Liana Medici Pagnanelli nasce a Copparo (Ferrara) il 10 marzo 1930 da Guido Medici (1906-1976) e Emma Pavani (1908-1976). Primogenita di quattro figli della coppia, Liana fu, per così dire, una figlia d’arte, dato che suoi prozii furono Teofilo (1887-1907) e Francesco Medici (1892-1969), valenti artisti-decoratori di professione; il padre Guido, fotografo con avviata attività commerciale nella detta località della provincia ferrarese, si dedicò a sua volta alla pittura da autodidatta, praticandola con risultati apprezzabili.
La famiglia viveva nella centrale via Dante Alighieri (n. 1), in un’abitazione contigua al negozio-atelier, dove troverà impiego anche la madre di Liana, sia in qualità di assistente del marito che di modella, essendo Emma dotata di un temperamento non secondariamente esuberante, per quanto assoggettato al ruolo di moglie e madre. Osservando i molti scatti fotografici con cui Guido immortala la moglie e i primi anni della figlioletta, parrebbe di poter concludere che l’infanzia della nostra, malgrado la salute cagionevole, si sia svolta in un clima di discreto benessere, di attenzioni e accudimento, oltreché di generale, apparente concordia familiare. Poco è dato conoscere degli anni della scuola, che frequenterà sino alla quinta elementare con profitto (studiare le piaceva molto), quando conseguita la licenza si iscriverà (1941) al cosiddetto avviamento professionale, ma a metà del primo anno il padre la costringerà a desistere dal proseguire gli studi a causa di una malattia infantile (itterizia) che, appunto, l’aveva colpita. Tolta dalla scuola, Liana inizia così a lavorare nel negozio di famiglia, dove negli anni verrà impiegata nel ritocco delle fotografie e nelle diverse attività della bottega, compresa quella della fabbricazione dei bottoni ricoperti di stoffa, anche se sui documenti si dichiara di professione casalinga.
Il 9 agosto 1958 sposa Giuliano Pagnanelli (1923-1992), di professione medico-dentista, di nobili origini (casato Compagnoni Marefoschi di Potenza Picena-Macerata), dal quale avrà due figli, Mario e Anna Silvia, nati rispettivamente nel 1961 e 1966. Indubbiamente è questo per la giovane un passaggio importante dato che avrà modo di uscire dall’opprimente sfera d’influenza paterna, essendo Guido dotato di una personalità forte, a tratti imperiosa; da sempre restio dall’incentivare qualsiasi volontà di emancipazione della figlia, e certo non per via di capacità economiche deficitarie, sarà lui, per esempio, anni dopo, a consigliare Liana di avvalersi del cognome Pagnanelli in luogo di Medici per firmare le proprie opere, come in effetti avverrà. La giovane coppia andrà a vivere in via Mazzini, dove oltre all’abitazione si trovava anche l’ambulatorio di Giuliano: spazi abitativi entro i quali si dipanerà l’intera esistenza della famiglia e dove Liana risiederà sino alla morte, ricavando, dapprima nel tinello e poi in una stanza al piano terra dell’edificio, l’ambiente in cui operare ed esporre le proprie opere. Negli anni diraderà sempre più la vita sociale a causa dell’aggravamento della debilitante malattia che l’aveva colpita attorno agli anni Settanta. Il tran tran domestico, cui la nostra ha sempre concorso da moglie devota e attenta, prevedeva spostamenti in centro Italia per curare gli interessi della famiglia nell’azienda agricola di Offida (Ascoli Piceno) e lunghi soggiorni estivi nella casa di proprietà presso la località balneare della riviera adriatica Lido degli Estensi (Ferrara). Quindi, al netto del viaggio di nozze per le capitali europee, la coppia condusse un’esistenza stanziale, tranquilla e riservata, benché parte di una cerchia di amicizie ampia e distinta dovuta principalmente alla professione e al ruolo sociale del marito, anche se, presto, nella mite ma tenace personalità di Liana affiora il comprensibile desiderio di voler emergere, con un sentire che verrebbe quasi da dire del tutto affine a quanto propalato – in merito alla “signora pittrice” – dai manuali di etichetta ottocenteschi (Nochlin ed. 2014, p. 58). Perciò, sempre più desta e attenta alla proiezione del sé nel detto contesto sociale, la Pagnanelli giunge alla pittura attorno al 1970, quando i figli erano già grandicelli e, parrebbe, grazie al fattivo incoraggiamento dalle amiche d’infanzia, che le regalarono, per un compleanno, il primo occorrente artistico, come in famiglia si tramanda. In seguito sarà determinante il rapporto con le conterranee artiste Giuliana (detta Cicci) Zanella (1941-2020), Edda Donati e Marzia Fordiani.
La precocità con cui Liana inizia a partecipare agli eventi espositivi (dal 1972 ma assiduamente dal 1973-74) induce a credere che la gestazione della volontà creativa fosse iniziata ben prima, visto che risulta difficile credere a una sua totale estraneità rispetto all’operare artistico, almeno per ciò che riguarda la conoscenza dei procedimenti tecnici. Tali conoscenze potevano infatti essere state introiettate, per quanto distrattamente o inconsapevolmente, dalla presenza delle opere e del ricordo dei prozii, dalla visione dell’operare paterno tra le mura domestiche, ma soprattutto essendo stata educata da ragazzina al ritocco delle fotografie dallo stesso genitore. Certo è che negli anni non manca di confrontarsi, anche per via della ripresa di temi e soggetti [Fig. 2], con le opere della propria collezione (quelle dei prozii e, dal 1976, anche del padre nel frattempo deceduto), conservate gelosamente e con sensibilità nella propria abitazione. Con tempi leggermente posticipati (1973 circa) e dopo averla praticata per l’intrattenimento di parenti e amici, Liana giunge anche a una consapevole attività letteraria, dedicandosi prevalentemente alla poesia dialettale, al recupero (e illustrazione) di favole e filastrocche care al folclore locale; ma anche alla raccolta delle ricette della tradizione culinaria della famiglia e dei luoghi nativi, essendo sempre stata valente cuoca e ospite attenta in seno alla convivialità che, in qualità di moglie, era chiamata a predisporre per parenti e amici. Questa attenzione per la salvaguardia e registrazione della memoria orale del territorio copparese, perseguita anche mediante interviste agli anziani del luogo, si estrinseca con un saper fare che, sebbene autocostruito anche per la capacità di redigere i testi con l’ausilio della macchina da scrivere, la porterà presto a divenire animatrice di primo piano del contesto culturale copparese, arrivando a collaborare con le scuole locali e con diversi circoli mossi dagli stessi intenti; per esempio, nel 1982, è tra i soci fondatori di Al Treb dal Tridel: associazione dedicata allo studio e salvaguardia del dialetto locale.
Andranno poi ricordati i sodalizi intellettuali con Alfio Finetti (1933-2018) e Romano Vacchi (?-2011) per la poesia, così come l’amicizia con l’infaticabile Giusberto Pellizzola (1927-2014) e con l’ambiente intellettuale cui, in quegli anni, si deve una grande parte nell’animazione della vita culturale di Copparo. Legge molto e frequenta corsi di formazione per adulti, ma soprattutto già nel 1972 risulta iscritta al Centro Artistico Ferrarese (C.A.F) – polo propulsore di iniziative e attività espositive con epicentro Ferrara – che la farà entrare in contatto con Pepita Spinelli (1911-2019) e con l’ambiente artistico afferente. Nel 1979, con il racconto Mussapipeta, si aggiudica il terzo posto al Primo premio letterario Ragazzi, la cui giuria era composta, tra gli altri, niente meno che da Gianni Rodari e dall’italianista Walter Moretti (1929-2008), già docente nel locale ateneo. La fitta partecipazione a premi e concorsi locali e nazionali – propri di quel mondo di iniziative middlebrow, gare ed esposizioni, mediante cui si perpetra e predispone quel circuito funzionale al mondo degli artisti amatori e dei cultori d’arte in genere – rimane la spia più evidente non solo di un investimento personale e sociale enorme, quanto della volontà di trovare nell’applicazione artistico-letteraria qualcosa che andasse al di là di quanto preordinato da una quotidianità domestica che, per quanto abbiente e condivisa con un compagno sensibile e attento, evidentemente iniziò a starle stretta.
Con lungimiranza e consapevolezza sino agli ultimi anni si dedica alla sistemazione dell’archivio familiare, schedando e archiviando memorie e materiali legati alla partecipazione a mostre ed eventi concorsuali intrapresi negli anni da lei stessa e dal padre; materiali che compongono una geografia di iniziative e partecipazioni enorme, indispensabile per una restituzione documentata sia dello specifico artistico, che di un contesto storico-culturale e socio-antropologico nel quale le attività legate al mondo dell’arte erano sentite quale strumento di promozione sociale, ma soprattutto indispensabile strumento di socialità. In altre parole, la sua ricerca artistica esprime al sommo un dilettantismo inteso nell’alto, sei-settecentesco (Mattida 2016), senso del termine e non certo in senso dispregiativo, tipico della provincia italiana di quegli anni, ovvero di un mondo figlio dell’onda lunga del boom economico e dell’istruzione di massa che vedeva nelle manifestazioni artistiche un veicolo di socialità e di elezione pubblica, proprio perché arte e società erano specchio l’una dell’altra.
L’olio sarà la tecnica prediletta, che utilizzerà su ogni supporto (faesite, tela e compensato), insieme alla “grana esplosa” (una sorta di gouache a base di fondi di caffè; [Fig. 3]): tecnica la cui ricetta “segreta” eredita dal padre, che molto la utilizzò e che sosteneva di averla messa a punto personalmente. Frutto di un processo acritico e astorico, le sue opere saggiano frontiere diverse della figuratività, forse non ultimo per cercare di colmare la formazione sistematica mancata, e in questo senso dovrà essere capita la poca propensione per la figura umana, al netto di più che di qualche tentativo [Fig. 4, 5].
Il suo percorso, seppure con parentesi di più aggiornata ricerca in senso modernista (si veda L’uccellino del 1984; [Fig. 6]) e non senza picchi dal sapore metafisico (Autoritratto del 1980; Fig. 7), si assesta, prevalentemente, attorno a una ricerca figurativa forgiata su formule di sorvegliato naturalismo di stampo impressionista, indagando soprattutto i generi del paesaggio e della natura morta [Fig. 8, 9, 10], come anche non aveva mancato di rimarcare la fidata amica Cicci Zanella (Lettera del 3 ottobre 2002 alla figlia Anna Silvia; Guerzi 2025, p. 49 fig. 41); generi tipici dell’operare femminile (da Giovanna Garzoni in poi) che, nel caso specifico, vengono declinati attraverso gli oggetti prossimi e mediante uno sguardo che trova nell’ambiente padano, del Po e della campagna ferrarese la principale fonte d’ispirazione. La Pagnanelli, attraverso la parola e l’immagine, sa condensare ritratti nostalgici di un mondo che fu e che non si vuole lasciare andare, nel quale le piccole cose rappresentano il baluardo di un universo tangibile e conosciuto, mosso da sentimenti autentici.
Nel 1992, forse anche conseguentemente alla perdita del marito, la malattia grave e debilitante che anni addietro l’aveva colpita si aggrava, ma Liana con la solita acribia continuerà a dipingere sino agli ultimi mesi di vita (morirà all’ospedale Sant’Anna di Ferrara l’1 novembre). Nel 2000 il Comune di Copparo le dedica la prima retrospettiva dopo la morte (Ricci et. All., 2000), mentre nel 2005 le viene intitolata una via nello stesso paese natale. Suoi versi continuano, negli anni, a essere pubblicati in antologie di poesia dialettale locale (Nascosi 2003; 2005; Ricci 2013) e, a venticinque anni dall’ultima mostra, lo stesso Comune di Copparo la ricorda con un’esposizione antologica (Guerzi 2025).
Fig. 1. Liana Medici Pagnanelli, 10 marzo 1968, Positivo a colori su carta, Archivio famiglia Pagnanelli.
Fig. 2. Liana Medici Pagnanelli, L’alluvione (da La rotta del Po a Guarda Veneta di Francesco Medici, 1952), Olio su faesite, 35x50 cm, Collezione privata.
Fig. 3. Liana Medici Pagnanelli, Il macero, 1977, Acquerello e “grana esplosa” su carta, 400x500mm, Collezione privata.
Fig. 4. Liana Medici Pagnanelli, Allo specchio, 1985, olio su faesite, 17x204 cm, Collezione privata.
Fig. 5. Liana Medici Pagnanelli, Le mondine 1982, Olio su faesite. 45x65 cm, Collezione privata.
Fig. 6. Liana Medici Pagnanelli, L’uccellino, 1983, Olio su faesite, 50x35 cm, Collezione privata.
Fig. 7. Liana Medici Pagnanelli, Autoritratto, 1980. Olio su faesite, 32x50 cm, Collezione privata.
Fig. 8. Liana Medici Pagnanelli, Logonovo, Olio su faesite, 33x82, Copparo, Collezione del Comune.
Fig. 9. Liana Medici Pagnanelli, Paesaggio, 1986, Olio su faesite, 25x40 cm, Collezione privata.
Fig. 10. Liana Medici Pagnanelli, Natura morta, 1992, Olio su compensato, 10x9 cm, Collezione privata.
C. Guerzi, Liana Medici Pagnanelli (1930-1992). Mostra Antologica. Comune di Copparo (Galleria Civica A. Costa, 8-30 marzo 2025), Baraldini editore, Massa Finalese 2025. E. Mattioda, Per una definizione storica di ‘dilettante’ (1660-1800), in “Giornale storico della letteratura italiana”, vol. CXCIII, anno CXXXIII, Fasc. 463 (3o trimestre 2016), pp. 354-406.
M.C. Nascosi, Antologia dialettale copparese, Carife, Ferrara 2003.
M.C. Nascosi, Breve viaggio lirico visivo attraverso parole e immagini di Donna, in “Ferrara. Voci di una Città”, 22, 2005, pp. 49-54.
L. Nochlin, Perché non ci sono state grandi artiste?, Introduzione a cura di M.A. Trasforini, traduzione a cura di J. Perna, Castelvecchi, Roma 2014.
B. Ricci et. All. (a cura di), Liana medici Pagnanelli. La speranza di vedere un mondo nuovo. Testimonianze di un’artista tra arte figurativa e poesia, catalogo della mostra (Copparo, 22 settembre-8ottobre 2000), Associazione Pro Loco-Comune di Copparo, Italgraf, Padova 2000.
B. Ricci, Altre storie copparesi, Tipografia Bruno Perini, Rovigo 2013, pp. 75-87.
Voce pubblicata nel: 2024
Ultimo aggiornamento: 2026