“Sono Ossi Czinner e sono un’artista scultrice e grafica, per disinteresse e coerenza esistenziale sono particolarmente intollerante alla pubblicità. Del passato in quella mia nativa Mitteleuropa posseggo frammenti di ricordi sbiaditi da una inconscia volontà di disfarmi della mia biografia”
Così scrive di sé la geniale e talentuosa artista italo-austriaca Ossi Rosetta Czinner, la cui vita fu caratterizzata da un’esperienza cosmopolita e una fama internazionale, sia come artista sia come brillante conferenziera, fino alla discesa agli inferi, dal momento che gli ultimi anni la videro alle prese con i debiti, la malattia, la solitudine e le vicende giudiziarie legate al possesso di villa Antonini a Saciletto di Ruda.
Pittrice, grafica, scultrice, è morta dimenticata dal mondo dell’arte e nella completa indifferenza del mondo dell’informazione, in un silenzio quasi assordante, fino a che nel 2019 il regista friulano Piero Tomaselli ha realizzato un documentario su di lei1. Ossi è stata un personaggio dal forte temperamento. Generosa ma anche spigolosa; geniale e ingenua in amore; ironica e autoironica ma anche prepotente. Mai dedita alla rassegnazione.
Figlia secondogenita di Max Czinner, facoltoso banchiere ungherese di origine sefardita (la cui famiglia proveniva dalla Mongolia) e della bellissima e colta nobildonna austriaca Leopoldine Rappl, la cui famiglia era invece cattolica e risiedeva a Braunau am Inn (il paese natale di Hitler), Ossi vive a Trieste tra il 1938 e il 1950. Il padre vi si è trasferito per motivi di lavoro e la storia familiare è già complicata in partenza: i familiari di Leopoldine sono tutti simpatizzanti del Führer e non accettano che la donna abbia sposato un ebreo, benché il marito, per amor suo, si sia convertito al cattolicesimo. Dalle nozze, i rapporti con la famiglia Czinner vengono interrotti. Si racconta che un fratello di Leopoldine, stretto collaboratore di Hitler, dopo la caduta del nazismo si sia suicidato gettandosi da una finestra.
Ossi nasce il 2 dicembre 1924 ma avrà sempre il vezzo di dichiararsi nata nel 1925 (non le sembrava giusto per una manciata di giorni sembrare più vecchia di un anno). Registrata all’anagrafe con il nome di Rosetta, è vezzeggiata dai genitori con il nomignolo di Ossi, che poi adotterà come suo nome d’arte.
Sia Ossi che la primogenita Margarethe (Greta) vengono battezzate a Vienna. In seguito, nel capoluogo friulano le ragazze vengono iscritte al collegio più prestigioso della città, il Notre Dame de Sion, diretto da severissime suore francesi. Vi apprendono, tra le altre cose, la lingua francese, il ricamo e l’arte del ricevere.
La sorella si iscrive all’Università Ca’ Foscari di Venezia, mentre Ossi consegue a fatica un diploma di maestra, che non le sarà di alcuna utilità, dal momento che intraprende subito la via dell’arte, in particolare della scultura, che sente molto più affine al suo spirito e alle sue inclinazioni. Anche se a malincuore, il padre non ne ostacola la vocazione, anzi riesce a iscriverla alla scuola dello scultore udinese Marcello Mascherini. Nel 1946 Mascherini le propone di prendere contemporaneamente delle lezioni di pittura dall’amico Federico Righi, anche conoscendo la disponibilità economica della famiglia e volendo procurare qualche guadagno in più all’amico, all’epoca in difficoltà. Ossi ha vent’anni, mentre Righi è un uomo maturo, che di anni ne ha diciotto più di lei, è padre di due figli e ha un matrimonio ormai finito alle spalle.
Tra i due nasce un rapporto sentimentale e artistico e, per evitare lo scandalo, i genitori di Ossi la mandano a Roma. È il 1950. Max e Leopoldine sono convinti che la figlia, conoscendo alla perfezione tre lingue, non avrà difficoltà a inserirsi in qualche ambito lavorativo, magari come traduttrice. Ossi infatti lavora per qualche tempo presso l’agenzia Reuters. Tuttavia, le loro speranze vengono presto deluse in quanto Righi decide di lasciare la famiglia e trasferirsi a Roma, andando a vivere nella casa di Ossi, in un palazzo con giardino.
Il periodo romano è denso di incontri, commissioni, lavoro, e fortunato sotto il profilo economico. I guadagni sono ingenti, anche se Ossi e Righi sperperano allegramente, soprattutto perché lei, provenendo da una condizione agiata, non ha mai considerato il denaro un valore. La coppia frequenta i caffè e i salotti dell’epoca e incrocia personaggi famosi. Ossi è molto bella e cattura l’interesse di diversi pretendenti. Stringe amicizia con Natalia Ginzburg. Renato Guttuso la corteggia e l’attore Gian Maria Volonté si spinge addirittura a farle una proposta di matrimonio. Il regista Pietro Germi, colpito da suo viso espressivo, vorrebbe scritturarla per un film, e le scrive la proposta su un biglietto. A Ossi, però, interessano solo la sua arte e Righi.
A ventiquattro anni è già un’artista affermata, ma quando arrivano alcuni possibili acquirenti nello studio suo e di Righi non esita a mettersi da parte per amore suo. Lui le chiede, o meglio le impone, di nascondere i suoi lavori per lasciargli spazio. Per amore di quel padre-padrone, Ossi accetta anche i ripetuti tradimenti e gli improvvisi scoppi di collera.
Il lungo periodo romano è intervallato da sempre più frequenti soggiorni nella campagna friulana, dove Ossi riprende le energie e può creare circondata dalla tranquillità di cui ha bisogno. Nella bella villa palladiana Antonini Belgrado a Saciletto di Ruda, costruita nella prima metà del Seicento, Ossi un giorno invita l’amico Franco Basaglia, insieme a ottanta malati di mente, sistemati su tre pullman. In poche ore, gli ospiti si agitano sugli arredi e sul giardino, lasciando danni ingenti. Poco prima che Righi rientri a casa, Ossi prende un treno e torna a Roma.
Dato il prezzo nel complesso basso dello splendido immobile, la coppia impiega tutte le proprie sostanze per acquistarlo. Righi vende la casa che Ossi possiede a Duino, in provincia di Trieste, e poi, per raggiungere la somma richiesta, chiede al fotografo triestino Silvio Baldas di entrare in società con lui, contribuendo per un terzo della spesa. Dopo una estenuante trattativa per mettere d’accordo una trentina di eredi, la villa diviene proprietà dei tre soci. Il 28 giugno 1971 vi viene inaugurato il Centro internazionale d’arte grafica, che apre con una grande mostra dedicata a De Chirico.
Nei primi anni, il Centro si afferma come rinomato luogo d’arte, con visitatori da tutto il mondo. Vi espongono artisti rinomati come Chagall, Picasso, Mirò. Dopo alcuni anni, però, la fatica di allestire mostre costose, la mancanza di sovvenzioni statali e la concorrenza delle ottime stamperie triestine, nonché le notevoli spese legate alla manutenzione di una villa seicentesca, spengono l’entusiasmo di Righi e portano alla chiusura del Centro. Anche il rapporto tra Ossi e Righi si è ormai deteriorato in modo irreversibile. Lei è stanca di subire i suoi soprusi e le sue angherie. A metà degli anni Settanta sono di fatto una coppia di separati in casa.
Ossi, a quasi cinquant’anni, si è innamorata di un altro uomo, di vent’anni più giovane di lei. Gli scrive lettere piene d’amore e dense di riflessioni sulla vita e sulla loro epoca. Righi è un uomo senza scrupoli e medita sul da farsi. Quando il socio triestino comincia ad avere problemi di salute, fa firmare a Ossi alcuni documenti in cui dichiara di non essere proprietaria di alcuno dei beni contenuti nella villa. Sarebbe questo, a detta di Righi, solo un escamotage per non ricevere rivalse di tipo economico da parte dell’altro socio. Righi promette a Ossi di strappare il documento, ma non lo fa. E, mentre Ossi si dimentica completamente di quella firma, dopo la morte di Righi i figli si appropriano di villa Antonini, con tutti i mobili che contiene, relegando Ossi nelle stanze di servizio. Ne segue una battaglia legale durata un ventennio, durante la quale lei dilapida tutto il patrimonio in spese legali, rifiutando ostinatamente l’assistenza dei servizi sociali, non avendo riscaldamento e nutrendosi di scatolette, pur di non lasciare la villa. Continua a essere circondata dai suoi amati gatti, con la sigaretta fra le mani. Si vede circondata da nemici che vogliono portarle via l’edificio.
La battaglia legale con Righi non lascia sul campo vinti o vincitori, ma una vittima illustre: la villa, che si avvia a un inesorabile degrado. Ossi ha vinto dal punto di vista legale, ma ne esce devastata economicamente.
Oggi l’Associazione Salviamo villa Antonini Belgrado di Saciletto di Ruda (Svab) porta avanti delle operazioni di sensibilizzazione per il recupero e il restauro dell’edificio, la casa che Ossi non aveva mai voluto disegnare, forse per il tanto dolore a essa era legato. In compenso, Ossi Czinner ci lascia splendide incisioni nelle quali le sue piazze, i suoi personaggi, i suoi animali – soprattutto gatti – ci restituiscono un’atmosfera poetica e fiabesca, quasi metafisica. Pignola, precisissima, maniacale in ogni tratto, in ogni segno grafico, con la sua arte non si è mai arricchita.
Si spegne a villa Antonini il 28 agosto 2014, nel suo letto, all’età di novant’anni.