tutti per la sua avvenenza che sembrava rimanere inalterabile nel corso degli anni, Fiammetta nel suo testamento lasciò disposizioni perché le fosse eretta una cappella funebre in Sant’Agostino in Campo Marzio, la stessa chiesa in cui era stato sepolto il suo benefattore, l'Ammannati: il tempio cristiano preferito dalle ‘cortigiane oneste’ quando erano in vena di ripensamenti penitenziali e luogo deputato alla loro sepoltura.
Di tale tomba, la cui esistenza è avvalorata anche dall'Aretino nei suoi Ragionamenti — «la Fiammetta ancor fece bello fine, e ho visto in Santo Agostino la sua cappella» — non c'è più traccia. Una piccola piazza, che fa angolo con via degli Acquasparta nel rione Ponte, è intitolata alla leggiadra cortigiana arrivata poco più che bambina a Roma da Firenze e la ricorda ancora.
Fonti, risorse bibliografiche, siti su Fiammetta Michaelis
Aretino Pietro, I ragionamenti, Sampietro editore, Bologna
Carpaneto Giorgio, I vicoli di Roma, Newton Compton editori, Roma 1986
Larivaille Paul, La vita quotidiana delle cortigiane nell'Italia del Rinascimento, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 1983
Luciani Luciano, Le donzelline. Donne d'amore nell'Italia rinascimentale, Edizioni ETS, Pisa 2014
Valeria Palumbo, Veronica Franco, Enciclopedia delle Donne, Milano 2019.