Francesca Nobili, che si firmava Spada, dal cognome della madre, donna affascinante e inquieta, è stata giornalista nella redazione dell’Unità negli anni Cinquanta e intellettuale di notevole rilievo nella Napoli del dopoguerra.

Nata a Tripoli nel 1916, figlia di un nobile umbro di Montefalco scomparso in missione, a quattro anni arriva a Napoli con la madre, la cui sorella ha sposato il noto pianista Alessandro Longo. Abitano a lungo a Fuorigrotta ma quando, nel 1936, la madre si risposa e segue il marito a Littoria, Francesca si rifiuta di seguirla. Scappa a Capri con un compagno di università e lo sposa poco dopo, forse in segno di protesta verso la sua famiglia. Si laurea in Giurisprudenza a Roma e in Lettere e filosofia a Milano, dopo essersi diplomata al Conservatorio di Napoli. Presto, però, il suo matrimonio si rivela infelice. Desiderosa di fuggire dalla gabbia in cui si è rinchiusa, Francesca si unisce a Ugo Giannino, conosciuto in una setta di teosofici. Da lui ha due figli, Lorenzo e Marco. Nel 1943 giunge a Lerici con i ragazzi: non ha più notizie del compagno che, intanto, è diventato ufficiale della divisione di fanteria nella Repubblica Sociale Italiana. Il 25 luglio, alla caduta del fascismo, Francesca decide di raggiungere sua madre a Littoria e porta con sé i figli. Nell’inverno di quello stesso anno, durante gli scontri tra anglo-americani e tedeschi, s’impossessa di alcuni oggetti rinvenuti in una casa abbandonata. “Nello stato di necessità”, racconta Ermanno Rea, “assieme a un’amica prende un paio di coperte e alcuni abiti, prelevandoli da una delle poche case non crollate i cui proprietari erano scappati". A causa di ciò, subisce un processo giudiziario con l’accusa di saccheggio. Questo episodio sarà poi utilizzato, in seguito, come prova della sua personalità “intemperante”. La legge del tempo non garantisce alcuna tutela alle donne che sono diventate madri al di fuori del matrimonio; anche a causa delle posizioni ideologiche di Francesca, Giannino riesce a far dichiarare i ragazzi “figli di madre ignota”, sottraendoglieli. Le vicende della sua vita iniziano a fare di lei una donna chiacchierata, una irregolare, una “poco di buono”.

Nel 1945 Francesca torna a Napoli, dove inizia a frequentare la sezione Mercato del Pci, caratterizzata da una struttura orwelliana, basata sul controllo. Si attiva sin da subito nel Comitato per la salvezza dei bambini di Napoli che organizza, nel 1946, la partenza di diecimila piccoli napoletani per il Nord, dove vengono accolti da famiglie di operai dell’Emilia-Romagna, della Toscana, delle Marche, del Piemonte.

Continua a impegnarsi tenacemente sul piano sociale, collaborando a riviste come Noi Donne, Nuovo Corriere, La voce del Mezzogiorno. Frequenta i gruppi intellettuali di sinistra, tra i più avanzati e originali della città, anche se il pregiudizio che la riguarda non si allenta. Il comunismo napoletano, nel periodo della guerra fredda, è caratterizzato da un’ossessione maschilista. Lo statuto del partito, stampato sul retro delle tessere, recita: “Vita privata, onesta, esemplare”. Seppur rivoluzionario in linea di principio, il Pci è dunque, in realtà, profondamente conservatore.

Napoli, in questi anni, è una città fortemente provata dalla guerra; il suo porto è occupato dalla sesta flotta dei marines, il generale Eisenhower vi ha insediato il suo quartier generale. Le difficoltà sono molte, manca il lavoro, i barbacani ancora puntellano le facciate pericolanti dei palazzi. In un tale contesto, il Pci si pone come attore politico e sociale cruciale, radicato soprattutto nelle zone più disagiate, sostenuto da operai e intellettuali che vogliono partecipare attivamente alla ricostruzione. Nel seno del partito, però, infuria lo scontro tra il segretario Salvatore Cacciapuoti, comunista ortodosso, e i militanti del gruppo Gramsci, più moderati, democratici e invisi al partito.

Nel maggio del ’45, Francesca conosce il viceresponsabile dell’ufficio del Pci, Renzo Lapiccirella. Tra i due nasce un grande amore, che durerà fino alla morte di lei. Considerato “poco meno di un mito”, Lapiccirella era nato a Napoli nel 1918. Il padre, socialista, faceva il barbiere al ponte della Maddalena, ma Renzo era molto dotato e gli insegnanti avevano raccomandato ai genitori di farlo studiare. Così lui aveva frequentato l’Università e si era laureato in medicina. Nel 1944, Renzo era divenuto segretario particolare di Cacciapuoti (chiamato il “piccolo Stalin vesuviano”), ma i due erano profondamente diversi. Scrive Ermanno Rea: “La Nobili cominciò a diventare oggetto di persecuzione fondamentalmente perché legata a Renzo (...) stella nascente della politica cittadina (e forse nazionale), colpevole però di comportamenti giudicati carenti dal punto di vista della disciplina rivoluzionaria”.

Nel 1945 Francesca viene sospesa da ogni attività di partito. Propone a Renzo di chiudere la loro relazione, ma lui oppone un netto rifiuto. Nel 1946 vanno a vivere insieme; poco dopo, nasce il figlio Piero. Non ci sono soldi, la vita procede tra mille difficoltà. Abitano ai Camaldoli, in una casa fredda, senza riscaldamento, senz’acqua, senza mobili, piena di libri ammucchiati per terra. Sono mesi di militanza e passione, fuori da ogni ipocrisia. Nell’autunno di quello stesso anno, come assalita da un forte senso di colpa, Francesca decide di andare a costituirsi nel carcere di Latina, lasciando a casa suo figlio, che ha ancora bisogno di essere allattato. Un colpo di testa grave, che la renderà ancora più malvista dal Partito. Solo grazie alla concessione della libertà provvisoria riesce a lasciare il carcere. Nel 1950 ottiene il divorzio e, un anno dopo la nascita della loro seconda figlia, Viola, convola a nozze con Renzo. Intanto, svolge il ruolo di supplente di filosofia nella succursale di via Foria del Liceo scientifico Cuoco. In quel periodo nasce l’amicizia con Renato Caccioppoli: si stimano, discorrono di libri per ore, suonano insieme il pianoforte, parlano di Napoli, dell’Unione Sovietica, da loro definita “il buio a mezzogiorno”.

Negli anni Cinquanta la Nobili diviene giornalista per L’Unità. La redazione ha sede nell’Angiporto Galleria (ora Piazzetta Matilde Serao) al civico 7, terzo piano: due stanzoni affollati di scrivanie, faldoni, libri. È uno sciamare continuo di giornalisti di testate diverse, punto d’incontro di intellettuali e militanti come Massimo Caprara, Renato Caccioppoli, Anna Maria Ortese e Luigi Compagnone. Un’intera parte di umanità animata da sogni e progetti che Francesca definisce “l’acquario dell’Angiporto”. Al giornale, inizialmente, la Nobili si occupa soltanto di cronaca musicale. Non le è concesso altro spazio, nonostante la pluralità degli interessi che coltiva. Questo genera in lei molto malessere, tra gioia e ansia, frustrazione e desiderio di rivalsa. Ma, nel 1953, qualcosa accade. Così ne scrive nel suo diario: “L’altro ieri è apparsa la mia firma in prima pagina su L’Unità, ed è stato il coronamento di anni di aspirazioni. Dal primo settembre lavoro nella cronaca nera, è il primo riconoscimento ufficiale”. Diviene una delle prime giornaliste politiche dell’epoca, se non l’unica. Accanto alla sua scrivania, sulla parete, Francesca appende un quadro con la riproduzione del primo numero del Monitore Napolitano, nato e diretto, nel 1799, da Eleonora Pimentel Fonseca.

C’è, in Francesca, un’anomalia che la rende affascinante, anche se ricattabile. Attraverso di lei i compagni intravedono “un sogno che non hanno neppure osato sognare: quello di un comunismo trasandato, spettinato (...), divorato dalla passione per tutte le cose belle e giuste che esistono sulla terra, un comunismo privo di pregiudizi, tollerante (...) e non separato dalla libertà”, come afferma Ermanno Rea nel suo romanzo Mistero napoletano. Vita e passione di una comunista negli anni della guerra fredda, pubblicato da Einaudi nel 1995. Nonostante l’impegno e la dedizione al partito, l’attività politica svolta in sezione e la collaborazione con gli organi di stampa, Francesca è tenuta ai margini della cerchia dei compagni, come un’intrusa. Ma lei e Renzo – pur se ritenuti moralmente indifendibili per il loro stile di vita libero e scandaloso – sono uniti da un amore profondo. Col tempo, finalmente, Francesca otterrà di poter avere con sé i figli avuti da Giannino: la nuova famiglia si allarga e questo, in parte, sembra darle sollievo.

Rea ne sperimenta tutto il fascino controverso, dedicandole Mistero napoletano e descrivendola trasandata, spettinata, un’eroina romantica che “amava seppellire le sue grazie in un eterno maglione nero dal collo alto”. Cosa lo legasse a questa donna apolide, estranea alle regole, affascinante e coraggiosa, non si è mai saputo con certezza. Forse un amore non ricambiato, un’infatuazione, la certezza di essere entrambi dei “comunisti di fronda”, come lui ebbe a confessare in un’intervista rilasciata al quotidiano La Repubblica nel luglio 2015.

Intanto, si concludono in modo drastico i rapporti tra gli intellettuali del Gruppo Gramsci e il Pci. Con la guerra fredda il mondo appare sempre più diviso in due blocchi monolitici. Gli anni Cinquanta, a Napoli, sono dominati dalla figura dell’armatore sorrentino Achille Lauro che, divenuto sindaco della città, dichiara di voler combattere “il professionismo politico degli incompetenti e delle mezze figure”. Alla disinvoltura monarchica con cui Lauro amministra la cosa pubblica, lottizzando il Vomero, fa purtroppo eco la disintegrazione del Pci, tra lotte intestine, delusioni e recriminazioni tra le diverse fazioni. Gli intellettuali e gli uomini liberi come Guido Piegari e Gerardo Marotta non sono amati dal partito, al pari di Caccioppoli e dello stesso Lapiccirella, che sprofondano nell’isolamento.

Renato Caccioppoli, che non ha mai superato l’abbandono da parte della moglie, si uccide con un colpo di pistola l’8 maggio 1959. Francesca ne è profondamente colpita. Intanto, l’anno successivo, Lapiccirella viene trasferito nella redazione centrale de L’Unità, a Roma, mentre sua moglie resta a Napoli. A Francesca la lontananza dal marito pesa e i suoi rapporti col nuovo caporedattore, Aldo De Jaco, sono pessimi, così chiede anche lei di essere trasferita nella capitale. Conserva però la casa ai Camaldoli, che era stata teatro di tante passioni, soprattutto politiche. Qualcosa, nella sua anima, si sta spezzando irrimediabilmente, all’insaputa di amici e familiari.

Il giovedì santo del 1961 Francesca è a Napoli e va a salutare i compagni della redazione all’Angiporto Galleria. È un addio, ma i suoi colleghi non possono saperlo. Il giorno dopo si reca dalla cugina Miriam e porta con sé i figli. Dopo pranzo afferma distrattamente che, da morta, vuol essere seppellita nella cappella di famiglia. “Abbiamo suonato insieme Brahms, qui al Parco Grifeo (...), mi ha affidato i bambini, Piero e Viola, quel tristissimo venerdì santo, ed è andata a casa sua, ai Camaldoli, a morire”, racconta Miriam. “Parlavamo spesso della morte, come per abitudine. Suo marito Renzo, che era a Roma per lavoro, trovò il corpo solo di domenica. Era il giorno di Pasqua” (così, in un’intervista rilasciata al Corriere del Mezzogiorno l’11 ottobre 2010). Francesca viene ritrovata distesa sotto una coperta ricamata a mano, imbottita di barbiturici: giace in una stanza piena di foglie di palma e di fiori. Sul comodino ha lasciato a Renzo una lettera e un libro di Rilke, aperto su una pagina con alcuni versi sottolineati. Parlano di Alcesti, l’eroina della tragedia euripidea, che sacrifica la sua vita in cambio di quella del marito Admeto: “Deve morire Admeto. Quando? Adesso. / Ma egli ruppe la scorza del dolore / in pezzi e ne distese alte le mani / come per trattenere il dio fuggente”. Francesca si sente dunque responsabile della disgrazia politica in cui Renzo è caduto e vuole farsi da parte per non intralciare più il suo cammino.

L’opera di Ermanno Rea, Mistero napoletano, ha sottratto all’oblio la sua vicenda umana. Nel 2012 lo scrittore le ha dedicato ancora un testo, La comunista, in cui immagina di parlare con il suo fantasma, una creatura evanescente eppure terribilmente reale, per cui nulla è più attraente dell’impossibile. “Ho l’età della mia morte”, le fa dire, “sono riuscita a sconfiggere la vecchiaia, a sottrarle il piacere di devastare il mio corpo e la mia anima (...). Girando per le strade della mia città (...) vedo un popolo di ciechi. Se non mi fossi uccisa, che ne sarebbe stato di me?”.

Tra il 1957 e il 1961 Francesca aveva scritto un romanzo, Nell’acquario di Angiporto galleria, in cui narrava la formazione collettiva di un gruppo di giovani militanti, descritti nei loro anni migliori, fatti di slanci e di disillusioni. Uomini e donne logorati dalla loro stessa generosa passione, convinti di poter rifare l’esistente. “Ci siete tutti dentro”, aveva accennato ai compagni. Il testo, ritrovato insieme ai suoi diari dalla figlia Viola nel 2013, è stato pubblicato nel 2018 dall’editore Silvio Zamorani. Nel 2014, con delibera n.578, la città di Napoli le ha riconosciuto il giusto ruolo di intellettuale e giornalista, intitolandole una strada nel quartiere di Pianura. Nel 2025 è uscito La resa, romanzo Marino Fuani a lei dedicato.


Fonti, risorse bibliografiche, siti su Francesca Nobili Spada

Rea Ermanno, Mistero napoletano. Vita e passione di una comunista negli anni della guerra fredda, Einaudi, Torino 1995.

Rea Ermanno, La comunista, Feltrinelli, Milano 2012.

Spada Francesca, Nell’acquario di Angiporto galleria, a cura di Viola Lapiccirella, Silvio Zamorani, Torino 2018.

Fuani Marino, La resa, De Nigris Edizioni, Aversa 2025.

“Su Nell’acquario dell’Angiporto Galleria”, di Giuliano Capecelatro, Succedeoggi.

“Francesca Spada, il romanzo nel cassetto per 50 anni”, di Massimo Novelli, Il mattino, 11 aprile 2018.

“Alcesti e il dio implacabile tra le ombre dell’Angiporto”, di Vittorio Del Tufo, Il mattino, 20 maggio 2018.

“Di Napoli e del PCI degli anni ’50, ricordando Ermanno Rea e Mistero napoletano”, di Francesco Barbagallo, Il contemporaneo, 44.




Voce pubblicata nel: 2025

Ultimo aggiornamento: 2026