Mia madre era nata a Cupramarittima (AP) il 7 giugno 1924. Aveva frequentato le scuole medie presso collegi religiosi in Umbria, in particolare presso l’Istituto Bambin Gesù1 a Gualdo Tadino (PG), poi si era diplomata all’Istituto magistrale2 di San Benedetto del Tronto (AP) nel 19423. Dopo la tragedia della seconda guerra mondiale (1939-1945), vince subito il concorso per l’insegnamento e le viene data la nomina di incarico annuale in un paesino di montagna dell’entroterra ascolano, ma mio nonno Giuseppe Ascani (1882-1975)4 non le dà il permesso, perché era inconcepibile per lui che una giovane ragazza potesse andare a vivere da sola in montagna e, soprattutto, lontano da casa. Così sarà anche per l’idea di proseguire gli studi e coltivare le lingue straniere, in particolare il francese (la sua passione), iscrivendosi a Napoli all’Università5. L’ipotesi viene subito bloccata e arenata per gli stessi motivi, anche se mia madre, molto determinata, pur sempre rispettosa e obbediente, aveva preso autonomamente tutte le informazioni e si era fatta accompagnare nella sede napoletana da un lontano parente, che, per altri motivi, andava nel Sud. Ma non ci fu nulla da fare.

Eola era la seconda di cinque figli, nata subito dopo la morte (per incidente stradale, avvenuto – nonostante il traffico ridotto degli anni Venti – perché la casa paterna era situata lungo la Nazionale Adriatica) del piccolo Eolo, di cui le viene dato il nome. Tale circostanza fu da lei stessa, da adulta, raccontata e avvertita come non proprio positiva: l’avere il nome di un morto. Di seguito ecco i fratelli: Saverio, detto Veri, era il primo e il fratello maggiore, che, per tradizione, aveva il nome del nonno paterno; diventerà un importante medico a Fermo. Rosa, detta Ninetta, come ragioniera lavorerà, per un periodo, nell’amministrazione dell’Istituto d’Arte, a Fermo, dove si era sposata. Leda diventa anche lei, come Eola, maestra elementare a Cupramarittima. Claudio, infine, farà l’avvocato in banca ad Ancona. Volutamente e per decisione paterna, le figlie vengono fatte studiare fino al diploma e i figli (maschi) fino alla laurea.

Mia madre si sposa il 27 settembre 1947 a Loreto (AN) 6 con mio padre Ennio Caporossi (1920-1989) di Campofilone (allora, in provincia di Ascoli Piceno e, oggi, di Fermo). Sul numero 27, che ritornerà, nella sua esistenza, in diverse e problematiche circostanze, diceva sempre (pur senza essere mai stata superstiziosa) che l’aveva come “perseguitata” nella vita e, soprattutto, era presente in tutte le circostanze critiche, se non negative. Conservo io stessa ancora le foto del suo matrimonio, sempre custodite da lei con ordine e precisione in album appositi, album che, tra l’altro, amava predisporre e compilare per tutti noi – e non solo per i momenti più importanti, avendo avuto comunque sempre piacere e cura di fermare nella memoria i ricordi della nostra vita, sia personale sia familiare. Nonostante il fatto che, paradossalmente, la storia della nostra famiglia abbia avuto, poi, un esito dalla parabola veloce e anche prematura per tutti i componenti (compresa la sottoscritta, che, comunque, è l’unica rimasta ancora in vita, a un’età che nessuno di loro ha mai raggiunto…).

I figli saranno tre: il primo, Stefano Lorenzo, in famiglia Stefano, detto Steni, nasce il 12 luglio 1948, a Cupramarittima, dove i miei avevano preso in affitto una vecchio villino liberty (ancora esistente) sul lungomare, con un ampio giardino e, in linea d’aria, vicino alla casa padronale dei miei nonni materni, al di là del fosso della foce del torrente Menocchia e della ferrovia che corre lungo la costa. Stefano si ammalerà a quattro anni di poliomielite diffusa in tutto il corpo (esclusi solo la testa e la mano sinistra) e morirà, a undici anni, ad Ancona, il 27 febbraio 1959. Attorno alla sua esistenza si articola questa (mia) memoria di/su mia madre. La seconda figlia è la sottoscritta, Patrizia (Giovanna, Teresita), che nasce l’8 marzo 1951, sempre a Cupramarittima, in quella casa sul lungomare. La data mi sarà, forse, paradossalmente, quasi “profetica” per il mio (futuro e, oggi, ancora attuale) impegno politico e pubblico nel Movimento delle donne. Il terzo figlio, Leonardo (Leandro, Ettore), nasce il 12 ottobre 1960 ad Ancona (dove i miei si erano trasferiti, negli anni Cinquanta, per la malattia di Stefano) e morirà, a quarantacinque anni, il 27 gennaio 2006, dopo mia madre (a sessantun anni, il 2 febbraio 1986) e dopo mio padre (a sessantotto anni, il 28 gennaio 1989).

Mia madre ha sempre raccontato di una nottata, all’improvviso particolarmente travagliata, con sudorazione e (quasi o vere e proprie) convulsioni, che trascorse vicino a Stefano, il quale non trovava pace. Chiamato il medico, fu immediata la decisione di chiamare un’autoambulanza per l’Ospedaletto dei Bambini “Salesi” di Ancona. Non so come andò, ma fu purtroppo diagnosticata la poliomielite, che, in questo caso, bloccava i polmoni. Ad Ancona c’era, allora, l’unico polmone d’acciaio di tutto il Centro Sud. Mia madre trovò, all’interno dell’ospedale, una situazione drammatica, per quanti erano i bambini colpiti dalla stessa malattia, tanto che ne ha visti molti morire anche nello stesso polmone d’acciaio. Divenne così una vera leonessa combattente, con le suore (allora presenti nelle strutture ospedaliere), con le infermiere e con gli stessi medici. Fece amicizia, però, per stima reciproca, sia con il dottor Piattella sia con il dottor Migliori, ma soprattutto con il giovane dottor Rossini, che divenne – e in seguito rimase – un amico di famiglia, anche dopo la morte di Stefano nel 1959. L’ospedale dava a Stefano pochi giorni di vita. Il bambino, invece, riuscì a reagire tanto da avere momenti di autonomia fuori dal polmone d’acciaio e senza bombola d’ossigeno. A quel punto, i miei decidono di trasferirsi ad Ancona. Mio padre lascia il lavoro con mio nonno nei frantoi e nelle cantine di sua proprietà, anche se quest’ultimo non si rese conto della situazione e tenne con mio padre un atteggiamento di grande freddezza e distacco, sia dal punto di vista economico sia umano. Ad Ancona, pur con grandi difficoltà, mio padre riuscirà grazie a una certa sua intraprendenza a trovare, tramite amicizie, sia lavoro all’allora Fiera Internazionale della Pesca, presso l’Ufficio tecnico, sia anche alcuni subaffitti presso abitazioni private nel quartiere Adriatico – dopo aver dormito, da solo e per diverse notti, alla stazione. Ma devo dire che la generazione di mio padre che, a vent’anni, era stato mandato in guerra in Libia (con le “scarpe con suole di cartone”, come raccontava), aveva la grande capacità di non perdersi d’animo. E così fu. A questo punto, i miei genitori decidono di portare ad Ancona anche me, che ero stata affidata a mia nonna, la quale, a sua volta, mi aveva fatto seguire da alcune donne del paese – donne che poi, da grande, rividi con infinita commozione, soprattutto da parte loro.

Dato che ero molto piccola, ho un ricordo lontano di quando siamo tornati a vivere tutti insieme, con Stefano che faceva avanti e indietro dall’ospedale. All’inizio in subaffitto (in quegli anni molto in uso). Mi ritorna in mente – anche per alcune foto che ancora conservo – il grande giardino della villa Sensini, una bella palazzina ancora esistente di fronte all’allora Ospedale civile, “Umberto I”, in via Matteotti angolo piazza Cappelli, e poi l’appartamento della signora Bartolini, al primo piano di un bel palazzo sul viale della Vittoria, che tuttora ho nel cuore. Ma la nostra prima vera casa fu in affitto, in via Piave 37, strada dove in quegli anni c’erano diverse villette d’epoca, pur vecchie e malandate. La nostra casa aveva tanti terrazzi e un grande giardino confinante con altri giardini e, in particolare, con il cortile del palazzo dei ferrovieri. Allora erano spazi pieni di bambini ed era, per me e per Stefano, quando poteva stare fuori sulla sedia a rotelle (fatta realizzare appositamente dai miei, perché non ce n’erano tante in commercio), un’occasione d’oro di contatti e giochi continui.

I miei riescono a far portare i loro mobili della nostra casa di Cupramarittima: in particolare, la loro camera da letto, la nostra camera di bambini e la cucina. Dopo un primo tentativo di arredare una stanza a salottino, mia madre un giorno prende la decisone, con la complicità sicuramente di mio padre, di trasformare quella stanza non in un salotto, ma di aprirla ai bambini e alle bambine, che avrebbe seguito come in un “doposcuola” sul dettato montessoriano7, di cui era fervente “seguace”. L’idea partiva anche da un bisogno economico, perché Stefano, quando stava con noi a casa, aveva bisogno di una bombola di ossigeno al giorno, che allora (non c’era il servizio sanitario nazionale) la mutua non passava. Contemporaneamente questa idea era l’occasione per avere la casa piena di vita, di bambini e bambine; un luogo dove si studiava, si facevano i compiti e, soprattutto, si stava insieme. Tra l’altro, mia madre mi faceva seguire i bambini più piccoli. Questa condivisione diventò per Stefano la vita che gli entrava in casa. Mia madre, tra l’altro, era riuscita a insegnargli a leggere e a scrivere con quell’unica parte non malata del braccio sinistro (e Stefano, come tutti noi, sicuramente non era mancino); i suoi compiti, in accordo con la mia adorata e adorabile maestra, Adina Pirani, a cui li portavo, venivano dai lei “corretti” e valutati. Ricordo, poi, nei periodi natalizi, la costruzione collettiva in cucina, sopra vecchi fornelli a carbone non più utilizzati, di un grandissimo presepio, al quale ogni bambino e bambina, compresi noi, contribuiva, costruendo con la pasta modellabile o con la cartapesta una statuina, una piccola casa… e poi si andava insieme a cercare il muschio in giardino o nei campi aperti che allora c’erano ancora lungo la strada. Poi arrivava il “santo Stefano”, e in quel giorno dedicato a mio fratello venivano soprattutto i parenti di Fermo: mia zia Ninetta con zio Silvano e i suoi giovani fratelli (con cui m’intrattenevo anch’io a giocare), ma anche mio zio Saverio, detto Veri, da Cupramarittima, che un anno arrivò con uno dei primi apparecchi televisivi. La televisione fu una risorsa incredibile per tutti noi e ovviamente per Stefano in primis, ma anche per i bambini e le bambine del doposcuola che si fermavano, ogni pomeriggio, a vedere con noi La TV dei Ragazzi e a giocare8. In breve, la nostra casa si trasformò in una sorta di comunità educativa e ricreativa permanente, aperta e disponile. È stato un periodo indimenticabile! Certo la morte, in quella casa, di Stefano, il 27 febbraio 1959, a undici anni compiuti, portò via ogni entusiasmo, ma la solidarietà non s’interruppe e continuò anche a suo nome. Mi raccontarono, poi, che tutti i bambini e tutte le bambine parteciparono al funerale, che si svolse con una processione a piedi fino all’attuale Chiesa della misericordia in via Giannelli: non vicinissima, ma allora ancora era possibile fermare il traffico, come fu fatto, per un funerale a piedi. Per quanto riguarda me, però, evitarono che vi partecipassi e mi portarono a casa della mia amichetta del cuore e compagna di scuola, Paola Sprecavisciole, che abitava vicino a noi, la cui famiglia è sempre stata vicina, molto vicina, ai miei (distanti dai loro parenti) e al dramma che si veniva consumando. Ricordo che il dottor Rossini ci disse che Stefano, alla morte, aveva ormai il cuore di un anziano di ottant’anni, per quanto aveva patito.

Dopo un periodo di grande sbandamento e crisi anche familiare, tanto che per alcuni periodi la sottoscritta ritorna dai nonni materni e dagli zii di Fermo, mia madre recupera, e con mio padre sceglie di avere un nuovo figlio, Leonardo, nel 1960. Successivamente, con la sua forte energia, riprende non solo i concorsi per l’insegnamento, ricevendone l’idoneità, ma decide anche di specializzarsi per i bambini portatori di handicap alla Scuola superiore di ortofrenica dell’Università di Urbino. Qui andò tutta la nostra famiglia nel mese d’agosto del 1970 (mese obbligatorio di frequenza): Leonardo aveva dieci anni e la sottoscritta aveva appena sostenuto la maturità scientifica e stava scegliendo il proprio percorso universitario. Quelle lezioni, che seguivo con mia madre, mi affascinarono, e la mia iniziale propensione verso la facoltà di matematica si spostò verso filosofia, ma la mia meta fu alla fine la Sapienza di Roma, dove iniziò un nuovo personale capitolo. Mia madre optò per una tesi sperimentale, e seguì una bambina che, in quel periodo, veniva ospitata da noi; fu un’esperienza condivisa in famiglia e anche per questo molto significativa.

In quegli anni esistevano ancora scuole separate da quelle “normali”, le cosiddette “Scuole speciali”, che, in realtà, erano di fatto dei propri e veri ghetti. Mia madre vinse il concorso per questo tipo di istituti e iniziò a insegnare prima a Falconara (AN), alla Scuola speciale della Croce Rossa, poi alle Scuole speciali ad Ancona in via Birarelli al Guasco. La sua passione e il suo spirito di iniziativa, alimentati sicuramente da una personale motivazione, la portarono a partecipare a tutte le iniziative che, in quegli anni, iniziavano a organizzarsi per il superamento delle Scuole speciali. Conobbe la grande Maria Paola Bellini, che coordinava, ad Ancona, il movimento per il superamento delle Scuole speciali, e con lei partecipò attivamente fino al raggiungimento dell’obiettivo finale. Mia madre così divenne, in particolare presso la scuola elementare De Bosis, maestra di sostegno, che tutti i bambini e le bambine della scuola chiamavano affettuosamente “maestra Eola”, anche per la sua estrema disponibilità.

Negli anni successivi iniziò ad avvertire una febbricola costante e piuttosto debilitante, con la quale continuava, comunque, ad andare a scuola, anche per il suo alto senso del dovere. Ma fu costretta a prendere un’aspettativa e, dopo tanti ricoveri, non si venne comunque a capo di nulla. Dovemmo andare all’ospedale San Matteo di Pavia, dove, in poche ore, riuscirono a individuare, grazie al venerando professor Storchi, lo stafilococco. Trattato in tempo, sarebbe stato debellato con facilità; purtroppo però nel frattempo aveva raggiunto il cuore. Mia madre, pur poi operata ad Ancona alla valvola cardiaca, entrò in coma per un mese, fino alla morte il 2 febbraio 1986, a sessantadue anni non ancora compiuti. Al suo funerale vennero in tanti e in tante. Tra loro anche tutti i suoi bambini di un tempo ormai adulti, e i bambini degli ultimi anni.

Note


1 Storico e molto rinomato (nell’Italia centrale) Istituto religioso, sorto nel 1816.
2 Presumo essere l’odierno istituto paritario San Giovanni Battista, fondato nel 1934 dal beato Alfonso Maria Fusco, per sole ragazze e gestito tuttora dalle suore battistine.
3 C’è un piccolo aneddoto scolastico di quegli anni delle magistrali, che mia madre spesso raccontava e di cui conservava non solo il ricordo e che, in un certo senso, mette a fuoco la sua vivace e socievole personalità. Si tratta di una poesiola che un suo professore (un certo prof. Miritello) le scrisse (e che lei ha sempre conservato): “Se la classe è in silenzio/una vocina/prima piano e poi fortina/incomincia a disturbar./È l’Eolina/dagli occhioni pien di blu/petulante ma studiosa/e ricolma di virtù”.
4 Mio nonno, da giovane falegname emigrato con sacrificio nelle Americhe, tornato arricchito, aveva comprato terreni su terreni nell’Ascolano, tra Ripatransone, Cupramarittima (qui si era costruito la propria casa a più piani con annessa la casa del contadino, dove abitava tutta la sua famiglia di cinque figli), Grottammare e Massignano, il paese natìo di sua moglie, mia nonna Zenaide Pasquali (1897-1972). Mia nonna era, tra l’altro, lontana parente (cugina di secondo grado) del grande Guglielmo Marconi, per via di sua madre, Giuseppina Marconi. I terreni erano coltivati, tramite i mezzadri (la mezzadria nelle Marche durerà fino e oltre la seconda metà del Novecento), soprattutto a uliveti, tanto che mio nonno aveva aperto diversi frantoi: quello principale a Cupramarittima, sotto casa, poi a Grottammare e a San Benedetto del Tronto, diventando uno dei fornitori più importanti delle Marche e anche a livello nazionale, in particolare dell’allora olio Gaslini di Genova (una delle industrie olearie, in quegli anni, più competitive in Italia, fondata nel 1923).
5 L’Università degli Studi di Napoli, “L’Orientale”, è, da sempre, tra le più importanti istituzioni universitarie statali italiane. È stata fondata nel 1724 con sede principale a Napoli soprattutto per lo studio, oltre delle lingue occidentali, anche, in particolare, di quelle orientali.
6 Meta religiosa molto frequentata, in ambito cattolico, soprattutto e non solo nelle Marche, per il famoso santuario mariano, che conserva al suo interno “la casetta di Nazareth”, portata qui, secondo la leggenda, in volo dagli angeli. Tale luogo spirituale sarà, poi, per mia madre meta – con i famosi “treni bianchi” – con il primo figlio, Stefano, per la sua invalidante poliomielite.
7 Il rimando è, in particolare, alla prima “Casa dei bambini”, fondata il 6 gennaio 1907 a Roma, in via Marsi 58, nel quartiere popolare di San Lorenzo, da Maria Montessori.
8 Ricordo con piacere il bambino Fabio Chesi, nato con problematiche psicologiche (ma non gravi), che era stato affidato proprio a mia madre e a tutti noi e che spesso giocava, sempre silenzioso, con i nostri animali domestici (cani, gatti e canarini). Rimase famoso il suo grido di gioia, un giorno, verso mia madre: “Maestra, maestra, il gatto Kim mi licca!”. E nominare Kim (spesso chiamato Kijw), il gatto nero, che doveva il suo nome alle letture di Kipling che spesso facevamo in gruppo, fu un’esplosione di gioia.




Voce pubblicata nel: 2026

Ultimo aggiornamento: 2026