Una gigantessa, una leonessa – anche se per descrivere sé stessa aveva usato il termine irrispettoso e autoironico di “pachiderma di sesso femminile”.

Apparsa inaspettatamente in televisione nel 1967, cantava Melocoton: una canzone misteriosa, sorta di filastrocca infantile adornata di reminiscenze blues e di presagi oscuri, per nulla consolatrice, su due bambini che affrontano il giardino e l’immenso mondo degli adulti senza altra cosa che la mano da tenersi reciprocamente. Quella canzone fu, per così dire, il suo unico successo. Il blues era senz’altro la fonte più affine alla sue sensibilità e alle sue doti vocali di sconcertante estensione, ma – pur disseminando la sua discografia di meravigliose reinterpretazioni di classici di quella musica – rifiutò con sdegno di farsi incasellare nel comodo stampino che i discografici e i manager avevano già pronto per lei: la Bessie Smith o (con ancor maggiore pigrizia) la Ella Fitzgerald francese.

Colette nasce e cresce in una famiglia che doveva essere piuttosto bizzarra, se pensiamo che sua madre Fernande Collas a quasi sessant’anni se ne andò di casa, raggiunse una compagnia teatrale e divenne un’attrice molto richiesta, anche come caratterista nella cinematografia, con il nome d’arte di Ferna Claude. Colette parla perfettamente inglese ed è un’ottima dattilografa, sicché viene assunta con le mansioni di segretaria all’OCSE (in Francia OCDE), però a trentasei anni comincia a cantare nei cabaret e un paio d’anni dopo ha già un bel contratto con la multinazionale del disco CBS, che le fa aprire all’Olympia i concerti dell’idolo yé-yé Silvie Vartan. La voce c’è, il fisico non è avvenente ma senz’altro se ne può fare un personaggio, però l’illusione dei mercanti di musica si sfalda presto: in canzoni come Choisis ton opium si fa aperto riferimento al marxismo, alle lotte operaie, alle decolonizzazione, alla rivoluzione cubana e chi più ne ha più ne metta. La CBS non gradisce, per i tredici anni più produttivi della sua carriera si legherà all’etichetta comunista Chant du monde, ma la televisione la ignora e – oltre che nelle feste politiche e nei luoghi di lotta – canterà esclusivamente nei teatri off e di ricerca (come la Cartoucherie di Arianne Mnouchkine).

Man mano che il tempo passa, a una radicalizzazione delle sue posizioni politiche fa riscontro una radicalizzazione artistica. Sempre più distanti dalla forma canzone, le sue composizioni libere vanno dal proclama parlato alla pura onomatopea, gli accompagnamenti sobri e secchi fanno da controscena alla sua chitarra ritmica, con improvvisazioni di contrabbasso e flauto. Il blues dei suoi esordi diventa free jazz e si avventura alle frontiere della musica contemporanea. La voce si sbriglia vertiginosamente, forse il solo paragone possibile – nel dualismo che tiene insieme linguaggio e idee ugualmente rivoluzionarie – è con Demetrio Stratos. Colette si produce in storie africane nelle quali si materializzano in un magma sonoro e vocale i versi degli animali; arriva addirittura a cantare una voce del dizionario Larousse (La Marche), frammenti dei diari di Che Guevara e costruire un brano sull’esperienza di un laboratorio con bambini autistici (Pipi-Caca Story).

Il ’68 ha avuto su di lei un effetto esplosivo: quell’anno canta quasi esclusivamente nelle fabbriche occupate, compone sinfonie sonore che sono collages di manifestazioni, slogan, discorsi operai. Poi se ne va addirittura a vedere da vicino il lavoro terribile delle ultime miniere francesi (quelle di Germinal di Zola) in dismissione, per poter meglio cantare la vita dei più sfruttati. Riallaccia il cordone ombelicale con il jazz e con il blues dei suoi esordi, facendo proprie le rivendicazioni delle frange più radicali del movimento afroamericano delle Black panthers. Siccome il personale è politico, vince la sua naturale timidezza analizzando e mettendo in canto la propria stessa vita, le fragilità, le ferite d’infanzia, rivelando una violenza subita a otto anni da uno zio. Infine sfiora il coming out della propria bisessualità quando, nel bel mezzo di una stupefacente e dolorosa versione dello standard My man, scoppia in una sfrontata risata e il brano prosegue con le parole “ho incontrato Titina, Titina, Titina… ed il mio cuore ora è felice”. Intanto la situazione muta, ai creativi anni Sessanta e ai furibondi Settanta segue la piatta decadenza degli anni Ottanta. Le ragioni di lotta collettiva si frammentano, i fermenti si disperdono, la rivolta diventa un fatto personale.

Gli ultimi dieci anni di Colette sono piuttosto malinconici: ormai priva di etichetta, non si piega alle esigenze della discografia commerciale, benché l’intatta potenza della sua voce le permetterebbe facili scorciatoie. È così costretta a un’autoproduzione, a quei tempi ancora assai costosa e difficile da promuovere, nonché afflitta da precoci acciacchi di salute. Cionondimeno, ritiratasi in provincia, la Magny non demorde e nulla concede né sui temi né sulla forma: il suo ultimo disco del 1991 si apre con una sorta di rap di quasi 18 minuti. Muore il 12 giugno del 1997 a Villefranche-de-Rouergue, nel sud occitano della Francia.

Una rara e tardiva intervista televisiva ce la mostra nell’atto di lanciare (si fa per dire) proprio questo disco: “Il livello si abbassa in ogni campo, la morale cristiana o non-cristiana mi sembra non esistere più, io trovo tutto questo spaventoso…”. Poi tace un attimo, forse temendo di essersi mostrata nichilista e rinunciataria, e allora prorompe con l’antica foga: “non sono disgustata, sono infuriata!”.


Fonti, risorse bibliografiche, siti su Colette Magny

Sylvie Vadureau, Colette Magny, citoyenne-blues, En Garde! Editions, Paris 2017.

Périne Magny Lecoy, Colette Magny. Remettre le western à l’endroit, libro + CD, Les Fondeurs de Briques, Saint-Sulpice-La-Pointe 2025.

La discografia di Colette Magny è stata ristampata integralmente nel 2018 in un box da 10 CD: Colette Magny - Anthologie 1958-1997, Sony Music/Legacy.




Voce pubblicata nel: 2026

Ultimo aggiornamento: 2026