La storia di Maria Teresa Parpagliolo, pioniera in Italia dell’architettura del paesaggio e di garden design, ha ricevuto scarsa attenzione a livello nazionale; al contrario la sua attività di teorica e sperimentatrice del progetto del paesaggio ha trovato su scala internazionale internazionale ‒ soprattutto nel mondo anglosassone ‒ i giusti riconoscimenti. Solo da qualche anno sono state avviate anche in Italia ricerche più approfondite capaci di ricostruire le sue vicende umane e professionali e di tracciare percorsi di indagine e riflessione critica sui suoi contributi teorici e pratici.

Nata a Roma nel 1903, Maria Teresa Parpagliolo ebbe la fortuna di nascere in una famiglia disposta a investire nella formazione culturale sua e delle sue sorelle, Clara e Ida, la prima storica dell’arte, la seconda musicista, compositrice e direttrice d’orchestra. Poliglotta (parlava perfettamente inglese, francese e tedesco), nel 1922 Maria Teresa cominciò a seguire i corsi di Archeologia presso la facoltà di lettere dell’Università degli Studi La Sapienza di Roma; ben presto però deviò il percorso verso l’architettura del paesaggio. È probabile che l’idea di orientare, in autonomia e come autodidatta, le proprie ricerche in questo campo, in cui mancavano corsi accademici specifici, sia stata ispirata dall’attività del padre Luigi, dirigente della Pubblica Amministrazione e tra i principali promotori di norme a difesa dei beni paesaggistici, in particolare la legge n. 778 del 1922 Per la tutela delle bellezze naturali e degli immobili di particolare interesse storico e la legge n. 1497, varata nel ’39, sulla Protezione delle bellezze naturali.


Non è una cosa facile, pensavo, il creare con arte un giardino. Sono necessari tre elementi: studio, intuizione soprattutto amore. Studio, perché non si crea nessuna cosa bella senza pensiero; intuizione perché è indispensabile saper definire immediatamente il carattere che più si addice alla posizione, alla grandezza, allo scopo del giardino; e amore perché il giardino è cosa viva, parte della nostra esistenza che bisogna curare e custodire senza stancarsi
scriveva Parpagliolo nel 1930 in un articolo apparso sulla rivista Domus, fondata dall’architetto Gio Ponti nel ‘28.
Durante la collaborazione con Domus, cominciata proprio nel ‘30 e proseguita fino al ’38, le furono affidate una rubrica fissa dal titolo Giardino fiorito e un cospicuo numero di articoli; se a questa produzione teorica si aggiungono quelle per le riviste internazionali Landscape and Garden e Journal of the Institute of Landscape Architects e la stesura di altri testi, si arriva a oltre 130 scritti, corredati di disegni e progetti. Una mole considerevole di contributi teorici che, per un’autodidatta priva di titoli specifici, misura l’apprezzamento dei suoi contemporanei e degli addetti ai lavori.

L’assenza di corsi di progettazione del paesaggio, che portò la giovane Parpagliolo a studiare e formarsi da sola, la spinse nel corso della carriera a sostenere con vigore la necessità di creare anche in Italia percorsi formativi e corsi di laurea specifici, in cui riunire in maniera interagente le conoscenze tecniche proprie dell’architettura, delle costruzioni e dell’urbanistica con altre discipline, apparentemente distanti, come la botanica, lo studio delle comunità vegetali, l’idrogeologia, le scienze della Terra e quelle della gestione, coltivazione e conservazione di boschi e foreste in modo da formare professionisti completi: «Suolo, vegetazione, clima, aria, luce formano un’unica espressione che […] deve essere studiata subito, insieme con gli altri problemi costruttivi per creare l’edificio nel suo complesso».
Parpagliolo riteneva che tra essere umani e ambiente dovesse mantenersi «una relazione equilibrata» e che il compito dovesse essere assunto da figure specializzate «che hanno fatto della natura delle formazioni vegetative e dello studio dei processi naturali lo scopo della propria vita»; a loro spettava l’incarico di progettare il paesaggio, elemento centrale nella definizione del rapporto tra esseri umani e ambiente.


Lo sviluppo delle zone libere e verdi, in relazione con le zone abitate, è quello che crea veramente la città […] siano piazze messe a giardino per il beneficio dei piccoli, o ampli viali ombrosi dove piste per cavalli o biciclette sono ben distinte dal traffico rapido degli automezzi, o prati luminosi per ore di riposo al sole, ritrovi all’aperto con ristoranti o semplici latterie per fanciulli, o scacchiere degli orti operai, o piscine all’ombra dei grandi alberi nei parchi pubblici
scrisse ancora per Domus nel ’37, dando prova di possedere una visione anticipatrice della dimensione urbana e di saper affrontare temi ancora oggi attuali e dibattuti.

Contemporaneamente alla produzione teorica su Domus, tra il 1931-1932 si trasferì per alcuni mesi in Gran Bretagna per studiare la progettazione di giardini e spazi aperti e collaborare con lo studio del progettista di giardini Percy Stephen Cane. Rientrata in Italia, tra il ’32 e il ’37 tenne corsi nella Scuola Professionale Giardinieri del Governatorato di Roma e dal 1938 al 1941 lavorò nel Servizio Parchi e Giardini dell’Esposizione Universale del 1942, manifestazione che non vedrà la luce per lo scoppio della Seconda guerra mondiale. Alla fine del conflitto, nel 1945, firmò con l’architetta Elena Luzzatto il progetto per il Cimitero militare francese di Monte Mario a Roma.

Nel ’46, dopo il matrimonio con l'ufficiale inglese Ronald Shephard, si trasferì in Gran Bretagna. Si associò allo studio del paesaggista F.H. Clark e realizzò, tra le altre esperienze, il parco costiero di Mablethorpe and Sutton on Sea nel Lincolnshire, insieme alla progettista Sylvia Crowe, e il Giardino del Regatta Restaurant nell’ambito del Festival of Britain, esposizione inaugurata a Londra nel 1951 per celebrare il design, l’arte, le scienze e la tecnologia britanniche all’indomani del Secondo conflitto mondiale.

Lo stretto legame che Parpagliolo individuava tra ricerca teorica e pratica progettuale la portò, nel corso dell’intera carriera professionale, a dedicarsi a una quarantina di progetti tra aree verdi pubbliche e giardini privati. Il rapporto con l’Italia, con Roma in particolare, ricominciò in maniera più stabile nel 1952 attraverso la collaborazione con la Società generale Immobiliare (SGI). Portano la sua firma gli spazi verdi ideati per i comprensori residenziali di Vigna Clara, Due Pini, Prato della Signora, Balduina, Belsito, Villa Lontana, Valle Aurelia, Horti Flaviani, Villa Nomentana, via della Camilluccia e i quartieri di Casal Palocco e dell’Olgiata; sempre nella capitale firmò il progetto del parco che circonda l’Hotel Cavalieri Hilton a Monte Mario e quello per le aree verdi e il suo patio interno del palazzo della RAI in viale Mazzini.

Lo sguardo cosmopolita di Parpagliolo, tenuto sempre vivo con lavori in altri Paesi, frequenti viaggi all’estero e la partecipazione a convegni ed eventi internazionali, la guidò, tra il 1970 e il 1971, nella sua ultima fatica di progettista, il restauro del giardino di Bagh-e Babur a Kabul per conto dell’Istituti Italiano per il Medio ed Estremo Oriente. Per questo progetto studiò la storia dei giardini afgani, della tradizione persiana e dei giardini islamici con la loro organizzazione di canali, vasche, piscine, cascate capaci di garantire il rifornimento idrico ed evitare sprechi d’acqua; volle utilizzare e applicare le proprie pluriennali e approfondite conoscenze sullo sfruttamento favorevole dei terreni in base all’esposizione, al dislivello e alle pendenze e recuperare, ricercandole, specie arboree e floreali tipiche della regione.

Maria Teresa Parpagliolo morì a Roma nel 1974.

Fonti, risorse bibliografiche, siti su Maria Teresa Parpagliolo

Cristina Imbroglini, Non è cosa facile creare con arte un giardino. Maria Teresa parpagliolo (1903-1974), Quodlibet, Macerata 2024.

Lucia KrasovecLucas, Maria Teresa Parpagliolo Shephard (1903-1974). Progettare secondo natura, Roma, Aracne 2023.

Sonja Dümpelmann, Maria Teresa Parpagliolo, in Vincenzo Cazzato (a cura di), Atlante del giardino italiano. Dizionario biografico di architetti, giardinieri, botanici, committenti, letterati e altri protagonisti. Italia Centrale e Meridionale, Roma, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, 2009, pp. 789-791.

Sonja Dümpelmann, Maria Teresa Parpagliolo Shephard (1903-1974): pioniera di una nuova cultura del giardino tra tradizione e modernità, in Torsanlorenzo Informa, anno 7, n. 8, Roma, Consorzio verde Torsanlorenzo, agosto 2005, pp. 24 e 25. Disponibile online a questo link.


Voce pubblicata nel: 2026