“Questa è una storia con un finale infelice. E anch’io ormai sono abbastanza americana da essere intimorita dai finali infelici. Eppure, devo abbandonare tutto il mio lavoro per scriverla”1. Negli anni Venti i giornali la chiamano The Sweatshop Cinderella, la Cenerentola della fabbrica, un soprannome che rende manifesta l’essenza dell’American Dream.
La storia di Anzia Yezierska, giovane ebrea emigrata, incarna infatti la parabola del sogno americano: una ragazza povera che, partita dai bassifondi newyorkesi, conquista l’America e diventa una scrittrice di successo.
Affamata – in senso letterale e metaforico – proprio come le eroine delle sue storie, nel corso della sua vita pubblica sette libri, tra cui due raccolte di racconti, quattro romanzi e un’autobiografia. I più celebri, Hungry Hearts (1920) e Salome of the Tenements (1923), vengono adattati per il cinema muto, aprendo per lei una stagione hollywoodiana tanto sfolgorante quanto breve. La sua scrittura si distingue per uno stile modernista e un inglese attraversato da inflessioni yiddish, che riproduce la lingua parlata dagli immigrati ebrei di New York, capace di restituire sulla pagina sia la vitalità del ghetto che le fratture dell’identità diasporica.
Della sua nascita non si conosce la data esatta. Mentire sull’età non era una pratica inconsueta tra le scrittrici dell’epoca: basti pensare a Zora Neale Hurston, che altera i propri dati anagrafici per studiare e per difendersi da un ambiente editoriale sessista e competitivo. Anzia Yezierska nasce intorno al 1880 in Polonia, allora parte dell’Impero russo, in una famiglia ebrea estremamente povera; nel 1893 emigra negli Stati Uniti. Sono gli anni in cui il mito dell’American Dream, con le sue promesse di un nuovo mondo dove l’ascesa economica e sociale sembrano a portata di mano, affolla l’immaginario di milioni di persone. Gli Stati Uniti si presentano come un melting pot ideale, una nazione di immigrati aperta a chiunque cerchi libertà e opportunità.
Anche la famiglia di Yezierska insegue quella speranza: discriminati nella terra d’origine, attraversano l’oceano alla ricerca della Golden Land, la loro terra promessa, che s’intreccia ai miti fondativi americani. Nel racconto America and I, Yezierska riconosce la propria esperienza nell’epopea dei padri pellegrini: “Avevano lasciato la loro patria come io ho lasciato la mia. Avevano attraversato un oceano sconosciuto ed erano approdati in una terra ignota, proprio come ho fatto io”2.
L’arrivo negli Stati Uniti, però, incrina subito quell’immaginario idealizzato. In How I Found America, la protagonista sperimenta fin dallo sbarco l’amara disillusione, scontrandosi con il “puzzo della povertà affollata”3. La terra promessa si rivela un paesaggio composto da caseggiati fatiscenti e sovraffollati nel quartiere etnico di New York: una vera e propria prigione, fatta di lavori logoranti, sfruttamento e condizioni di vita miserabili. Anche il sogno di un’istruzione letteraria – la tanto sperata via d’accesso all’emancipazione – s’infrange presto, perché alle ragazze immigrate sono riservate solo scuole orientate al lavoro domestico o al cucito per le fabbriche. La distanza dai “veri” americani diventa un abisso e gli Stati Uniti si rivelano un luogo spietato e disumanizzante.
Eppure, il desiderio di assimilazione non si spegne. Anzia, come molte giovani ebree del Lower East Side, avverte la necessità di emanciparsi anche da una cultura d’origine percepita come oppressiva e patriarcale. La via d’uscita da questa prigione materiale e simbolica è l’indipendenza. In un altro dei suoi racconti, Wings, la protagonista lo afferma con decisione: “Vivo in America, non in Russia. Non devo dipendere da nessuno per il mio sostentamento. In America, se una donna si guadagna da vivere, può avere cinquant’anni e non avere un uomo, e nessuno prova compassione per lei”4.
Ottiene una borsa di studio in economia domestica alla Columbia University: non è la formazione letteraria che sognava, ma le permette di lavorare e mantenersi. Nel 1910 sposa Arnold Levitas e ha una figlia, Louise; tuttavia, il matrimonio si sgretola rapidamente. Dopo un iniziale tentativo di crescere la bambina da sola a San Francisco, è costretta ad affidare la custodia all’ex marito. Tornata a New York, ha una relazione con il filosofo John Dewey, che influenzerà la sua scrittura ispirando la rappresentazione ricorrente e conflittuale tra l’ebrea passionale e il freddo intellettuale anglosassone.
Dal 1915 Yezierska comincia a pubblicare racconti su riviste e recupera il proprio nome, abbandonando definitivamente quello di Hattie Mayer, nome americanizzato assegnatole all’arrivo. È un gesto insieme identitario e strategico: riaffermare le proprie origini proprio mentre entra nello spazio letterario americano significa anche presentarsi al pubblico come voce autentica dell’esperienza migrante. Nelle sue opere, infatti, Yezierska mette in scena ciò che l’America si aspetta da lei, inclusi stereotipi che alcuni contemporanei ebrei le rimproverano di alimentare. L’autrice, in realtà, li usa in modo ambivalente, attraversata come le sue eroine da una lotta costante tra spinta all’americanizzazione e desiderio di valorizzare la cultura d’origine. Emblematico è il cliché della ghetto girl, la giovane ebrea che punta al matrimonio con un ricco americano come una moderna Cenerentola immigrata, un obiettivo che, nei suoi testi, raramente coincide con un vero lieto fine.
In Salome of the Tenements – titolo che richiama la figura tentatrice di Salomè – l’ambiziosa protagonista architetta la seduzione di un milionario per conquistare il sogno americano, ma scopre presto di essere l’oggetto di un esperimento sociale alla Pigmalione e si ritrova soffocata in una vita che le è del tutto estranea. Anche qui la finzione s’intreccia alla biografia, richiamando sia la relazione di Yezierska con Dewey sia il celebre matrimonio dell’amica Rose Pastor con il filantropo J.G. Phelps Stokes, che riempì le cronache dell’epoca.
Come nelle sue storie, anche nella vita reale la fiaba della miracolosa realizzazione s’incrina. Yezierska conosce il successo attorno ai quarant’anni, dopo un matrimonio fallito, la dolorosa separazione dalla figlia e anni di lotte per affermare una voce propria, trasformando la propria identità etnica in materia narrativa spendibile per il mercato editoriale e cinematografico. Quel successo, tra l’altro, si spegne in breve tempo. Dagli anni Trenta, con il mutare del clima culturale e politico, il suo nome scivola nell’oblio. Dopo essere stata celebrata come emblema del sogno americano, Anzia Yezierska muore nel 1970 quasi dimenticata. Saranno le letture femministe e gli studi etnici degli anni Settanta a riportarla all’attenzione del pubblico, restituendole voce.
Note
1 Dal racconto Wild Winter Love, in The Century Magazine, febbraio 1927, pp. 485-491. Traduzione di Donatella Marcatajo, idem per le note successive.
2 A. Yezierska, Children of Loneliness, New York, Cassell & Co., 1923, p. 169.
3 A. Yezierska, Hungry Hearts, Cambridge, Houghton Mifflin, 1920, p. 263.
4 Ibid., p. 15.
Fonti, risorse bibliografiche, siti su Anzia Yezierska
Abizanda-Cardona, Maria, A Gilded Awakening: Othering the New Woman Narrative in Anzia Yezierska’s Short Fiction, in Lectora, 30, 2024, pp. 205-224.
Botshon, Lisa, The New Woman of the Tenements: Anzia Yezierska’s Salome, in Modern Fiction Studies, vol. 56, n. 2, Summer 2010, pp. 233-261.
Friedman, Natalie, Marriage and the Immigrant Narrative: Anzia Yezierska’s Salome of the Tenements, in Legacy, vol. 22, n. 2, 2005, pp. 176-186.
Heike Paul, The Myths That Made America, Bielefeld, Transcript Verlag, 2014.
Opere di Anzia Yezierska:
Hungry Hearts, Cambridge, Houghton Mifflin, 1920.
Children of Loneliness, London, Cassel and Company, 1923.
Salome of the Tenements, London, Transaction Publishers, 1999.