Nello scenario di una terra spesso ostile, in apparenza chiusa in sé stessa, ai margini delle dinamiche politiche e sociali della penisola, la Sardegna diviene involontaria protagonista delle elezioni del 1946 quando, per la prima volta in Italia, le donne esercitarono il diritto di suffragio attivo e passivo. Parole difficili da comprendere e da vivere in un contesto linguisticamente identificato come la Sardegna. Eppure, fra la sorpresa generale e le antinomiche linee esistenziali dell’isola, proprio in Sardegna fu eletta la prima donna sindaco in Italia: donna Antonia Bartoli, detta Ninetta. Fu eletta nel piccolo comune di Borutta, in provincia di Sassari. Pochi giorni dopo, venne eletta sindaca anche un’altra donna, Margherita Sanna, a Orune.
Appartenente alla famiglia nobiliare del paese, Ninetta Bartoli fu sindaca per ben dodici anni, dal 1946 al 1958, esprimendo nella sua azione politica i diversi aspetti di cittadina, promotrice dei valori cristiani cui era devota e imprenditrice nel tessuto socio-economico del suo paese.
La sua crescita avviene nell’ambito delle organizzazioni religiose, ambito di reclutamento elettorale privilegiato dalla Democrazia Cristiana. Ninetta riceve la sua formazione presso l’Istituto delle Figlie di Maria, a Sassari. I suoi interessi prediligono l’assistenza degli anziani e della comunità di appartenenza. L’impegno religioso diventa impegno sociale alla luce del valore della carità e della volontà di porsi al servizio della povertà, non per umiliarla ma per ascoltarla, come predicava il missionario padre Giovanni Battista Manzella, figura centrale nella sua formazione intellettuale. Se l’impegno religioso è impegno sociale, l’impegno sociale è impegno politico. Forte di questa convinzione, Ninetta Bartoli fa la tessera della Democrazia Cristiana, e nel 1945 venne nominata segretaria della sezione DC di Borutta.
Durante la sua prima formazione a Sassari instaura un profondo legame di amicizia con Laura Carta Caprino, coniuge di Antonio Segni, il quale stava definendo un proprio ruolo, sempre più importante, all’interno della Democrazia Cristiana. In virtù di questa amicizia, la candidatura di Ninetta Bartoli alle elezioni amministrative del 1946 tra le fila democristiane non destò scalpore. Facile dedurre che il concorso di differenti elementi – quali la discendenza familiare, l’attività svolta in seno alla DC e la propensione personale verso il sociale – abbiano determinato il successo elettorale di Ninetta Bartoli già nella prima giornata di votazioni, il 10 marzo 1946. Su 371 votanti, ben 332 si espressero a favore della candidata (l’89 % delle preferenze). La stampa locale dell’epoca, nel tratteggiare la particolarità dell’evento, si soffermò inoltre sui problemi del territorio di Borutta: la sistemazione della scuola elementare, delle strade e soprattutto dell’acquedotto.
Durante i primi anni del suo mandato, la nuova sindaca si occupò del monastero e della basilica di San Pietro in Sorres e avviò diversi cantieri per l’edilizia scolastica e abitativa, e per la sistemazione della rete viaria. Una particolare attenzione fu rivolta alla Latteria sociale del Mejlogu, che rappresentava un importante centro per le attività agricole e d’allevamento del territorio, ma anche una possibilità concreta di occupazione femminile, che incoraggiò ad esempio l’attivazione dell’asilo a servizio delle lavoratrici.
Si narra inoltre che la sindaca si muovesse nel paese rapidamente a bordo di una carrozza di sua proprietà, con cui raggiungeva di frequente anche Sassari. A Sassari si recava presso i rappresentati della Provincia e della Regione, ai quali sottoponeva i problemi del territorio di Borutta. La sua azione politica era facilitata dalla personale disponibilità economica e dai legami che Ninetta aveva costruito, nel tempo, con gli esponenti politici della città.
L’esperienza politica di Ninetta Bartoli racconta non solo di una struttura sociale in lento cambiamento, ma riflette anche la difficile ricomposizione tra la posizione della donna tradizionalmente accettata e l’emancipazione personale e sociale del ruolo femminile, vissuto dalla stessa Ninetta con molta consapevolezza e senso della misura. Si definiva “sindaca” (dunque declinando il termine al femminile), con l’intento di sottolineare la novità e l’esigenza di coniare una nuova parola per esprimere una situazione, prima d’allora, inesistente. Il giorno dell’insediamento in Comune Ninetta Bartoli si presentò indossando il costume sardo: corpetto, camicia bianca, gonna a vita alta, decorata nelle pieghe con ricami floreali, fazzoletto in testa. La scelta non passò inosservata, confermando l’orgoglio di Ninetta per la posizione sociale assunta e l’attaccamento alle radici identitarie sarde.
Fu probabilmente il suo senso di misura a determinarne l’allontanamento dalla nascente corrente democristiana, quella dei Giovani Turchi, dalla quale emersero in seguito diverse figure dei nuovi leader della DC, tra i quali Francesco Cossiga. Nelle elezioni comunali del 1958 Ninetta Bartoli si presentò con una lista civica, che però non ottenne il consenso del corpo elettorale, il quale favorì invece l’ascesa politica del medico Nino Solinas, candidato ufficiale della DC.
Ninetta Bartoli morì il 30 novembre 1978; la camera ardente fu allestita nella Casa comunale di Borutta. Dal 2016, il suo ritratto è presente nella Sala delle donne a Palazzo Montecitorio, insieme a quello di Margherita Sanna, dato il valore di queste due donne nel processo di emancipazione femminile in Sardegna.