Di Cassandra Pavoni è noto il luogo natale, la città di Ferrara, ma non la data, collocabile probabilmente verso la metà del Quattrocento. Era figlia del notaio Tommaso Pavoni e di Giacoma Cingarini. Il padre aveva contatti con la corte estense e forse proprio nell'ambiente di corte era entrato in amicizia con Galeotto Manfredi, figlio di Astorgio II Manfredi signore di Faenza, che lo aveva affidato in giovane età a Ercole I d'Este affinché al suo servizio facesse una sorta di apprendistato politico e militare. Dall'amicizia col padre, Galeotto, “che pativa grandemente lo stimolo della carne” (B. Azzurrini) era poi passato a quella con la figlia, dalla quale, in rapida sequenza, aveva avuto due figli, Francesco nel 1472 e Scipione nel 1473.

Nel 1477 Galeotto rientra a Faenza dove è acclamato signore della città dopo aver spodestato il fratello maggiore Carlo, contro cui i faentini si sono ribellati stanchi delle sue malversazioni e angherie. Cassandra lo raggiunge poco tempo dopo e fin dalla sua prima apparizione in città conquista il popolo con la sua singolare bellezza, attestata, anche se non restano sue immagini, dai più antichi cronisti e, in tempi più recenti, dallo scrittore e storico faentino Francesco Serantini che la descrive icasticamente alta, formata, bellissima.” Contemporaneamente gli abili maiolicari, per cui già allora Faenza era famosa, cominciano a produrre in quantità manufatti ceramici col caratteristico decoro che si ispira alle piume dell'usello pavone 1 per rendere omaggio al nome e alla bellezza di lei. Presente anche in altre città di tradizione ceramica, questo tipo di decoro, forse di provenienza orientale, prende il nome dal tratto terminale delle penne, il cosiddetto “occhio”, che il pavone sfoggia quando fa la ruota. A Faenza era semplicemente chiamato ed è chiamato ancor oggi “la pavona”, perché è così che nel dialetto faentino viene declinato al femminile il cognome di Cassandra.

Non c'è dubbio che Galeotto e Cassandra siano innamorati, ma la ragion di stato preme sul nuovo signore che deve consolidare il proprio potere ancora precario contro le minacce delle città confinanti. Per questo motivo, Galeotto, che forse vorrebbe sposare la donna amata 2, non può farlo in quanto le nozze con lei non risulterebbero convenienti né politicamente né economicamente, mentre per lui è necessario allearsi, tramite il matrimonio, con una signoria ricca e potente. E in vista di questo obiettivo ritiene che sia opportuno occultare nei limiti del possibile il suo legame con Cassandra, che nel 1478, appena un anno dopo il suo arrivo a Faenza, sicuramente su richiesta di Galeotto, entra nel convento delle monache camaldolesi di San Maglorio, nel cuore della città, assieme ai figli. Qui Galeotto, secondo una tradizione decisamente romanzesca, continuerebbe a incontrarla introducendosi nottetempo nel monastero da una porticina segreta, una narrazione che forse può sottintendere una maggior discrezione dei due amanti nei loro convegni. Ma è probabile in realtà che Cassandra vivesse con un certo sfarzo in convento ed avesse anche una sua piccola corte e certamente i suoi incontri con Galeotto non dovevano essere così segreti visto che tutta la città ne era al corrente 3, considerato anche che certe relazioni tra uomini potenti e le loro amanti o favorite erano all'epoca del tutto normali e non suscitavano scandalo.

Allo stesso anno risale la richiesta di Galeotto a Ercole I d'Este di inviargli dieci pavoni da collocare nel suo giardino, e non è illogico pensare che alcuni, o forse tutti, siano stati dirottati nel convento dove da poco è entrata Cassandra, per rendere omaggio al suo nome ed allietare con la loro elegante presenza le sue passeggiate claustrali.

Successivamente Galeotto prende alcune decisioni che si possono considerare compensative nei confronti della donna amata per le scelte da lui compiute in nome della ragion di stato. Con una lettera del 28 dicembre 1478 a Ercole I d'Este chiede per Tommaso Pavoni, verso il quale prova “grandissima affectione” per aver ricevuto da lui “multa servitia et benefitia”, la nomina a podestà in una qualche città del ducato, o, in alternativa, “la “capitaneria”, cioè il comando militare, di Conselice, città della Romagna all'epoca sotto il dominio estense. L'anno successivo cerca di ottenere a favore del figlio Scipione, avviato fin da bambino alla carriera ecclesiastica, il priorato di un monastero in Faenza, richiesta probabilmente non soddisfatta dalle autorità religiose per via della giovanissima età del pretendente. Da ultimo, con atto notarile datato 1 marzo 1480, fa dono a Cassandra della villa detta “la Castellina”, con annesso podere, situata nell'omonima località in territorio faentino 4. Accettandone il possesso Cassandra si impegna ufficialmente ad abbracciare la vita monastica. Anche due magnifici cassoni identici, finemente intagliati e decorati con foglia d'oro, secondo un'attendibile tradizione sarebbero stati doni di Galeotto all'amata destinati a contenere il suo corredo monacale. I cassoni, ora esposti nella Pinacoteca Comunale di Faenza, effettivamente furono conservati in San Maglorio fino al 1867 5.

Il 23 dicembre 1481 Cassandra, proseguendo sulla strada che sembra ormai definitivamente tracciata, rende ufficiale l'intenzione di farsi suora nel convento dove fino ad allora è vissuta laicamente, cambiando “il tragico nome pagano di Cassandra nel sereno nome monacale di Benedetta” (G. Ballardini). La decisione, se dovuta a una vocazione genuina, mal si concilierebbe con la nascita di Giovanni Evangelista, il suo terzo figlio, nello stesso anno in cui Galeotto sposa Francesca Bentivoglio (31 maggio 1482), la figlia quattordicenne del signore di Bologna Giovanni II Bentivoglio, che, istigata dal padre, organizzerà qualche anno più tardi la congiura in cui Galeotto sarà assassinato. Certamente un delitto politico finalizzato a sottomettere Faenza ai Bentivoglio, nel quale però avrebbero avuto un peso rilevante la gelosia o più probabilmente l'orgoglio ferito di Francesca, che mal sopportava il ruolo di moglie “segretamente” tradita, ed era tormentata dall'invidia verso Cassandra, molto più bella, più amata e più omaggiata di lei dai faentini, sentimenti abilmente strumentalizzati dal padre per indurla al delitto. Al proposito non può non colpire la richiesta di Galeotto, rivolta scherzosamente a Lorenzo il Magnifico, poco dopo le nozze, di inviargli in dono una leonessa per far compagnia al suo leone; una richiesta antitetica rispetto a quella romantica e gentile di dieci pavoni in onore Cassandra, e, insieme, una lugubre premonizione della ferocia di cui darà in seguito prova la moglie assassina.

Dopo l'omicidio di Galeotto (31 maggio 1488) le notizie su Cassandra diventano più frammentarie, ma possiamo immaginare che tutte le sue attenzioni si siano rivolte alla sorte dei figli, i quali, per l'affetto ancora vivo tra i concittadini verso loro padre, sono ammessi dagli Anziani a far parte del governo della città con una delibera del 1489. Nello stesso anno Scipione viene nominato da papa Innocenzo III commendatario dell'abbazia di san Giovanni Battista in Faenza, una decisione non gradita ai monaci camaldolesi ivi residenti, che cercano di invalidarla. Scipione, all'epoca diciassettenne ma già erede dello spirito battagliero del padre, ricorre alla forza, abbatte la porta del monastero e si insedia come abate dopo aver cacciato tutti i monaci. Morirà poco più che ventenne nel 1493.

Molto più drammatica la sorte di Giovanni Evangelista, che dopo aver difeso eroicamente Faenza assediata da Cesare Borgia, assieme ad Astorgio III figlio legittimo di Galeotto e Francesca, sarà imprigionato a Roma in Castel Sant'Angelo e lì strangolato, a ventun anni, dagli sgherri del Valentino assieme al fratellastro diciottenne, nel 1502. Le due madri rivali, Cassandra e Francesca, saranno costrette dal destino a vivere il comune lutto dei loro due figli assassinati insieme e, contrariamente a loro, uniti da fraterno affetto fino alla morte.

Meno drammatiche ma certamente non liete le vicende di Francesco, il primogenito di Cassandra: scampato alla furia del Valentino, è nominato nell'ottobre del 1503 successore del fratellastro col titolo di Astorgio IV, ma soltanto un mese dopo Faenza passerà sotto il dominio della Serenissima e Francesco, accordatosi con i nuovi conquistatori, si ritirerà a Venezia con una provvigione di 1200 scudi annui, di cui godrà ben poco, morendo nel 1506 all'età di 34 anni.

Nella Pinacoteca Comunale di Faenza è esposta una pala d'altare di notevole livello artistico e certamente anche di elevato valore economico, opera del pittore fiorentino Biagio d'Antonio Tucci, della quale fino a poco tempo fa era ignoto il committente. Ora, grazie a un recente studio di P. Capitanio, è stato individuato con inoppugnabili argomentazioni in “Donna Benedetta in San Maglorio”, desiderosa di commemorare in tal modo le persone care defunte, come si deduce da alcune figure presenti nel dipinto: Giovanni Evangelista, evidente riferimento al figlio prediletto, e San Girolamo, di cui i Manfredi erano devoti.

Cassandra, sopravvissuta alla morte dell'amante e dei figli, il 7 marzo 1507 dona alla compagnia di San Nevolone, un beato venerato a Faenza, “300 libre di bolognini” destinati alla celebrazione di trenta messe annuali in cattedrale, un gesto col quale si libera dei suoi beni e che anticipa, il 21 dello stesso mese, la pronuncia dei voti definitivi e il passaggio dallo stato di semplice suora “conversa” a quello di “professa”. La “professione”, pronunciata solennemente in presenza del Generale dell'Ordine Camaldolese, della badessa e di numerosi altri monaci e monache, a testimonianza dell'autorevolezza e del prestigio di cui gode la monacanda, è attestata da un atto su pergamena scritto in eleganti caratteri, che doveva essere incorniciato e appeso nella sua cella a memoria e monito dell'evento. Ritrovato da G. Ballardini, mostra, in basso a destra, una croce tracciata con mano decisa, la firma di Cassandra, ora definitivamente suor Benedetta. L'aver firmato con un segno di croce potrebbe essere la prova che Cassandra era analfabeta, come suppone lo storico M. Tabanelli, il ché sarebbe abbastanza strano data la sua appartenenza ad un ceto sociale elevato e le sue frequentazioni con personaggi di pari rango, ma potrebbe anche indicare la volontà di annullare completamente se stessa nella mistica unione sponsale con Cristo. Del resto poco sappiamo della monacazione di Cassandra, quasi certamente forzata in origine e diventata probabilmente in seguito una scelta fatta propria intimamente e consapevolmente dopo una lunga e tormentata riflessione, come risulterebbe dagli Annali Camaldolesi che documentano i suoi continui tentennamenti prima di pronunciare la “professione” definitiva: “de die in diem differebat...moram trahens” (rinviava di giorno in giorno...protraendo l'indugio).

Cassandra morirà nel 1513 e sarà sepolta nella chiesa del convento dove si è consumata gran parte della sua vita di amante, di madre e di suora. La pietra tombale contiene “un'ultima invocazione alle caste nozze col cielo di quella che non poté essere legittima sposa terrena del suo Signore amato. (G. Ballardini):

BENEDICTA. HRI/ STI. SPONSA.OLIM. T/ HOMAE. FERRARIE/NSIS. DE. PAVO/NIBUS. SUB/ HOC. SAXO./ QUIESCIT. /MCCCCCXIII”

(Benedetta sposa di Cristo, un tempo figlia del ferrarese Tommaso de' Pavoni, sotto questo sasso riposa. 1513).

Accanto all'epigrafe la lastra che riporta lo stemma di famiglia, un pavone che innalza il collo e la testa al di sopra di uno steccato. Per una singolare coincidenza l'immagine del pavone rinchiuso potrebbe rappresentare metaforicamente la vita di Cassandra trascorsa per più della metà entro le mura claustrali, che l'hanno sì segregata dal mondo, ma anche protetta, assieme ai figli, dalle possibili rappresaglie degli avversari di Galeotto dopo il suo assassinio.

Merita infine una menzione il fatto che la vicenda drammatica di Galeotto, Cassandra e Francesca ha ispirato due artisti entrambi legati alla città di Faenza: Vincenzo Monti, noto poeta neoclassico e traduttore di Omero, autore di una tragedia intitolata Galeotto Manfredi, e Lamberto Caffarelli, musicista e antroposofo, un talento misconosciuto, che ha composto musica e testo del Galeotus, un'opera lirica pubblicata nel 1920 e mai messa in scena. Il Galeotto Manfredi di Vincenzo Monti, con evidenti echi scespiriani e alfieriani, rimane sostanzialmente un'opera di abile mestiere i cui personaggi, privi di spessore storico e psicologico, sono pedine di un'azione scenica dove la tragedia si stempera in melodramma. Al contrario, nel Galeotus, Lamberto Caffarelli, pur contestualizzando la vicenda nel vero ambiente storico, avvolge i personaggi in un alone di misticismo e di spiritualità trasformandoli in simboli religiosi e filosofici ove si eclissa la loro autenticità e credibilità. Dunque né Monti né Caffarelli sono riusciti a rappresentare in maniera convincente la vera tragedia di Galeotto, il principe che ha sacrificato l'amore alla ragion di stato, di Cassandra, l'amante che ha sublimato la passione terrena nell'amore di Cristo e infine di Francesca, la moglie tradita diventata assassina credendo di fare giustizia.

Note


1 Definizione di un vasaio cinquecentesco citata dal ceramologo G. Ballardini, fondatore del Museo Internazionale delle Ceramiche (MIC) di Faenza
2 Secondo M. Ricci Nuccitelli “è probabile, anche se non sicuro che si siano sposati con matrimonio morganatico”, un'unione tra persone di rango sociale diverso, in cui la moglie e i figli non acquisiscono il titolo o i privilegi del coniuge di rango superiore e non possono vantare diritti di successione dinastica.
3 In alcune maioliche dell'epoca secondo G. Ballardini vi sarebbero evidenti allusioni al legame tra i due amanti. In particolare in due boccali appartenuti alla collezione Argnani, ora dispersi, decorati l'uno con un gallo - “Gallo” era il nome con cui i faentini chiamavano Galeotto - l'altro con un pavone, chiaro riferimento a Cassandra
4 La villa esiste tuttora ed è molto famosa perché secondo la tradizione nelle sue stanze sarebbe stato compiuto da frate Alberigo Manfredi, antenato di Galeotto, l'assassinio di due parenti, passato alla storia come delitto delle “frutta del mal orto”, così menzionato da Dante in un noto passo dell'Inferno (c. XXXIII, vv. 109-120).
5 https://www.pinacotecafaenza.it/opera/cassoni-da-corredo/


Fonti, risorse bibliografiche, siti su Cassandra Pavoni

Argnani Federico, Il Rinascimento delle Ceramiche Maiolicate in Faenza. XL Tavole, Tipografia e Litografia Montanari, Faenza, 1898.
Della collezione Argnani facevano parte i boccali di cui alla nota 3. v. Tav. XI fig.4 e XIII fig.1 qui: https://www.dropbox.com/scl/fi/w8qv9unoofy0cottmrbp3/ARGNANI-Il-rinascimento-delle-ceramiche-maiolicate-in-Faenza-TAVOLE-1898.pdf?rlkey=wepxtl6k7562x49wk2e432bt9&e=4&st=gco3uodw&dl=0

Ballardini Gaetano, Cassandra Pavoni, in Cassandra Rinascimentale (a cura di Architetti a Faenza), Edit Faenza, Faenza, 1995.

Boschi Raffaella, Cassandra Pavoni, in Bassi Angelini Claudia (a cura di) Donne nella Storia nel territorio di Ravenna, Faenza e Lugo dal Medioevo al XX secolo, Longo Editore, Ravenna, 2000.

Caffarelli Lamberto, Canti dei tre misteri: Galeotus, Fratelli Lega, Faenza, 1920.

Capitanio Patrizia, Cassandra Pavoni alias Suor Benedetta e la pala dei Camaldolesi, sito web della Pinacoteca Comunale di Faenza. L'articolo comprende un'interessante iconografia, tra cui la “professione” di Cassandra.
Qui il link: https://www.pinacotecafaenza.it/2024/02/cassandra-pavoni-alias-suor-benedetta-e-la-pala-dei-camaldolesi/

Fabbri Nuccitelli Martina, Gentile, Cassandra e Francesca. Tre donne alla corte dei Manfredi, White Line, Faenza, 2021.

Fagnocchi Giuseppe (a cura di), Lamberto Caffarelli. Canti dei Tre Misteri. Galeotus, Fratelli Lega, Faenza, 2013.

Medri Antonio, Il duplice assassinio di Galeotto Manfredi (1477- 1488), Tipografia Faentina, Faenza, 1972.

Messeri Antonio, Galeotto Manfredi, Signore di Faenza. Medaglione Storico, Tipografia Sociale, Faenza, 1904.

Messeri Antonio Calzi Achille, Faenza nella Storia e nell'Arte, Tipografia Sociale Faentina, Faenza, 1909

Monti Vincenzo, Galeotto Manfredi principe di Faenza, CLUEB, Bologna, 2005.

Serantini Francesco, La fine di una signoria, articolo sulla rivista “Lo Smeraglio”, Anno VI, 30 marzo 1952, ripubblicato su “Historia Faentina.” Link al sito: http://www.historiafaentina.it/Storia%20Medioevale/la_fine_di_una_signoria_serrantini.html

Tabanelli Mario, Una vita impossibile: Galeotto Manfredi Signore di Faenza, F.lli Lega, Faenza, 1978.

Vicchi Leone, Ultima Relazione, Galeati, Imola, 1894.

Zama Piero, I Manfredi, Fratelli Lega, Faenza, 1954.

Zama Piero, L'amante di Galeotto Manfredi, in Romagna Romantica (pagg. 120-147), Guidicini e Rosa, Bologna, 1978.




Voce pubblicata nel: 2025

Ultimo aggiornamento: 2025