Figlia di antifascisti, partigiana, dirigente comunista attiva nel campo dell’emancipazione femminile, Tina Ferlini nasce a Imola il 18 gennaio 1915 da Domenico e Agnese Franceschelli. È la prima di cinque figli; gli altri sono: Fernanda (nata nel 1918), Flavia (1920), Fausto (1921) e Fedora (1923). Con le tre sorelle, casalinghe, collabora insieme alla partigiana imolese Prima Vespignani alla distribuzione della stampa clandestina alle famiglie, recapitandola loro a mano o lasciandola nelle buche delle lettere e sui davanzali delle finestre. Tina è stata riconosciuta partigiana dal 15 giugno 1944 al 14 aprile 1945. Anche il fratello Fausto, di professione meccanico, è stato partigiano, attivo all’interno della XXXVI Brigata Garibaldi Bianconcini.

Dotata di una vivace intelligenza e di competenza politica, Tina diventa ben presto figura assai stimata all’interno del Partito comunista e non solo. Rimasta presto orfana di madre, studia per ottenere una licenza di avviamento commerciale e diventa impiegata al Comune di Imola. Ben presto si licenzia, allo scopo di lasciare il posto al fratello Fausto, che viene nominato vigile urbano. Durante la lotta di liberazione milita nel battaglione Rocco Marabini della brigata SAP Imola e, successivamente, nel distaccamento imolese della VII brigata GAP Gianni Garibaldi. La sua azione a favore della liberazione dal fascismo e, soprattutto, dell’emancipazione delle donne, è generosa e ricca di valori umani, oltre all’essere compiuta su base volontaria, in nome di profondi ideali di pace e giustizia sociale.

Nel 1947 sposa Domenico De Brasi, di origine calabrese, ateo e comunista come lei. I due si erano incontrati a Pesaro nel corso di una riunione sindacale. Poco tempo dopo il matrimonio, la coppia si sposta a Benevento, dove Domenico è stato inviato a dirigere la locale Camera del lavoro. A Pesaro restano per un decennio non facile, durante il quale nascono le cinque figlie: Ivanea, Vladimira (detta Mira), Silvia e le gemelle Rossella e Fulvia. Ivanea nasce a Santa Croce del Sannio, le altre quattro a Benevento. Sono anni di lotte intense, di sofferenze fisiche e morali e difficoltà economiche. Nonostante le molte difficoltà, Tina tiene conferenze in città e in provincia, dirige l’UDI (Unione donne italiane), partecipa al Comitato provinciale dei partigiani e al Comitato provinciale dell’assistenza pubblica. Soprattutto, si impegna politicamente a favore delle donne, in una provincia all’epoca ancora molto chiusa nei confronti di qualsiasi attivismo femminile nel sociale o in politica.

A causa di tanto attivismo e in quanto comunisti, ben presto Tina e Domenico diventano sorvegliati speciali della Questura di Benevento. Di Tina vengono seguiti con attenzione anche i frequenti spostamenti a Imola e a Bologna, spostamenti motivati dalle cure all’artrosi lombare di cui soffre. La sua condotta, tuttavia, non rivela nulla di compromettente: il suo comportamento è esemplare. A Benevento la coppia abita prima in via Toscana 194 (contrada Pontecorvo), e poi, dal 1951, in via Bari 10 bis, al rione Libertà, in una palazzina che ha sul retro il tracciato della ferrovia e intorno alla ferrovia un campo con alte foglie di tabacco. Tutt’intorno ci si ritrova in aperta campagna. In questo quartiere la vita per gli abitanti è grama e l’analfabetismo diffuso. Anche i De Brasi non hanno una situazione economica facile, tuttavia Tina aiuta tutti quelli che può, nei limiti delle sue possibilità.

Dopo l’ultimo parto gemellare, nel 1955, Tina entra in coma per ventiquattr’ore e le sue anche già fragili hanno un crollo. Deve essere ingessata dal busto ai piedi. Una delle sue sorelle accorre da Imola per aiutarla. La figlia Vladimira viene mandata a Imola da una zia, mentre Fulvia e Rossella, appena nate, vengono affidate all’orfanatrofio San Filippo Neri, nello storico quartiere Triggio, con profondo dolore di Tina. Le bambine vi restano per diciotto mesi. Intanto in città scoppia un’epidemia di tifo e la piccola Ivanea, che ha solo sette anni, resta contagiata. Con una forza da leone, Tina reagisce a questa ennesima difficoltà. Le prepara una grande stanza che provvede a sterilizzare e dalla quale tiene lontane le sorelle. I beneventani le sono vicini con l’affetto e con l’aiuto concreto. Tra loro si segnala un tal Di Gioia, un compagno di partito, che ogni giorno procura il latte d’asina alle gemelline, le quali, in quel periodo convulso, non possono essere allattate dalla madre.

Tra il 1956 e il 1958 il capofamiglia, Domenico De Brasi, viene mandato in Russia a curare la pleurite. In seguito, nel luglio del 1959, è trasferito a Bologna e tutta la famiglia lo segue. Il dispaccio 0717/Gab. del 7 luglio 1959, diretto alla Questura di Bologna e al Ministero dell’Interno, riporta: “La nominata in oggetto ieri si è trasferita definitivamente a Bologna per raggiungere il marito, De Brasi Domenico destinato recentemente presso quella C.d.L. Ciò premesso non appartenendo la Ferlini a questa Provincia, né per nascita, né per residenza, viene radiata dal novero degli iscritti al C.P.C., di questa amministrazione. Il Questore”. Anni dopo, nel volume intitolato Comunisti. I militanti bolognesi del PCI raccontano, Tina testimonierà con queste parole gli anni trascorsi a Benevento:


Sposata nel 1947, lasciai Imola, dove svolgevo il lavoro di partito come dirigente della commissione femminile, e mi trasferii a Benevento dove mio marito lavorava presso la Camera confederale del lavoro. Cominciai subito a lavorare per organizzare e dare vita al lavoro di partito, dell’Udi, dell’Anpi e del sindacato fra le donne. Già molte erano iscritte alle varie organizzazioni, ma mancava l’attività continua. Mi legai subito con le compagne (quattro o cinque) che più frequentavano il partito e per prima cosa cercai di avvicinare le donne con riunioni di caseggiato nelle più svariate parti della città, della campagna e nei vari paesi della provincia. Non ricordo quanti comitati attivi formammo nei paesi. La cosa fu meravigliosa! C’era sete di sapere, di partecipare, di muoversi, si parlava di tutto. A Benevento riuscimmo a costituire un comitato dell’Udi composto da maestre, operaie e casalinghe e raccogliemmo fondi presso i vari negozi per fare la festa della befana ai bambini; per l’8 marzo, inoltre, si andava nelle fabbriche con la mimosa. Organizzavamo la diffusione di “Noi Donne” e mi scrissero i compagni di “Rinascita” per conoscere i particolari del lavoro svolto, soprattutto fra le donne. Fra Roma e Napoli c’era molto contatto e anche dall’Emilia-Romagna arrivavano giovani compagne per aiutarmi: Donatella Turtura, Vittorina Dalmonte, la Passigli, la collaboratrice di Gianni Rodari ed altre.

Ricordo due fatti importanti che accaddero nel 1951 e nel 1953. Nel ’51 condussi una forte battaglia per assumere al monopolio dei tabacchi 43 donne. Fu una lotta dura, pressante con visite continue al prefetto o chi per lui, con delegazioni di operaie: riuscimmo però a farne assumere 42. Fu una vera vittoria sindacale e politica. Nel 1953 – anno della legge truffa – vi fu un avvenimento che fece rumore e scosse l’opinione pubblica: nelle campagne vi erano lotte bracciantili per il rinnovo del contratto, e come i braccianti si muovevano per venire alla Camera del lavoro a Benevento, erano seguiti e bersagliati dalla polizia che non ammetteva si facessero manifestazioni. La Camera del lavoro aveva indetto a Benevento un comizio che fu impedito; allora i compagni misero l’altoparlante vicino alle finestre della sede, che si aprivano sulla piazza centrale della città già piena di gente, (si disse diecimila persone), mentre un gruppo di intellettuali era presente per presentare una petizione contro la legge truffa. La polizia, diretta dal commissario De Simone, fece irruzione nella sede della Camera del lavoro e arrestò mio marito (De Brasi) allora segretario e altri compagni presenti (e Donatella Turtura fu spedita con il foglio di via a Bologna). Furono tutti denunciati e il processo, compreso quello di appello, durò quattro anni ma venne riconosciuta la sentenza di assoluzione piena e la polizia fu costretta a restituire tutte le attrezzature sequestrate. Fu una vera sconfitta per la polizia che quel giorno se la vide brutta perché la gente voleva liberare i sindacalisti e si scontrò con essa duramente.

Nel 1957 l’inverno fu freddo e povero e vi fu anche una forte lotta popolare. Da un paese dell’Irpinia, San Bartolomeo in Caldo, partirono in molti, a piedi (tre o quattrocento, comprese le donne), per fare la marcia della fame fino a Roma. Era stata organizzata con un mese di studio e di grande lavoro, riuscì molto bene. Marciarono vari giorni durante i quali la polizia non riusciva a disperderli perché le staffette avvisavano in tempo ed essi si nascondevano fra le montagne, nei fienili, per poi ricominciare appena le forze dell’ordine ripartivano. Queste però non si arresero: arrivarono con i camion vicino a un fiume, li caricarono tutti e li riportarono in paese. In quegli anni, però, per motivi familiari e di salute, non potei prestare più un’attività continuativa. Allora facevo molta strada in bicicletta, ricordo che i bambini del villaggio dove abitavo mi chiamavano “la russa”. Riuscii per due volte (una ventina per volta) a portare questi bambini in fila felici e disciplinatissimi ai giardini della città e in campagna, in grandi prati. Poi smisi per le ragioni che già ho accennato. Quanto lavoro ci sarebbe sempre da fare!

A Bologna, Domenico De Brasi diventa assessore provinciale all’urbanistica e presidente dell’ATC, l’azienda di trasporto comunale. Scrive un poderoso volume sulla politica dei trasporti, sul quale è invitato a relazionare in diverse parti del mondo. La coppia si separa dopo ventun anni di matrimonio. Tina poi si spegne a settant’anni, senza dolore. È il 13 settembre 1985. Oggi riposa nel cimitero di Imola. Domenico invece muore nel 1995 ed è sepolto a Calderino Monte San Pietro.

Fonti, risorse bibliografiche, siti su Antonia (Tina) Ferlini

Archivio di Stato di Benevento, Questura di Benevento, Ufficio di Gabinetto, Casellario politico, fasc. n. 48/1170.
AA.VV., Comunisti. I militanti bolognesi del PCI raccontano, Roma, Editori Riuniti, 1983.
Fuccio G. - Pedicini M., I sindaci di Benevento, Benevento, Edizioni Realtà Sannita, 1989, p. 69.
Gambatesa A., Nella notte tempestosa sono partiti scalzi per Roma, “Roma”, 15 aprile 1957, p. 1.
Gangale L., Storia delle donne nel Sannio, Benevento, Edizioni Realtà Sannita, 2018, pp. 123-136.

Servizio biblioteche, archivi e musei, Collezioni storiche e imolesi del Comune di Imola.

Storia e memoria di Bologna. Brigata SAP Imola - Santerno.




Voce pubblicata nel: 2025

Ultimo aggiornamento: 2026