Le notizie sulla vita di Ivy Compton-Burnett sono poche. Sappiamo che fu la sesta dei tredici figli che il padre, James Compton-Burnett, ebbe da due mogli: Agnes Thomas e Katharine Rees, madre della futura scrittrice. James Compton-Burnett, medico, fu un grande sostenitore del metodo omeopatico e proprio durante un consulto conobbe Katharine, la futura seconda moglie. Agnes Thomas era morta l’anno precedente, nel 1882.
Durante l’infanzia di Ivy, la famiglia viveva, proprio come i personaggi di un romanzo di Compton-Burnett, in «una grande e appartata dimora vittoriana che consentiva ben pochi contatti con l’esterno, dotata di personale di servizio che dormiva sotto lo stesso tetto e gestita secondo orari rigidi che tenevano separati genitori e figli, padroni e servitori...».1
Dopo i primi studi privati, frequentò prima l’Howard College e poi il Royal Holloway College. Quando si immatricolò ad Holloway, nell’autunno del 1902, ancora portava il lutto per il padre, morto il 1° aprile 1901 per arresto cardiaco. Fu solo l'inizio di un succedersi di tragedie familiari che segnarono Ivy profondamente.
La vita familiare si trasformò in oppressione psicologica a causa della feroce e tirannica depressione della madre Katharine, seguita alla morte del marito.
Alla morte della madre, avvenuta nel 1911, Ivy, figlia maggiore non sposata, ereditò la gestione della casa e dei fratelli minori e così, paradossalmente, instaurò su di loro la stessa tirannia della madre, tra regole ferree, spietata gestione del patrimonio e sottomissione delle sorelle più giovani, il tutto in un susseguirsi di tragedie, costituite dalle morti di fratelli e sorelle per malattie, decessi violenti e suicidi.
Fu dunque una vita all’insegna dell’infelicità a far nascere i suoi romanzi, in tutto venti, fondamentalmente autobiografici e ambientanti nella società dell’Inghilterra edoardiana di provincia, strutturati quasi esclusivamente sul dialogo e incentrati sulle dinamiche del dispotismo familiare e della famiglia vista come una gabbia, su cui incombe la tragedia dell’incesto, inevitabile argomento in una famiglia allargata come la sua, caratterizzata da labili e soffocanti confini nelle relazioni affettive, il tutto immerso in un’aura tragicomica seppur sotto le apparentemente rassicuranti strutture di vite convenzionali, e nei quali il ruolo del tiranno domestico viene di volta in volta attributo alla figura materna o paterna.
Sulle proprie influenze letterarie ha scritto:
Non penso che gli scrittori riconoscano spesso le proprie influenze. Tendono a credere, e a voler credere, di non essere eccessivamente debitori nei confronti dei loro predecessori. Ma ho letto Jane Austen così tante volte, e con tale piacere e ammirazione, che potrei aver assorbito inconsapevolmente qualcosa da lei. Personalmente, non credo che i miei libri abbiano una vera somiglianza con i suoi. Penso che ci sia forse una certa affinità tra le nostre menti.2
Ivy dovette la salvezza fisica e mentale alla compagna di una vita, la famosa storica dell’arte Margaret Jourdain, con la quale andò a vivere a Londra nel 1919, dopo una fortissima depressione. La loro relazione sentimentale e il loro sodalizio intellettuale si interruppero solo con la morte di Margaret, avvenuta nel 1951.Grazie alla stabilità emotiva e concreta di questa profonda relazione, Ivy riuscì a dominare il proprio tragico passato e a pubblicare, a partire dal 1925, i suoi romanzi.
Nel 1955 le fu attribuito il James Tait Black Memorial Prize per il romanzo Mother and Son e nel 1967 ricevette il titolo di Dama di Commenda dell’Impero Britannico. Ivy Compton-Burnett morì a Londra, diciotto anni dopo l’amata Margaret.
In The Present and the Past, scritto nel 1953 dopo il profondo lutto, cercò di dare voce e corpo ai propri sentimenti attraverso crude scene di dolore e di sofferenza. Se si è messo in dubbio il possibile legame sessuale tra le due donne, è innegabile che la scrittura di Ivy abbia normalizzato l’omosessualità nella narrativa e il loro salotto culturale fosse frequentato da intellettuali, artisti e figure omosessuali dell'epoca.
L’esistenza di Ivy si svolse in maniera molto appartata e lontana dai clamori della fama di cui presto godette per la peculiarità delle sue opere. Virginia Woolf nei suoi diari non esitò a definire la propria scrittura «di gran lunga inferiore alla verità amara e alla grande originalità di Miss Compton-Burnett» in seguito a uno spiacevole episodio tra di loro: negli anni Venti, Ivy propose Pastors and Masters alla casa editrice Hogarth Press e la Woolf, fondatrice con il marito Leonard, rifiutò il manoscritto. Dopo alcuni anni Ivy ottenne un enorme successo con quest’opera e la Hogarth Press cercò di rimediare all'errore commesso in precedenza proponendosi come editore, ma Ivy non esitò a vendicarsi, rifiutando a sua volta.
Il quotidiano The Guardian la definì «la romanziera più adorabilmente acida del XX secolo” e Alberto Arbasino coniò per lei l’epiteto “La grande signorina” e la definì "una spietata assassina della letteratura novecentesca".
Natalia Ginzburg a Londra approfondì la conoscenza della tecnica di Ivy e riuscì a fondere lo stile limpido dei suoi dialoghi stringenti con i propri ricordi personali, imprimendo così una svolta significativa allo stile di Le voci della sera, come acutamente rilevato da Italo Calvino nel giudizio critico all’opera.
Giorgio Manganelli le dedicò un saggio nel 1965 dal significativo titolo È snob la Compton-Burnett? La domanda, apparentemente oziosa, serve a cristallizzare lo stile di Ivy in una vera e propria categoria estetica, caratterizzata dal intenti precisi come il rifiuto del lettore comune, l'ossessione per un microcosmo borghese e l'uso di una crudeltà verbale formale.
Ivy ha dunque suscitato la curiosità intellettuale di autori e critici come Arbasino, Manganelli e Natalia Ginzburg, che si sono chiesti come fosse possibile che l’estrema elusività formale di Ivy fosse riuscita in ogni romanzo a generare una simile esplosione di crimine e passione.
Richard Compton-Burnett, figlio di un cugino di Ivy, è attualmente il detentore dei diritti delle opere della zia, secondo le sue ultime volontà, e a lui si devono gustosi aneddoti sul suo caratteraccio come l’odio per i gatti o l’abitudine di mangiare i frutti di bosco senza curarsi di chiedere il permesso ai proprietari delle dimore di campagna che poteva visitare grazie a Margaret, eminente esperta di arredamento, allo scopo di studiare le ambientazioni per i propri romanzi.
Note
1 Da Hilary Spurling,
Ivy. The Life of I. Compton-Burnett, Alfred A. Knopf, New York 1984.
2 Dal dialogo tra Ivy Compton-Burnett e Margaret Jourdain pubblicato in «Orion: A Miscellany» Vol. I, Weidenfeld and Nicholson, Londra 1945.