Attraverso l’obiettivo della sua macchina fotografica, Dorothea Lange restituisce un volto umano alla Grande depressione, contribuendo a porre le condizioni disastrose delle classi più disagiate al centro del dibattito politico dell’epoca. La continua ricerca di autenticità e verità nel suo lavoro l’hanno resa una delle più grandi fotografe documentariste del XX secolo.
Dorothea Lange nasce a Hoboken, nel New Jersey, e la sua vita è segnata subito da due grandi eventi: l’abbandono del padre – non a caso, da adulta, sceglierà di adottare il cognome materno con cui è conosciuta in tutto il mondo – e la poliomielite, che le comprometterà l’uso della gamba destra. “Forse è stata la cosa più importante che mi sia successa. Mi ha formata, mi ha guidata, mi ha istruita, mi ha aiutata, e umiliata: tutto nello stesso tempo”. Proprio la sua condizione fisica le fornirà il passaporto emotivo per accedere a mondi che altri colleghi guardavano dall’alto in basso. Si appassiona alla fotografia sin da giovanissima: già a diciassette anni trascorreva i pomeriggi dopo la scuola a fare da apprendista presso un fotografo della zona. Frequenta i corsi universitari di Clarence H. White a New York e inizia un periodo di gavetta in vari studi di fotografi ritrattisti della città; uno su tutti, Arnold Genthe.
Nel 1918, a ventitré anni, decide che la città le sta stretta e parte con l’amica Florence Ahlstorm in giro per gli Stati Uniti, autofinanziandosi con la fotografia. Il viaggio subirà una battuta d’arresto a San Francisco in seguito al furto di tutti i loro risparmi. Quello che doveva essere solo un breve soggiorno si trasforma in casa (e nella base operativa da cui avrebbe condotto il suo lavoro di documentazione in tutto il Paese). Per mantenersi si fa assumere in un negozio di articoli fotografici dove entra in contatto con l’élite culturale e, proprio grazie a questo lavoro, troverà il finanziatore dello storico studio al 54 di Sutter Street. È il 1919 e Dorothea, forte della sua formazione, si dedica principalmente alla ritrattistica delle famiglie più facoltose di San Francisco, con particolare cura ai soggetti femminili e ai bambini. Il suo studio non è solo un ufficio, ma un punto di incontro: grazie alla sua personalità carismatica, Dorothea trasforma lo spazio in un luogo di scambio per artisti, intellettuali e bohémien; proprio qui conosce il primo marito, il pittore del West Maynard Dixon, con cui avrà due figli.
Arrivano gli anni Trenta con la Grande depressione: folle di disperati invadono le strade della città in cerca di un pasto caldo e la fotografa si trova a osservare fuori dalla finestra una realtà totalmente in contrasto con quella che vive nelle mura dello studio. Ed è proprio davanti a quello studio che si formano code infinite di persone che aspettano pazientemente il turno per l’unico pasto della giornata. Dorothea scende con la sua Graflex 4x5 – una macchina fotografica lenta e pesante – e inizia a scattare centinaia e centinaia di volte nella moltitudine. In questo contesto prende vita White Angel Breadline (1933), il suo primo scatto documentaristico: il soggetto è un anziano poggiato a una ringhiera di legno, che dà le spalle a una calca di uomini voltati; le mani intrecciate attorno a un barattolo vuoto, lo sguardo perso in una rassegnazione dignitosa. Nonostante il caos che lo circonda, Dorothea riesce perfettamente a isolare l’uomo grazie alla sua tecnica; uno dei tratti distintivi sarà proprio la volontà precisa di applicare lo stesso insieme di competenze apprese a New York e negli anni del ritratto commerciale a soggetti appartenenti a classi sociali più disagiate.
Nel frattempo, gli scatti si accumulano e Dorothea organizza le prime mostre col preciso intento di sensibilizzare l’opinione pubblica che non vive direttamente le conseguenze della Depressione. Tra i frequentatori più entusiasti c’è Paul Taylor, un politico ed economista che da anni si batte per convincere il governo a supportare le classi meno abbienti. Tra i due scatta una stima professionale e umana che porterà la fotografa a divorziare dal marito e a trascorrere il resto della vita con Paul. La loro collaborazione scuoterà il governo: lui scriveva articoli corredati di analisi statistiche ed economiche e lei sceglieva le foto più adatte a completarli. Grazie al lavoro svolto con Paul, Dorothea viene assunta dalla Resettlement Administration e, tra il 1935 e il 1939, viaggia instancabilmente attraverso il sud e l’ovest degli Stati Uniti, documentando la povertà rurale, il Dust Bowl e la disperazione dei braccianti. Ad accompagnarla c’è la sua assistente Rondal Partridge, a bordo della mitica Ford V8. “Dorothea credeva veramente che fotografare qualcuno in modo aggressivo significasse rubare il suo spirito”, ricorda Rondal.
L’approccio umano e trasparente insieme alla sua condizione fisica abbatteva le barriere sociali che si creavano naturalmente tra profughi e funzionari governativi; le persone si sentivano viste, ascoltate, rispettate e permettevano di ritrarre miserie che ad altri avrebbero nascosto. Nel 1936 scatta la sua fotografia più celebre: Migrant Mother. L’immagine in bianco e nero ritrae Florence Owens Thompson, una madre di trentadue anni, in un campo di raccoglitori di piselli a Nipomo, California. Il raccolto era stato distrutto dal gelo e la famiglia stava morendo di fame. Anche Florence, così come il signore ritratto in White Angel Breadline, ha lo sguardo perso nel vuoto; due dei suoi figli sono appoggiati di schiena a lei come a voler nascondere il viso e sul suo grembo, avvolto in un panno logoro, giace un neonato addormentato. La luce le illumina il viso, trasformandolo nel punto focale. La foto divenne il simbolo universale della Grande Depressione, dando un volto umano a statistiche economiche astratte e spingendo l’opinione pubblica a sostenere il New Deal di Roosevelt, oltre che a stimolare ingenti aiuti umanitari immediati.
Con lo scoppio della seconda guerra mondiale i fondi governativi vengono dirottati sullo sforzo bellico ma Dorothea non si ferma e trova il modo di documentare un’altra tragedia made in USA: la deportazione degli americani di origine giapponese. Dopo l’attacco a Pearl Harbor, il Paese è in preda alla rabbia più cieca: Roosevelt fa rinchiudere oltre centomila persone in campi di prigionia nel deserto e dà loro sette giorni di tempo per vendere le proprietà e lasciare il suolo americano. Dorothea si accampa con i profughi per settimane e documenta il dolore e la dignità di queste persone che si trovano all’improvviso private di tutto. Le sue foto resteranno una testimonianza indelebile della follia ideologica di quel tempo.
Nel 1947 collabora alla nascita dell’agenzia Magnum e nel 1952 cofonda la rivista Aperture. Tra il 1954 e il 1955, prima che la sua salute iniziasse un lento e inesorabile declino, viaggia in Asia, America Latina e Africa e realizza dei reportage per Life. Dopo la diagnosi di tumore all’esofago del 1963, si ritira a vita privata; mentre il MoMa organizza la prima grande mostra su di lei, Dorothea sceglie di restare in famiglia a fotografare i suoi nipoti. Muore all’alba dell’11 ottobre 1965.