Attivista guatemalteca, ha ricevuto nel 1992 il Premio Nobel per la pace “in riconoscimento dei suoi sforzi per la giustizia sociale e la riconciliazione etno-culturale basata sul rispetto dei diritti delle popolazioni indigene”.

“Considero il Premio non come un mio riconoscimento personale ma come una delle più grandi conquiste nella lotta per la pace, per i diritti umani e per i diritti delle popolazioni indigene che nel corso di questi 500 anni sono state divise e frammentate e hanno sofferto a causa di genocidi, repressioni e discriminazioni”[1.
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Rigoberta Menchú nasce il 9 gennaio 1959 a San Miguel Uspatán in un’umile famiglia di contadini indigeni del ramo Quiché della cultura Maya. Già dai suoi primissimi anni di vita inizia a lavorare come bracciante agricola sia sugli altopiani settentrionali, dove vive in povertà con la famiglia, sia sulla costa del Pacifico, dove viene sfruttata nelle grandi piantagioni in condizioni miserevoli. Dai genitori impara il rispetto e l’amore per la natura, l’importanza di mantenere vivi gli insegnamenti degli antenati e il ruolo fondamentale della collettività nelle diverse comunità indigene. A dodici anni diventa catechista; l’Azione Cattolica era stata favorevolmente accettata e integrata nella cultura delle comunità indigene. Le figure di sacerdoti e suore ritorneranno sovente nel cammino di Rigoberta, offrendo aiuto e ospitalità.

Dalla seconda metà degli anni Settanta partecipa attivamente all’organizzazione e all’autodifesa della propria comunità, vittima sia di tentativi di espropriazione della terra da parte dei grandi proprietari terrieri, sia della repressione militare delle forze governative. Di tanto in tanto segue il padre nei suoi viaggi presso sindacati e avvocati, per imparare a muoversi in questo ambiente e capire come continuare a difendere la comunità contro le ingiustizie. In questi viaggi possono contare sull’aiuto economico di tutta la comunità, dei sacerdoti e di amici europei che supportano la loro causa.

“Han sempre detto: poveri indios, che non sanno parlare, così molti parlano per loro. Fu per questo che mi decisi a imparare il castigliano.”2 Rigoberta intuisce che imparare a leggere e scrivere e soprattutto a parlare lo spagnolo, la “lingua del nemico”, sia di fondamentale importanza per la lotta. Ci riesce da autodidatta all’età di vent’anni, aggiungendo al suo bagaglio linguistico alcune delle diverse lingue maya parlate in Guatemala: per poter organizzare le varie popolazioni deve innanzitutto riuscire a comunicare con loro, cercando di abbattere qualsiasi tipo di barriera etnica e linguistica, tra indios e ladinos, tra uomo e donna, tra intellettuale e non intellettuale.

Spostandosi di comunità in comunità, Rigoberta conosce moltissime persone e capisce che la sofferenza è un elemento comune a tutti gli indios. Per questo le popolazioni contadine iniziano a unirsi formando il Comitato dell’unione contadina (CUC3), che richiede al governo un salario equo e maggior rispetto per le comunità indigene. Nel 1979 anche Rigoberta entra nell’organizzazione, ricoprendo un ruolo importante all’interno della dirigenza.

Per via del loro attivismo, nel giro di due anni i membri della famiglia di Rigoberta subiscono una dura repressione: l’esercito uccide il fratello (arrestato, torturato e ucciso pubblicamente), il padre (vittima di un assalto all’Ambasciata spagnola, dove si trovava a protestare insieme ad altri contadini) e la madre (arrestata, torturata, violentata e infine uccisa). Dopo la loro morte, Rigoberta prende parte ad alcuni scioperi organizzati dal CUC e si fa promotrice delle grandi manifestazioni nella capitale. In fondo era stata proprio la madre a dirle: “Io non ti obbligo a cessare di essere una donna, ma la tua partecipazione alla lotta deve essere uguale a quella dei tuoi fratelli”4. In seguito si unisce al Fronte Popolare 31 Gennaio, svolgendo il ruolo di educatrice per la popolazione contadina indigena.

Rigoberta si dedica anima e corpo alla causa, rinunciando persino ad avere una vita privata: in questa fase decide di rimanere sola per non avere legami e soprattutto per non esporre altre persone amate ai rischi che corre ogni giorno. Non rinuncia in maniera definitiva ad avere una famiglia, ma pensa che debba innanzitutto aiutare il suo popolo ad avere una vita migliore. Nel 1981 è ormai perseguitata e deve nascondersi per poi fuggire in Messico, dove prosegue la sua lotta per il riconoscimento internazionale della causa degli indios del Guatemala. L’anno successivo aiuta a fondare l’organismo di opposizione RUOG 5 e partecipa alle sessioni annuali della Sottocommissione di Prevenzione delle Discriminazioni e Protezione delle Minoranze della commissione per i Diritti Umani dell’ONU.

Nel 1983 racconta la sua storia all’antropologa Elisabeth Burgos Debray, dando vita a un libro che, nelle varie traduzioni, fa il giro del mondo per la sua profonda umanità: Me llamo Rigoberta Menchú y así me nació la conciencia. Nel 1991 diventa ambasciatrice dell’ONU e prende parte alla stesura da parte delle Nazioni Unite di una dichiarazione dei diritti dei popoli indigeni. Nel 1996 svolge un importante ruolo di mediatrice nel processo di pacificazione che pone fine alla lunga guerra civile guatemalteca (1960-1996). Per il suo impegno riceve, oltre al Premio Nobel per la Pace, anche il Premio Principe delle Asturie per la cooperazione internazionale. Concorre alle elezioni presidenziali del Guatemala sia nel 2007 che nel 2011, ma in entrambi i casi ottiene poco più del 3% dei voti.

Attualmente vive tra Messico e Guatemala con il marito e il figlio, è ambasciatrice di buona volontà dell’UNESCO ed è un simbolo di lotta pacifica e resistenza.

Note


1 Traduzione a cura di Arianna Pagano, dal discorso che Rigoberta Menchú tenne durante la consegna del Premio Nobel. Testo originale: Considero este Premio, no como un galardón hacia mí en lo personal, sino como una de las conquistas más grandes de la lucha por la paz, por los derechos humanos y por los derechos de los pueblos indígenas, que a lo largo de estos 500 años han sido divididos y fragmentados y han sufrido el genocidio, la represión y la discriminación.
2 Elizabeth Burgos, Mi chiamo Rigoberta Menchú, Giunti, Firenze 2023, p. 230.
3 CUC, acronimo di Comité de Unión Campesina, nato anche grazie al contributo di Vicente Menchú, padre di Rigoberta.
4 E. Burgos, cit., p. 300.
5 RUOG, acronimo di Representación Unitaria de la Oposición Guatemalteca, Rappresentazione Unitaria dell’Opposizione Guatemalteca.


Fonti, risorse bibliografiche, siti su Rigoberta Menchú

Diego Battistessa, America Latina, donna forte e insorgente, Aut Aut Edizioni, Bergamo 2020.

Elizabeth Burgos, Mi chiamo Rigoberta Menchú, Giunti, Firenze 2023.

The Nobel Prize, Rigoberta Menchú Tum.




Voce pubblicata nel: 2020

Ultimo aggiornamento: 2026