Comunista, partigiana, Commissione femminile della Camera del Lavoro di Milano, medaglia d’oro per la Resistenza.

Francesca Ciceri, nome di battaglia "Vera", nacque a Rancio di Lecco il 23 agosto 1904 da Vincenzo e da Savina Selvini, entrambi operai. Per contribuire al magro bilancio familiare, entrò a soli dieci anni nella fabbrica metallurgica Rocco Bonaiti. A Milano fu la fabbrica la base di partenza per la costruzione e lo sviluppo dei Gruppi. Infatti, la fabbrica costituì per Ciceri il canale privilegiato attraverso cui crebbe l’opposizione al fascismo e il desiderio “di far politica”. Nel primo dopoguerra, s’iscrisse al sindacato di fabbrica, la Fiom, “la categoria dei lavoratori più spinta nella lotta”. Prese quindi parte alle lotte operaie che culminarono nell’occupazione delle fabbriche che segnarono il “biennio rosso”. Ciceri ricordava l’occupazione così: “Dopo i grandi scioperi del ’19, nel ’20 ci sono state le occupazioni delle fabbriche. Anche la mia fu occupata. Eravamo tutti dentro, uomini e donne, lavoravamo e mandavamo avanti la produzione. Noi volevamo fermarci anche alla notte e fare la guardia, ma i compagni non volevano donne (Alasia, 1976)”.

Nel 1924 raggiunse a Parigi Gaetano Invernizzi, “Nino”, sindacalista e militante comunista, emigrato clandestinamente nel 1922. I due, che si erano conosciuti in occasione di uno sciopero, uniti nella vita privata e nella militanza politica, convolarono a nozze nel 1925. Fino al 1929, anno in cui si iscrisse al Partito comunista d’Italia, fu particolarmente attiva nell’organizzazione e nella direzione dei Gruppi femminili delle donne italiane sia a Parigi che a Lione, dove, insieme al marito, faceva parte del Comitato Regionale dei gruppi di lingua italiana del Partito comunista francese (Pcf). Distribuiva la stampa in lingua italiana e raccoglieva per il Soccorso Rosso i fondi da inviare alle famiglie dei detenuti politici in Italia. A Parigi, in particolare, aveva svolto un’intensa attività politica, lavorando tra le famiglie degli immigrati italiani che vivevano per la gran parte in baracche alla periferia. Ciceri avvicinava le mogli e le figlie degli emigrati, non solo per informarle e fare propaganda, ma anche per comprendere i loro problemi e indirizzare. Era un lavoro tra e per le donne, che aveva l’obiettivo di far uscire “le masse femminili non politicizzate dalla marginalità”. Nel 1931 venne inviata dal partito in Italia a svolgere attività antifascista e sindacale fra le operaie tessili e a dirigere la lotta delle mondine:

“Distribuivamo dei volantini, davamo consigli sul come condurre la lotta. Nelle mani delle risaiole quei manifestini che parlavano chiaro contro il fascismo, contro i padroni, acquistavano un valore, una forza che le sosteneva nelle lotte. Anch’io che ero una donna diventavo importante, diventava una forza ogni parola che dicevo” (Alasia, 1976).

Nel 1932, i coniugi Invernizzi vennero inviati alla scuola leninista di Mosca, dove rimasero due anni. Rientrati clandestinamente in Italia, furono arrestati il 13 giugno 1936 a Milano, rinchiusi nel carcere di San Vittore e processati nel maggio del 1937 davanti al Tribunale speciale per la difesa dello Stato. Francesca Ciceri venne condannata a otto anni da scontare nel carcere femminile di Perugia, dove, intanto, si era costituito un collettivo di compagne che insieme studiavano e discutevano. Uscirà nel 1941, in precarie condizioni di salute, dimagrita di venti chili. Con la caduta del fascismo riprese la sua attività politica in seno al partito comunista. All’indomani dell’8 settembre 1943, “Vera” e il marito raggiunsero i Piani d’Erna, dando vita a una delle prime formazioni partigiane, di cui Invernizzi divenne commissario politico. In seguito al rastrellamento operato dai nazisti nell’ottobre del 1943, Ciceri, quasi quarantenne, rientrò a Milano a disposizione del partito per il quale ristabilì la rete dei collegamenti interni alle fabbriche per l’organizzazione dei Gruppi di difesa della donna iniziando dalla Magneti Marelli di Crescenzago.

“Io ricordo con commozione come l’organizzazione richiedesse di saggiare all’interno delle famiglie di provata fede antifascista, il temperamento e il coraggio delle ragazze, assai spesso fra i diciassette e i venti anni. Ricordo Norina Brambilla e Isa De Ponti, che ho scelto perché fossero loro affidate importanti azioni; portare bombe ad un appuntamento, portare armi, portare munizioni. Credo di aver sempre caldeggiato il fatto che l’uguaglianza della donna si dimostrava combattendo i nazifascisti alla pari degli uomini, senza indulgere ai sentimenti, alla paura, al dolore, allo sforzo fisico” (Cairoli, 2005).

Dopo la Liberazione, continuò l’attività politica e sindacale come dirigente della federazione femminile del Pci e, dalla fine del 1945, come componente della Commissione femminile consultiva della Camera del lavoro di Milano, organismo che diresse fino al 1948. Nel 1959, ormai vedova, si ristabilì a Lecco e per vent’anni fu parte del Comitato federale del Pci locale. Negli ultimi anni della sua vita ricoprì la carica di presidente dell’Anpi di Lecco, associazione di cui fu anche consigliera nazionale. Nel 1977, l’amministrazione comunale le conferì la medaglia d’oro per la Resistenza. Morì a Lecco nel 1988.

*Il testo di questa voce, a cura di Greta Vezzani, è tratto da biografiesindacali.it (voce a cura di Roberta Cairoli)

Fonti, risorse bibliografiche, siti su Vera Ciceri

Roberta Cairoli, Roberta Fossati, Debora Migliucci, Vogliamo vivere! I Gruppi di difesa della donna a Milano, 1943-45, Enciclopedia delle donne 2024.




Voce pubblicata nel: 2016

Ultimo aggiornamento: 2026