Anita Pittoni nasce a Trieste nel 1901, in una città che non è mai solo sfondo, ma presenza viva, crocevia di lingue, tensioni e possibilità. È in questo spazio di confine che prende forma il suo sguardo inquieto e lucido, capace di anticipare la modernità.
Figlia di Francesco Tosoni Pittoni, ingegnere, e di Angela Marcolin Bosco, sarta e ricamatrice, cresce con i tre fratelli maschi in una famiglia culturalmente e politicamente vivace. Tra fili, stoffe e rigore, impara presto che la bellezza può nascere anche da materiali poveri, purché guidati da mani ostinate e da uno sguardo visionario. Frequenta il liceo femminile e conclude gli studi nel 1919. La morte prematura del padre le impone presto importanti rinunce: non può permettersi l’università e deve iniziare a lavorare. Silenziosa ma con la “testa piena di forme”, inizia a costruire la propria strada. Entra nei circoli intellettuali triestini di Umberto Saba e Giani Stuparich, che diventerà il suo compagno. Frequenta lo studio fotografico delle sorelle Wulz. Osserva, assorbe, impara. Nella dinamicità di quegli ambienti, aperti alle avanguardie artistiche e alle nuove sensibilità, non si limita a guardare ma sviluppa un linguaggio personale.
Nel 1928 fa una scelta che racconta molto di lei: decide di dedicarsi completamente all’arte tessile, senza garanzie, senza denaro. In un episodio rimasto quasi leggendario, racconta di aver speso tutto ciò che possedeva metà per il cibo, metà per la lana. “Non so chi comprerà il mio maglione”, afferma, ma compie ugualmente questo atto di fiducia ostinata, che diventa la cifra della sua vita. Anita non parla mai di “vestiti”, ma di “idee da indossare”, e negli anni Trenta il suo laboratorio a Trieste cresce fino a coinvolgere decine di donne che, lavorando da casa, diventano indipendenti. Non è dunque solo un atelier: è uno spazio di emancipazione e partecipazione. Certo lavorare con lei non è “facile”, perché pretende molto da sé stessa e dagli altri, tuttavia da lei si impara il valore dell’artigianato e la strenua dedizione al lavoro. Contemporaneamente guarda lontano, e il suo lavoro dialoga con il futurismo, il costruttivismo, le avanguardie europee. Non copia ma trasforma. La sua mente “vede” prima ancora di realizzare, semplifica le forme, sperimenta tessuti inusuali, immagina una moda moderna, essenziale, quasi radicale. La sua presenza colpisce chi la incontra. È intensa, a tratti distante, poco incline alla superficialità. Questa radicalità si riflette anche nella sua vita affettiva, che non segue schemi convenzionali. Non costruisce una famiglia tradizionale, né cerca stabilità nel senso comune del termine. I legami sentimentali, di cui si intravedono tracce nelle lettere e negli scritti, sono vissuti con una costante tensione tra bisogno di vicinanza e necessità di indipendenza. Anita sembra sottrarsi a ogni forma di appartenenza totale. Nelle sue pagine più intime affiora una sensibilità affettiva profonda, ma trattenuta. L’amore non è mai dichiarato in modo esplicito ma è un sentimento che convive con una certa solitudine, scelta e insieme subita.
Dalle carte e corrispondenze di quel tempo emerge una donna spigolosa, intransigente, in diretto contatto con le figure centrali della cultura del suo tempo. Attraverso il pittore futurista Marcello Claris entra infatti in relazione con una rete ampia e articolata di artisti come Avgust Černigoj, Leonor Fini, Ugo Carà, Carolus L. Cergoly, Dario de Tuoni, Amelia Chierini, Piero Janesich, Umberto Nordio, Gustavo Pulitzer Finali, Maria Lupieri, Luigi Spacal. Anche fuori Trieste i suoi rapporti si estendono rapidamente: conosce Gio Ponti, Anton Giulio Bragaglia, Fortunato Depero, Enrico Prampolini e gli architetti del gruppo BBPR, inserendosi in un dialogo nazionale ed europeo con le avanguardie. Espone in Italia e all’estero: partecipa alle Triennali di Monza, alla Biennale di Venezia, e ottiene il Grand Prix all’Esposizione Universale di Parigi del 1937. Seguono New York nel 1947 e mostre in numerose città europee e sudamericane.
Collabora con riviste come Domus e lavora anche per arredamenti navali e pubblici. Disegna inoltre i costumi per l’adattamento italiano dell’Opera da tre soldi di Bertolt Brecht, per la regia di Bragaglia.
Parallelamente, negli anni Trenta prende forma la sua attività di scrittrice. Nascono allora testi come il poemetto in prosa Le stagioni, raccolte come Passeggiata armata o le poesie in dialetto triestino, riunite in Fèrmite con mi, che restituiscono con misura e talvolta ironia la sua natura malinconica e l’attenzione per gli emarginati.
Poi arriva la guerra e con essa la frattura: il suo laboratorio non sopravvive al nuovo contesto economico e normativo. Per molti sarebbe la fine. Per lei è una trasformazione. Ancora una volta sceglie di ricominciare e nel 1949 fonda la casa editrice Lo Zibaldone. È una svolta coerente, perché se prima il suo linguaggio era il filo, ora diventa la parola, ma la logica resta sempre quella di unire forma e contenuto, estetica e pensiero. Il suo progetto editoriale mira a restituire un’immagine complessa e autentica di Trieste quale “porta d’Italia aperta all’Europa”. L’accompagnano in questa nuova avventura editoriale figure come Virgilio Giotti, Luciano Budigna e Pier Antonio Quarantotti Gambini, che condividono la sua scelta di pubblicare, oltre ai classici triestini e agli autori contemporanei più noti, giovani scrittori e artisti emergenti, tra i quali: Tullio Kezich, Sergio Miniussi, Ugo Pierri e Claudio Grisancich, insieme ad Arturo Fittke e Vito Timmel. Nascono così libri che sono pensati, curati, quasi costruiti come opere d’arte e che ottengono il riconoscimento di intellettuali come Benedetto Croce e Gaetano Salvemini. Il suo salotto diventa in quegli anni un crocevia di intellettuali e artisti come Marcello Mascherini e un giovanissimo Claudio Magris.
Eppure, accanto a questa vitalità, emerge una dimensione più intima. Nei suoi scritti degli anni Sessanta affiora infatti una voce più raccolta, attraversata da certa malinconia. Il rapporto con la famiglia, la figura del padre, il tempo che scorre diventano materia narrativa. È come se, dopo aver costruito tanto nel mondo esterno, senta il bisogno di interrogare sé stessa.
Negli anni successivi le difficoltà economiche riducono le attività editoriali, ma non la sua tensione creativa. Continua a scrivere, a pensare, a restare fedele alla sua ricerca di verità. Non ammorbidisce gli spigoli del proprio carattere, non cerca approvazione. Ma proprio per questo lascia un segno. Non insegna a seguire una strada già tracciata ma a costruirne una propria, anche quando questo significa rischio, fatica, solitudine. E in quella solitudine che caratterizza gli ultimi anni della sua esistenza Anita muore a Trieste nel 1982, nella città da cui non ha mai voluto separarsi.
Artista, artigiana, imprenditrice, editrice, scrittrice: ogni parola coglie un frammento, ma non il tutto. Forse perché Anita Pittoni non ha mai cercato di appartenere a una categoria: ha preferito attraversarle, metterle in discussione, reinventarle. Anita ha tessuto per tutta la vita. Fili, certo, ma anche relazioni, pensieri, visioni.
E forse il filo più resistente è proprio quello che lega tutte le sue trasformazioni: una fedeltà ostinata a sé stessa, al proprio sguardo, alla propria idea di libertà.
Fonti, risorse bibliografiche, siti su Anita Pittoni
Opere di Anita Pittoni
Le stagioni, Trieste, Edizioni dello Zibaldone, 1951.
El passeto, Trieste, Edizioni dello Zibaldone, 1966.
L’armonica. Zibaldone degli scritti brevi, Trieste, Edizioni dello Zibaldone, 1966.
Passeggiata armata, Trieste, Edizioni dello Zibaldone, 1971.
Diario 1944-1945, a cura di Simone Volpato, Padova-Trieste, Studio Bibliografico Volpato, 2012.
Marilì Cammarata (a cura di), Anita Pittoni, straccetti d’arte: stoffe di arredamento e moda di eccezione, Cinisello Balsamo, Silvana Editoriale, 1999.
Walter Chiereghin (a cura di), Ricordando Anita Pittoni. Atti della giornata di studio, Trieste, Istituto Giuliano di storia, cultura e documentazione, 2013.
Rossella Cuffaro (a cura di), Anita Pittoni. Un’artista tra futurismo, avanguardie e modernità, Fondazione CRTrieste, 2023.
Roberto Curci - Gabriella Ziani, Scrittrici a Trieste fra ’800 e ’900, Trieste, Edizioni Lint, 1993.
Gabriella Norio (a cura di), Penso a te, che sei tutt’uno con la poesia di tuo padre. Lettere inedite di Anita Pittoni e Linuccia Saba (1957-1966), Macerata, Biblohaus, 2020.
Sandra Parmegiani, Far libri. Anita Pittoni e lo Zibaldone, Trieste, Parnaso, 1995.
Scrittori triestini del Novecento, Trieste, Circolo della cultura e delle arti di Trieste, 1968.