Adele Faccio nasce nel 1920 a Pontebba, in provincia di Udine, in una famiglia di intellettuali. Tra i suoi lontani parenti anche Rina Faccio, meglio nota come Sibilla Aleramo, una cugina di suo padre. Riceve un’educazione da lei stessa definita «repressiva, antifascista ma autoritaria, atea ma moralistica, libera ma rigida»1. Dopo la laurea in lettere e filosofia all’Università di Genova, nel 1943 ottiene l’incarico di assistente universitaria presso la cattedra di filologia romanza; nel frattempo, prende attivamente parte alla Resistenza nei panni di “staffetta partigiana”.
Delusa dal trattamento ricevuto dal mondo accademico al termine della guerra — le era stato chiesto di cedere il suo posto di assistente «ai compagni di corso che tornavano dalla guerra» —, decide di seguire il pittore catalano Pere, con il quale vive un’intensa storia d’amore a Barcellona. Qui entra in contatto con la resistenza antifranchista e sceglie di unirsi alla lotta nonviolenta del popolo catalano, collaborando con la rivista Occident, la cui stampa e diffusione erano vietate dal regime. Da quel momento la nonviolenza e l’antimilitarismo, insieme all’avversione per ogni forma di conflitto armato, diventano tratti distintivi della sua personalità, e segneranno in modo profondo il suo pensiero e la sua linea politica.
Sul suo periodo a Barcellona scriverà:
La prima delle mai più cancellabili impressioni ch’io ebbi al mio arrivo in Spagna nel 1948, per me che uscivo dai cinque anni della Seconda guerra mondiale e da altri tre anni di dopo guerra forse più lottata ancora, fu il senso di orrore che era rimasto in Spagna per la guerra.2
Costretta a tornare in Italia nel 1953 per motivi di salute, inizia a collaborare con alcune riviste di stampo controculturale, quali «Underground», «Il Pensiero Critico», «Il Discanto» e «Il Canguro». Compone e traduce con passione numerosi testi poetici, prevalentemente legati a temi politici. Nel 1958 nasce il figlio Dario, che cresce da sola con serenità dopo la fine della relazione con il padre.
Nel 1967, insieme ad alcuni collaboratori, fonda il periodico La via femminile, all’interno del quale si propone di affrontare su un piano politico i problemi e i disagi sofferti dalle donne, ed entra così in contatto con le rivendicazioni e le istanze proprie del pensiero femminista. A colpirla è, in particolare, la realtà drammatica degli aborti clandestini, implicitamente tollerata dalla classe dirigente con la complicità della Chiesa e dei medici abortisti. L’impossibilità di restare indifferente la spinge a promuovere iniziative per denunciare il problema e portarlo all’attenzione pubblica. All’inizio degli anni Settanta si unisce al Movimento di Liberazione della Donna, assumendone negli anni successivi la presidenza.
Insieme alle compagne del MLD, Faccio promuove una mobilitazione intensa a sostegno della legalizzazione dell’aborto. A differenza di molti altri gruppi femministi attivi in quegli stessi anni, che avevano individuato nella pratica dell’autocoscienza e nella ricerca identitaria la formula per portare aventi il processo di liberazione della donna, il MLD si pone su un piano di politica concreta, deciso a uscire all’esterno e a confrontarsi direttamente con le donne.
Il movimento opta per iniziative ad alta visibilità mediatica, concepite come atti di provocazione nei confronti delle istituzioni e finalizzate a rompere il silenzio sul tema. L’intento è coinvolgere un numero crescente di donne, anche attraverso grandi manifestazioni di piazza. In questo quadro si inserisce la pratica delle autodenunce per procurato aborto: un gesto insieme provocatorio verso la magistratura e solidale nei confronti di chi era stata costretta ad abortire clandestinamente, ma anche uno strumento per sollecitare un dibattito pubblico più ampio sulla questione.
Diversamente da altri gruppi femministi, che interpretavano l’aborto come una forma di violenza esercitata sui corpi delle donne, espressione di una sessualità costruita intorno al piacere e alle esigenze maschili, e che per questo non aderirono alla campagna per la sua depenalizzazione, Faccio e il MLD rivendicavano il diritto a interrompere la gravidanza liberamente e gratuitamente. Erano consapevoli, infatti, che il divieto colpiva soprattutto le donne socialmente ed economicamente più fragili, prive delle risorse necessarie per rivolgersi ai medici clandestini o per recarsi nelle cliniche inglesi e svizzere, dove l’interruzione volontaria di gravidanza era consentita. Anche per questo motivo, a seguito di un incontro con le compagne francesi del Mouvement pour la Liberté de l’Avortement et de la Contraception, nel settembre 1973, Faccio fonda insieme all’amico Guido Tassinari il Centro Informazioni Sterilizzazioni e Aborto (Cisa), che poco dopo si federa al Partito Radicale. Sfidando apertamente la legge, il centro fornisce alle donne la possibilità di abortire in modo sicuro, contattando medici disposti ad operare a prezzi ridotti e organizzando viaggi diretti nelle strutture sanitarie estere. Attraverso il Cisa, Faccio contribuisce a gettare luce sul problema degli aborti clandestini e, contestualmente, aiuta le donne ad assumere maggiore consapevolezza riguardo ai propri diritti e ad acquisire una coscienza politica. Insieme a lei, tra le altre, Maria Adelaide Aglietta e Emma Bonino.
Autodenunciatasi per la sua attività all’interno del Cisa, Faccio si consegna alla polizia e trascorre trentasei giorni nel carcere di Santa Verdiana a Firenze. L’esperienza diretta della repressione e della violenza psicologica inflitta alle detenute la spinge a battersi per la riforma di un sistema carcerario che lei stessa definisce “di stampo borbonico”.
Nonostante l’impegno politico di Adele si fosse sempre mosso al di fuori dalle istituzioni parlamentari e dalle etichette di partito, nel 1976 viene eletta in Parlamento nelle liste del Partito Radicale, con il quale, da quel momento, condivide obiettivi, successi e fallimenti. Come ricorda lei stessa:
Ho detto no a chi mi chiedeva, da varie parti, tessere e iscrizioni, dichiarazioni di fede e di fiducia che solo eccezionalmente si possono importare, se non nascono di dentro, da una reale partecipazione spontanea. Devo dare atto ai radicali di essere stati gli unici che non mi hanno mai chiesto nulla; che hanno sposato la mia battaglia con le donne per le donne per l’aborto nei termini in cui volevamo condurla noi3.
Deputata nella VII, VIII e X legislatura, oltre a impegnarsi per la depenalizzazione dell’aborto e la riforma carceraria, promuove campagne per il diritto all’eutanasia, la liberalizzazione delle droghe leggere, l’abolizione della caccia e la tutela dell’ambiente, partecipando anche a numerose marce di sensibilizzazione sulla fame nel mondo. Per molti anni segretaria Generale della Associazione Nazionale del Libero Pensiero “Giordano Bruno”, fonda inoltre la Lega Internazionale per la Difesa dei Diritti Civili e Democratici in Iran, la Lega per i Diritti Sessuali della persona, l’Associazione Culturale L’Alternativa e i Verdi Arcobaleno. Lascia la politica nel 1990, per dedicarsi al disegno e alla poesia.
Il vissuto di Adele Faccio è quello di una donna che ha sempre cercato di agire secondo le proprie idee e inclinazioni, assumendosi la responsabilità delle proprie opinioni e rifiutando di rassegnarsi di fronte a ciò che considerava inaccettabile. Lei stessa definì la sua una «lotta del no», combattuta contro la violenza delle armi, dei miti, della cultura e del potere, in nome dell’autonomia, della scelta e della capacità di decisione della gente. Come ricordò l’amico e collega Gianfranco Spadaccia dopo la sua scomparsa,
ci sono momenti della vita politica di un paese in cui persone come Adele apparentemente “impolitiche” compaiono sulla scena e riescono con la loro azione e la loro concretezza in maniera sconvolgente a colmare la lontananza, la frattura che separa il potere dalla vita reale delle persone4.
Adele Faccio, Le mie ragioni. Conversazioni con 70 donne, Feltrinelli, 1975 Adele Faccio, Una strega da bruciare, Lanfranchi editore, 1975
Collettivo femminista milanese di via Cherubini (testo di Lia Cigarini, Luisa Murano, Antonella Nappi e Daniela Pellegrini), Noi sull’aborto facciamo un lavoro politico diverso, «Sottosopra», n.3, 1975
Patrizia Gabrielli (a cura di), Donne protagoniste nelle istituzioni della Repubblica, Viella, 2024
Gabriella Gavagnin, Le traduzioni dal catalano di Adele Faccio. Poesia e ideologia, in
Italia/Spagna cultura e ideologia dal 1939 alla transizione, Bulzoni, 2011
Beatrice Pisa, Il Movimento liberazione della donna nel femminismo italiano. La politica, i vissuti le esperienze (1970-1983), Aracne, 2017
Voce pubblicata nel: 2016
Ultimo aggiornamento: 2026