Giuditta Bellerio riveste un ruolo cardine nel percorso risorgimentale. La sua vita di attivista ha condizionato ogni aspetto di quella privata – l’essere madre, moglie, amante – ed è intessuta nei decenni più complicati che portano l'Italia all'unificazione e alla tanto desiderata indipendenza dall’Austria. Il suo impegno in questo senso precede decisamente l’incontro con Giuseppe Mazzini, incontro al quale è generalmente ricondotta la sua fama.

Nata a Milano nel 1804 dal barone Andrea Bellerio e dalla nobildonna Maria de’ Sopransi, Giuditta trascorre la propria infanzia accanto al fratello Carlo, giovane e appassionato patriota costretto all’esilio per le sue dichiarate simpatie mazziniane.

Anche lei, Giuditta, sogna una patria unita e libera e trova nel marito, Giovanni Sidoli, il compagno ideale: giovane, bello, ardito e patriota. Purtroppo la famiglia di Sidoli non è altrettanto sodale politicamente, anzi, il suocero è un duchista reazionario e ostacolerà con tutti i mezzi le idee libertarie del figlio.

La vita coniugale – Giuditta ha 16 anni quando si sposa, nel 1820 – non la trasforma in una semplice gregaria del marito. In Svizzera prima e in Francia poi, dove i due devono rifugiarsi dopo i moti del 1821, la Sidoli diviene un punto di riferimento per tutti gli esuli italiani.

Quando nel 1828 Giovanni Sidoli muore, ucciso dalla tubercolosi, di fronte a Giuditta si apre un’alternativa. Continuare la vita di sempre accanto ai suoi figli e ai suoceri nel lussuoso palazzo di Reggio Emilia, oppure darsi anima e corpo alla causa condivisa con Giovanni.

Criticata, biasimata, sorvegliata e perseguitata, seppure protetta in parte dalla posizione sociale e politica del suocero, Giuditta prosegue da sola il percorso della lotta patriottica, adoperandosi con tutte le sue forze per sostenere i moti insurrezionali di Modena e Reggio.

La via dell’esilio e soprattutto la separazione dai suoi quattro bambini – Maria, Elvira, Corinna, Achille – affidati ai suoceri, è la più dura punizione, e da quel momento non smetterà mai, negli anni a seguire, di cercare il modo di avvicinarsi a loro e riunirsi. Su questo importante aspetto della sua vita personale si innesta, a partire dal 1831, la relazione con Giuseppe Mazzini che conosce a Marsiglia.

Grazie a questo amore, che per Mazzini diventa sicuramente totalizzante e disperato, Giuditta entra a tutto campo nella storia del Risorgimento attivo, iniziando una scalata verso i più alti livelli di cospirazione e di organizzazione.
Incontra moltissimi patrioti che aiuta, e sostiene psicologicamente e materialmente. Molti la amano in vario modo, uno tra tanti Gino Capponi, nobile toscano che la salva dalla prigione in molte occasioni e che le sarà devotissimo fino alla morte.

La Sidoli a partire dal 1862 si ferma a Torino e da lì continua a seguire le vicende politiche e sociali del Paese. Nel 1861 era morto il Conte di Cavour e i suoi successori avevano dovuto affrontare molti e gravi problemi: dalla unificazione legislativa, amministrativa e doganale, alla formazione di un esercito nazionale, dalla creazione delle infrastrutture, all’approntamento di un nuovo sistema scolastico.

La sua salute comincia a peggiorare nel 1870. Prima un attacco di polmonite, poi un altro, al quale soccombe il 28 marzo 1871. La trovano con una lettera in mano, l’ultima lettera di Giuseppe Mazzini che morirà l’anno successivo: “Amica, voi soffrite e siete gravemente inferma. Vi conosco forte, rassegnata e credente. Nondimeno anche il sapere che il pensiero d’un antico amico veglia intorno al vostro letto può esservi caro e darvi un minuto di sollievo. In quel caso sappiatelo. Non ho mai cessato di pensare a voi, di stimarvi ed amarvi come una delle migliori anime ch’io abbia incontrato sulla mia via. Voi guarirete, spero, ma se anche doveste allontanarvi da noi, voi non dovete temere di quello che gli uomini chiamano morte, e non è che trasformazione. Rivedrete un giorno quelli che amate e che vi amano. Fidate in Dio, nella sua legge e nella vostra coscienza. Date un pensiero anche a me e beneditemi. Io non oso farlo, ma l’anima mia è con voi”.

Giuditta Sidoli volle essere sepolta nel cimitero di Torino, accanto alla figlia Corinna. L’iscrizione sulla sua lapide è semplice, ma per ricordarla, meglio è questo brano di Italo Rinieri: “In questa donna lo spirito mazziniano della cospirazione era trasfuso nell’animo: senza aver bisogno alcuno degli stimoli del suo Giuseppe, al quale in forza d’animo e di assennatezza cospiratoria dava dei buoni punti… se Giuditta Sidoli fosse stata un uomo, il Duca di Modena e tutti i Sovrani legittimi d’Italia non avrebbero avuto un nemico più formidabile in tutta la forza della parola”.

Fonti, risorse bibliografiche, siti su Giuditta Bellerio Sidoli

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Vedi anche:

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Voce pubblicata nel: 2026