Ripercorrere la vicenda umana di Elvine Ritter de la Tour significa immergersi innanzitutto nella storia dell’Austria di ieri, di cui Gorizia ha fatto parte fino al 1918. La vicinissima Trieste, unico grande scalo commerciale asburgico e porto franco, data anche la libertà di culto concessa fin dal 1719 (aspetto allora per nulla scontato), attira imprenditori di ogni genere provenienti dal Mediterraneo orientale e dall’Europa centrale.

Il nonno di Elvine Ritter, Johann Christoph, nasce a Francoforte sul Meno e, dopo essersi specializzato a Londra, decide di tentare fortuna in Austria. Il destino gli è amico: riesce infatti a trasportare un carico di salnitro (un ingrediente della polvere da sparo) da Malta a Trieste durante le guerre napoleoniche, infrangendo il blocco navale. È l’inizio di un’intensissima attività imprenditoriale che lo porta dapprima alla direzione delle neonate Assicurazioni generali triestine, per poi decidere di investire la propria fortuna a Gorizia, città allora priva di industrie moderne ma resa attraente dalle autorità centrali grazie a una politica di notevoli sgravi fiscali.

Lo sfarzoso matrimonio del figlio maggiore, Julius Hektor (1816-1878), con Amalia (1818-1851), figlia di un ricchissimo commerciante della comunità svizzera triestina, rimane per lunghi anni nella memoria dell’élite commerciale e finanziaria della città. L’unione è allietata dalla nascita di sei figli ma, al rientro da un viaggio a Parigi, Amalia si ammala improvvisamente e muore. Julius Hektor crolla; riesce con difficoltà a occuparsi delle industrie di famiglia, ma deve affidare i figli a una parente della moglie, che li educa secondo i severi principi del pietismo, in base ai quali, tra le altre cose, la fede deve esplicarsi in un concreto amore per il prossimo.

Elvine, sensibile e intelligente figlia maggiore, si rende presto conto di non avere alcun merito personale per le enormi ricchezze della sua famiglia e, dolorosamente colpita della profonda miseria economica e spesso anche morale che opprimeva i ceti sociali meno abbienti, in special modo i bambini, nel 1872 fonda, insieme ad altre dame della ricca borghesia, un ente di assistenza per orfane. Questo accoglie gratuitamente in una casa del centro bisognose di qualsiasi fede religiosa, seguite da personale evangelico. La curia però non vede di buon occhio un eventuale ampliamento del nucleo evangelico, quindi il direttivo decide di escludere il personale di quella fede religiosa. La contessa abbandona così il direttivo e inizia ad accogliere alcune orfane e a occuparsi della loro istruzione nella sua tenuta di Russiz di Capriva, nelle vicinanze Gorizia, tenuta donatale dal padre in occasione del suo matrimonio (avvenuto nel 1868) con il conte Theodor de la Tour. Dell’azienda vinicola si occupa il marito, utilizzando le più moderne tecniche francesi. Nel corso del tempo la produzione si affina e il ricavato delle vendite riesce a contribuire al mantenimento dell’attività benefica.

Alla morte del padre, Elvine riceve, oltre alla sua quota di eredità, anche una quota particolare che il padre ha previsto per le sue opere. Nessuno dei cinque fratelli avanzerà mai alcuna obiezione. La somma le consente di mettere finalmente in atto tutto ciò che aveva in mente. Si tratta innanzi tutto dell’apertura di un corso completo di una scuola popolare di religione protestante e di lingua tedesca (la padronanza della lingua tedesca consente non solo di leggere le scritture evangeliche, ma anche di muoversi e lavorare in tutto l’impero) con annesso orfanotrofio femminile, aperta a tutti e riconosciuta dallo stato. È l’inizio di un’asprissima polemica a livello legale, religioso e giornalistico, non solo a Gorizia, ma anche a Trieste, cui metterà fine solo lo scoppio della prima guerra mondiale. L’arcivescovo goriziano minaccia persino di scomunica i genitori che mandano i figli alla scuola di Russiz.

La contessa riesce intanto ad aprire anche un asilo fröbeliano per bambine (“Vengono condotte a passeggio da quelle maestre protestanti per le vie di Capriva tutte ben vestite e quasi tutte nella stessa foggia”, annota il parroco), una scuola serale, una di musica e un gabinetto di lettura. Non esita inoltre a chiedere udienza privata all’imperatore – il quale gliela concede per i meriti economici della famiglia – per far valere i suoi diritti, ripetutamente minacciati dalle autorità locali.

Se la Chiesa goriziana di allora, preoccupatissima per un’eventuale diffusione del protestantesimo, giunge a scrivere “Ma a che cosa serve il tedesco ai contadini?”, i caprivesi – come annota il parroco nel 1877 in una delle periodiche relazioni per l’arcivescovo – “vedono che quella presidente contessa La Tour mentre da una parte trattiene quelle povere orfane dall’intervenire al culto pomeridiano, vedono poi d’altra parte che essa visita gli ammalati, li soccorre con abbondanti limosine e gli fa venire a sue spese anche il medico da Gorizia, quindi conchiudono taluni che la è cosa indifferente una religione o l’altra, purché si facciano buone opere”.

Per rendersi conto pienamente della portata dell’iniziativa della contessa de la Tour, che dai suoi avversari viene additata come uno “sfogo” per la delusione di una mancata maternità, bisogna ricordare che proprio in quel periodo gli Stati moderni stavano iniziando a occuparsi della gestione dei vari tipi di povertà e che quindi l’attività benefica della contessa ha un valore decisamente pionieristico, non potendosi rifare a modelli già esistenti. Occorre anche riconoscere che richiede senza dubbio notevoli doti imprenditoriali.

Nel 1885 Elvine de la Tour inizia la sua opera sociale e religiosa anche a Treffen, nelle immediate vicinanze di Villaco, dove il marito ha comprato una vasta proprietà grazie a una cospicua eredità. L’orfanotrofio che apre è destinato a tutti i bambini maschi bisognosi che chiedono assistenza. Dunque ragazzini friulani vengono educati a Treffen e ragazzine carinziane a Capriva, e riescono a imparare in modo dignitoso la lingua del vicino grazie all’alta qualità dell’insegnamento. Fanno seguito istituzioni per la cura degli anziani bisognosi e, nel 1912, un ambulatorio specializzato nella cura degli alcolizzati nell’ospedale di Villaco.

Nel 1912 la colonia protestante di Russiz ammonta a 78 persone (Gorizia ne ha circa 160). Solo quattro ragazze risultano convertite al protestantesimo, certamente stimolate dalla possibilità di condurre una vita migliore.

Nel maggio del 1915 l’invasione italiana mette fine all’opera di Elvine Ritter a Capriva. Dopo l’internamento nel campo profughi di Giassico di Cormòns (Gorizia), funestato anche da un’epidemia di colera, la contessa riesce a raggiungere faticosamente Treffen via Svizzera e Germania. Muore a Treffen nell’ottobre del 1916.

Fonti, risorse bibliografiche, siti su Elvine Ritter de la Tour

O. Altieri, L’istituto evangelico di Russiz e la Chiesa goriziana tra Ottocento e Novecento, “Qualestoria”, 29/1 (2001), pp. 117-124.
H. Szepannek, Elvine Ritter, Gräfin de la Tour (1841-1916), Protestantin, Visonärin, Grenzgängerin, Klagenfurt, Verlag des Kärnten Landesarchivs, 2010.




Voce pubblicata nel: 2026

Ultimo aggiornamento: 2026