“La donna è fatua, è leggera, è superficiale, emotiva, passionale, impulsiva, testardetta anzichenò (…) e quindi inadatta a valutare obbiettivamente, serenamente, saggiamente, nella loro giusta portata, i delitti e i delinquenti”. Così sentenzia, nel 1957, il Presidente onorario della corte di cassazione Ranelletti, in un libricino edito da Giuffrè.
All’epoca, un giudizio così negativo è ampiamente condiviso da eminenti personalità della politica e della cultura italiane e l’accesso alla magistratura è ancora vietato alle donne da una legge del 1919 che le esclude da tutti gli impieghi “che implicano poteri pubblici giurisdizionali o l’esercizio di diritti e di potestà politiche”. Se ne era discusso nell’Assemblea Costituente, ma invano. A seguito di alcuni ricorsi presentati da giovani laureate contro l’esclusione dal concorso per uditore giudiziario e a seguito di quello a cura di Rosanna Oliva che chiede di partecipare al concorso in Prefettura, una sentenza del 1960 apre alle donne alcuni concorsi, ma non la magistratura. Solo nel 1963 l’approvazione della Legge 66 dà alle donne la possibilità di diventare giudici, e dopo poco viene bandito un primo concorso. Alle prove espletate nel 1964 si presentano trentuno temerarie; solo otto candidate passano all’orale e Ada Lepore è tra queste. È già madre di una bambina di tre anni, ma quando si ha notizia del concorso non ci pensa due volte e presenta domanda.
È nata e cresciuta a Benevento, dove la famiglia Lepore è conosciutissima. Ha avuto modo di frequentare un ambiente culturalmente vivace. Il padre Antonio, avvocato, è stato segretario provinciale del Partito popolare, in lizza per partecipare alla Costituente, senatore nelle prime quattro legislature.
Un piccolo aneddoto ci racconta della rilevanza sociale e politica della famiglia e della cultura antifascista che si respira in casa. Nel 1927 Antonio Lepore ospita e nasconde Alcide De Gasperi ricercato dalla polizia fascista. Quando l’amico, al momento sprovvisto di mezzi, decide di spostarsi, gli presta i soldi per ripartire e sostenersi nella latitanza. Venti anni dopo, in un’Italia libera dal fascismo, De Gasperi avrà modo di esprimergli la sua personale riconoscenza in un discorso pubblico.
Ada nasce a Benevento il 10 aprile 1934, ultima di tre figli. La madre Giulia Pennella muore quando lei ha solo sette anni. Frequenta le scuole elementari e l’incontro con la sua direttrice le darà nuova speranza. Anna Severino non è infatti solo un dirigente scolastico, è un’intellettuale impegnata nel sociale, una poetessa affermata e di rara sensibilità, cara amica di Clotilde Marghieri, giornalista e poi premiata scrittrice. Ada l’osserva e la ammira; un po’ alla volta nasce in lei il desiderio che le faccia da mamma, trova il coraggio di confidarlo alla direttrice e di parlarne al padre. Complice la schiettezza della bambina, Anna sarà la seconda moglie dell’avvocato Lepore e diventerà il fulcro della famiglia.
Ada prosegue gli studi a Benevento e poi si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Napoli dove si laurea con lode nel 1958, a ventiquattro anni. Inizia a guardarsi intorno e ha l’occasione di insegnare francese in una scuola media napoletana. La bambina si è trasformata in una giovane minuta, bionda, con bellissimi e profondi occhi blu, sorriso aperto, modi affabili e gentili, eleganza classica e signorile.
A un matrimonio conosce Carlo Nappo e lo sposa a gennaio del 1960, non ancora ventiseienne. Carlo è un avvocato che continua l’attività imprenditoriale di famiglia nello stabilimento industriale di Ottaviano, uno dei paesi vesuviani con un rilevante comparto produttivo tessile.
La giovane coppia vive a Napoli, in corso Vittorio Emanuele. A novembre del 1960 nasce la loro prima figlia e Ada le dà il nome della donna che l’ha cresciuta, Anna. Non le manca nulla: un marito innamorato, una bella bambina bionda con gli occhi azzurri, una casa comoda in zona Mergellina, il lavoro di insegnante, buone amicizie, villeggiatura a Torre del Greco dove la famiglia Lepore ha un’antica villa a mezza costa vicina a quella dei Marghieri e dove in estate si riunisce parte della buona società napoletana. Nella mentalità pre-’68 è una giovane signora “bene” che non ha particolare bisogno di lavorare e che anzi, facendosi avanti, può togliere il posto a qualcuno.
L’apertura del concorso le prospetta però un nuovo orizzonte. Si iscrive al corso di preparazione organizzato a Napoli dal giudice Guido Capozzi, futuro presidente onorario della Corte di Cassazione. L’università di Napoli ha una fortissima tradizione giuridica e la città è considerata una vera fucina di talenti a livello nazionale. Alla scuola di Capozzi si formeranno, come magistrati e notai, schiere di laureati provenienti da tutta Italia. Ada è sempre in prima fila insieme a Maria Letizia de Martino, anche lei napoletana e giovane madre di due bambini. Le tre prove scritte si svolgono a Roma, la presenza di candidate donne desta curiosità e occhiatine. Ma le giovani si fanno forza tra loro, nei bagni si scambiano fugacemente qualche piccola informazione, supportandosi a vicenda, come ricorderà la vincitrice Emilia Capelli che non esita a definire “menti brillanti” Ada e Maria Letizia 1.
Alla pubblicazione dei risultati degli scritti, Ada è quarta nella graduatoria nazionale, Maria Letizia seconda. Ada affida la figlia alle cure della tata e si chiude in casa a studiare. Agli orali dà prova di un’ottima preparazione in tutte le discipline e mantiene la quarta posizione. Finalmente anche l’Italia ha otto magistrate i cui nomi spiccano sugli altri 178 idonei: Letizia de Martino, Ada Lepore, Maria Gabriella Luccioli, Graziana Calcagno, Raffaella D’Antonio, Annunziata Izzo, Giulia De Marco, Emilia Capelli. Di queste, ben tre si sono laureate a Napoli.
Nel clima culturale dell’epoca la loro storia desta scalpore e curiosità, i giornali si dilungano sui profili delle “magistrate in gonnella” e intervistano le vincitrici, mentre i colleghi si chiedono se dovranno accoglierle in aula con fiori o con il baciamano (all’epoca ancora in uso quando si incontra una signora) e, non potendo più mettere in dubbio la loro preparazione, adombrano perplessità sulle loro effettive capacità pratiche una volta scese nell’agone di tribunali e preture.
In un’intervista concessa alla Rai dalle giovani vincitrici, Ada dice espressamente che pensa che le donne possano fare bene e che, nella pratica del lavoro, le decisioni possono essere combattute, ma che “è una lotta che si svolge in ogni magistrato, uomo o donna”. Per lei, di fatto, non fa differenza.
Dopo la nomina e il tirocinio presso l’XI sezione penale della Pretura di Napoli, Ada è assegnata all’Ufficio Tutele, che si occupa principalmente della protezione giuridica, personale e patrimoniale dei minori e dei soggetti che non possono provvedere autonomamente ai propri interessi. Il giudice Alfonso Scamardella che firma la relazione sul suo tirocinio segnala che ha “precisa coscienza delle responsabilità connesse alla funzione di magistrato” e, consapevole degli ostacoli e dei pregiudizi che ancora allignano intorno alle donne magistrato, ha il preciso “desiderio di vedere quegli ostacoli rimossi e la volontà di contribuire a rimuoverli”.
Forse complice l’aver perso la madre da piccola e la nascita della secondogenita, Raffaella, accetta volentieri l’incarico di giudice tutelare, che le sembra congeniale. Siamo in un’Italia in cui una donna quando si sposa perde il proprio cognome e acquisisce quello del marito, in cui orfanatrofi e brefotrofi sono pieni di bambini e neonati abbandonati, in cui i figli nati fuori dal matrimonio sono illegittimi e non hanno diritti, dove non è ancora sancita la possibilità di divorziare e sussiste il delitto d’onore e il matrimonio riparatore. A Napoli, poi, l’ospedale dell’Annunziata pullula di bambini non riconosciuti, l’evasione scolastica è a livelli record, la città presenta tanta precarietà in campo economico con l’ineluttabile deriva di degrado sociale che questo comporta, la criminalità fa proseliti nelle fasce sociali meno abbienti anche tra giovanissimi, ovunque prospera il contrabbando e il lavoro minorile è ampiamente sfruttato.
Ada è ferma e determinata ma ha un sorriso aperto per tutti. Lavora con abnegazione e serietà, è schiva e discreta, abituata a fare e a essere piuttosto che a far vedere e apparire, è dotata di grande integrità morale. Organizza l’ufficio, lavorando gomito a gomito con assistenti sociali e medici legali, come l’amico Goffredo Sciaudone, dispone provvedimenti d’urgenza, coordina attività di vigilanza, si confronta con situazioni di grande fragilità e con interessi spesso contrapposti. Nel frattempo – complice l’interesse destato da nuove norme e dalla riforma del diritto di famiglia –partecipa a convegni e tavole rotonde. Inizia a essere invitata in qualità di relatrice in contesti differenti come, ad esempio, la Federazione Italiana Donne Arti Professioni e Affari (Fidapa) e l’Istituto Italiano Studi Filosofici, uno dei poli culturali della città, guidato dall’avvocato Gerardo Marotta, con il quale si crea un rapporto di reciproca stima.
Come dirigente dell’ufficio tutele avrà l’incarico di sovrintendere alla chiusura e liquidazione della sede napoletana dell’Opera Nazionale Orfani di Guerra, ente pubblico nato per dare assistenza e protezione ai figli dei caduti e degli invalidi di guerra, soppresso nel 1977. L’anno successivo, l’allora vicepresidente del CSM Vittorio Bachelet le invia una lettera d’incarico per svolgere attività di formazione per i nuovi uditori giudiziari. In quest’ambito, Ada terrà a Roma una relazione su Atti e provvedimenti di volontaria giurisdizione nel febbraio del 1979.
In estate si sottopone a un piccolo intervento chirurgico considerato di routine, ma resta vittima di un clamoroso errore medico. Il suo cuore va in arresto e l’anestesista, che fa da ponte in due diverse sale operatorie della stessa clinica, non se ne avvede subito e tarda a rianimarla. La vita di Ada resta sospesa per circa un mese. Poi, ancora giovanissima, muore a Napoli il 9 agosto 1979, lasciando nel più totale sgomento familiari, amici e colleghi.
La procura dispone l’autopsia, da cui scaturirà un contenzioso che renderà evidenti le mancanze dei medici e della struttura. Una folla muta e attonita partecipa alla celebrazione di commemorazione in suo onore nella gremitissima chiesa di Piedigrotta2: Ada a soli quarantacinque anni esce di scena ma, grazie alla sua sorridente tenacia e al suo esempio, ha segnato una via e contribuito ad abbattere quegli ostacoli e quel muro di pregiudizi che fino a pochi anni prima ancora allignavano intorno alle donne e alle loro capacità di lavorare in contesti complessi.
Note
1 Di Caro E., Magistrate finalmente, Bologna, Il Mulino, 2023, p. 64.
2 Da adolescente ho fatto parte di quella folla muta e silenziosa. Conoscevo molto bene Ada Lepore che era amica dei miei genitori e frequentavo abitualmente casa sua. Ringrazio le figlie Raffaella e Annalisa Nappo, il giudice Geppino Ianniruberto, amico e collega di Ada, e la sua amica Maria Vittoria Galateri per le preziose notizie e i materiali forniti.