In un Paese che raramente restituisce spazio alla memoria delle donne e delle loro pratiche politiche, la vicenda di Maria Aurora Rognoni rischiava di svanire nei cassetti di famiglia, conservata con silenziosa cura dalla figlia. Eppure, dietro i frammenti della sua vita, custoditi in scatole di foto e in parole scritte a mano su fogli ormai ingialliti, si cela il ritratto vivo di una donna che ha saputo intrecciare lotta sindacale e impegno femminista e politico, lasciando un’impronta che merita di essere riletta oggi.
Tra gli anni Settanta e Ottanta l’Italia attraversò una fase tra le più complesse della sua storia repubblicana, una stagione che avrebbe portato al crollo del sistema politico del dopoguerra, culminato in Tangentopoli. Gli anni Settanta, segnati dal terrorismo, dalla “strategia della tensione” e dal sequestro e omicidio di Aldo Moro, misero fine al progetto del “compromesso storico” tra DC e PCI. Negli anni Ottanta emerse Bettino Craxi con il PSI, promotore di riforme in senso liberista, in un contesto di debito pubblico crescente e corruzione diffusa. In parallelo, il movimento femminista, dopo le conquiste su divorzio e aborto, rafforzò le battaglie per la rappresentanza politica e la parità, dentro un profondo cambiamento culturale. È qui che si inserisce l’esperienza di vita di questa sindacalista e consigliera comunale di San Giuliano Milanese, 30 mila abitanti alla periferia di Milano. Una donna che ha provato a tagliare le radici profonde del patriarcato, lottando per l’uguaglianza e la giustizia sociale.
Nata in una famiglia di umili origini, nella bassa lodigiana, figlia di un meccanico e di una casalinga, Maria Aurora Rognoni cresce in un contesto segnato da rigide regole patriarcali e dalla precoce necessità di contribuire al magro bilancio domestico. Inizia a lavorare ancora minorenne in una bottega di borse. Solo dopo anni passati in fabbrica e faticosi studi in una scuola serale, riuscirà a ottenere il diploma, mentre già porta avanti le sue prime esperienze sindacali. Impiegata nel settore tessile presso Krizia, diventa sindacalista della Fulta CGIL, portando avanti istanze per la riduzione dell’orario di lavoro, per l’introduzione delle pause durante la giornata lavorativa e per il riconoscimento dei congedi parentali alle operaie della fabbrica.
Nel 1985 entra in politica, diventando la prima donna eletta nel consiglio comunale di San Giuliano nelle fila del PSI. Un impegno politico che affonda le radici nell’esperienza sul campo e che si orienta fin da subito verso il mondo delle lavoratrici e il potenziamento dei servizi per l’infanzia. Il suo femminismo è pragmatico, quotidiano, nutrito dal vissuto delle donne che lavorano, crescono figli e si prendono cura degli altri. Proprio da questa esperienza nasce la sua forza politica: un’azione che parte dal basso, ma che punta a trasformare la cultura istituzionale. Rognoni si batte per gli asili nido, per ridurre la violenza sulle donne, per creare spazi di partecipazione femminile. Ma in mondo politico ancora dominato da logiche patriarcali, le sue battaglie vengono spesso ignorate o marginalizzate.
Parte della sua eredità politica è rimasta viva nei discorsi pubblici che tenne durante il suo mandato. In particolare, nelle bozze di due interventi, uno dei quali scritto alla fine degli anni Ottanta sulla legge contro lo stupro (poi approvata nel 1996). Tali testi rappresentano documenti preziosi non solo per comprendere il suo pensiero, ma anche per cogliere il linguaggio e l’approccio con cui cercava di portare le istanze femminili all’interno delle istituzioni. Nelle sue parole c’è la lucidità di una donna che conosceva bene le barriere culturali e strutturali del potere, ma che continuava a cercare vie per incrinarle. Eccone un estratto.
“Se il problema fosse solo di punire la violenza sessuale, di prevedere nuove ipotesi di reato più rispondenti alle dinamiche e modalità con cui la violenza sessuale si esprime oggi nella società, potremmo trovarci tutti d’accordo e la legge forse sarebbe già fatta. Le norme approvate alla Camera rispondono in parte a questa esigenza. Non di questo si tratta, però, e le difficoltà con cui fare i conti non sono o non sono mai state di natura tecnico-giuridica, ma di natura culturale. La scelta degli strumenti tecnico-giuridici è conseguente alla cultura che si intende affermare e su questo dovrà misurarsi la validità o meno di questa legge. Ognuno di noi dovrà interrogarsi in profondità e riflettere su un dato che non è di poco conto. E cioè se i percorsi individuali e collettivi che le donne hanno compiuto in questi anni, le idee che hanno prodotto, il capovolgimento della scala di valori che hanno operato, sono patrimonio radicato nelle coscienze. Ecco perché questa legge ha un significato culturale dirompente e pone in modo pressante l’esigenza di trasformazioni radicali nella società e nel modo di essere, di sentire e di vivere dell’individuo. Forse questo è il motivo che ha impedito anche a tanta parte del Parlamento di comprendere a fondo la reale natura dell’aggressione sessuale, le implicazioni che produce, i condizionamenti che esercita nella vita di ogni donna. Le donne hanno ben compreso che oggi non è solo in gioco una legge contro la violenza sessuale, ma che invece, attraverso di essa, si decide della loro vita, del loro ruolo, della loro persona, della loro libertà e capacità di decidere e autodeterminarsi. La storia di questa legge, qualunque sia il risultato finale, sarà inevitabilmente storia delle donne, di ognuna di noi e di tutte insieme, della nostra lotta di liberazione, della nostra cultura della diversità”.
Con l’esplodere di Tangentopoli, all’inizio degli anni Novanta, Rognoni si ritira dalla vita politica. Nessuna accusa, nessuna condanna: solo l’ombra della delegittimazione e il peso di essere donna in un sistema che non perdona. La sua vicenda riflette le contraddizioni dell’epoca: una stagione di conquiste femminili sul piano legislativo, ma anche di persistente esclusione dagli spazi pubblici e decisionali.
Negli anni successivi si dedica al lavoro di cura, sacrificando la carriera professionale e politica. Una rinuncia amara e consapevole, comune a molte donne della sua generazione, ma tutt’altro che indolore. Per Rognoni, che aveva lottato per la parità e l’emancipazione tanto nelle dinamiche familiari quanto nello spazio pubblico, l’uscita dalla sfera professionale segnò una frattura profonda, accompagnata da sofferenza personale e da uno stato depressivo prolungato. Fu il prezzo imposto da un sistema incapace di offrire alle donne strumenti reali per conciliare autodeterminazione e vita privata.
Raccontare oggi la vita di Aurora Rognoni, attraverso i suoi scritti e i ricordi di chi l’ha conosciuta, significa ridare dignità a una figura esemplare di politica femminista “dal basso”. È un esercizio fondamentale per costruire una genealogia femminista che non si limiti a celebrare le grandi protagoniste, ma che valorizzi le innumerevoli compagne che hanno inciso sulla vita collettiva – nei territori, nelle fabbriche, nei Comuni – operando lontano dai riflettori. Ci obbliga a chiederci quante storie come la sua restino escluse dai manuali e dagli archivi, e quanto le donne debbano ancora oggi scegliere tra attività pubblica e impegno privato. Per questo è imperativo ricordare: perché la politica delle donne non sia solo storia del passato, ma una leva irrinunciabile per il futuro.
Voce pubblicata nel: 2025
Ultimo aggiornamento: 2026