“La Rai, Radiotelevisione italiana, inizia oggi il suo regolare servizio di trasmissioni televisive. Le maggiori trasmissioni dell’odierno programma sono: ore 11 telecronaca dell’inaugurazione degli studi di Milano e dei trasmettitori di Torino e Roma…”. 3 gennaio 1954, Milano. Negli studi RAI di corso Sempione, tra gli addetti ai lavori c’è un gran fermento, davanti e dietro le telecamere, così come nelle case di chi possiede uno dei rari apparecchi radiotelevisivi. L’annunciatrice ha i capelli biondi, indossa un abito da sera e pare stia per recarsi a un ricevimento. Ha una bella voce e un bel sorriso, si chiama Fulvia Colombo e probabilmente non sa che sta scrivendo un pezzo di storia.
Fulvia nasce a Milano il 13 marzo 1926, ma viene registrata solo il 18 aprile. Il padre è un dirigente della Fiera di Milano, dunque la ragazza cresce nell’ambiente della buona borghesia milanese. Si diploma in pianoforte, studia lingue. Il suo sogno però è diventare attrice. Nel 1948 le viene affidata una piccola parte nel film Giudicatemi! di Giorgio Cristallini; subito dopo la scritturano per due produzioni di prosa radiofonica.
Ben presto viene coinvolta in programmi televisivi sperimentali, complici la sua bella dizione, il suo sorriso, l’ironia che le brilla negli occhi, finché arriva la grande occasione, l’annuncio che doveva sancire la nascita ufficiale della televisione italiana. “Mi hanno detto di fare un annuncio, un annuncio qualsiasi. Io mi sono innervosita e ho risposto che a questo punto avrei potuto annunciare anche la fine del mondo, e così ho fatto. Una fine del mondo a tinte abbastanza rosa, però”. Così, quel 3 gennaio 1954, è lei la giovane donna che traghetta, di fatto, un intero paese verso il futuro.
La voglia di teatro è rimasta; lo stesso anno lascia la televisione ed entra nella compagnia di Macario, ma l’esperienza la delude e torna al suo ruolo di annunciatrice. Nel 1958 avrà un’altra parentesi teatrale nella compagnia di Mario Riva e vincerà la Maschera d’argento.
Via via che i televisori si fanno più numerosi, Fulvia diventa un volto familiare: la gente la riconosce per strada, la saluta, la ferma per fare quattro chiacchiere. Nel 1958 è al massimo della popolarità, tanto che viene chiamata a presentare, insieme a Gianni Agus, il festival di Sanremo, che quell’anno viene vinto da Domenico Modugno e Johnny Dorelli con Volare (Nel blu dipinto di blu). Sempre nel 1958 è alla guida del festival di Napoli.
Nel 1963 qualcosa si spezza. Abbandona la RAI, ufficialmente per problemi di salute, più realisticamente perché i tempi stanno cambiando e c’è bisogno di immagini femminili più contemporanee. Gli abiti da sera, i capelli cotonati, i fondali di velluto stanno per essere dimenticati, come Fulvia.
Lavora sporadicamente come doppiatrice, compare nel documentario celebrativo di Ugo Zatterin per i dieci anni della RAI. Di fatto sparisce, dai teleschermi e dalla memoria collettiva. Nel 1993 si ritira a Meina, sul lago Maggiore, prima insieme alla madre, poi da sola, e con problemi economici che non le impediscono di essere comunque sempre garbata. Quando esce è elegante, con il rossetto, ben pettinata; le piace prendere un cappuccino e raccontare la sua vita passata, i suoi amori discreti, le persone importanti che ha conosciuto, i tanti viaggi.
Viene “adottata” dalla comunità di Meina, tanto che l’amministrazione si mobilita per farle avere il sussidio della legge Bacchelli. Le suggeriscono di andare a vivere in una struttura protetta. Fulvia accetta e va a vivere nella casa di riposo di Suno, in provincia di Novara. La casa ha un grande giardino, a Fulvia piacciono tanto i fiori, soprattutto le rose. C’è anche un pianoforte e lei lo suona divinamente.
Nel 2003 viene a trovarla Pippo Baudo e la intervista: quella diventa la sua ultima apparizione televisiva. Nel cimitero di Suno, la sua tomba ha la data di nascita sbagliata: 18 aprile. La data di morte invece è giusta, 25 settembre 2005. Chissà se ancora qualcuno si ricorda di portarle un mazzo di rose. Quanto le piacevano le rose.