Un paradigma risorgimentale.
Giulia Molino Colombini (1812-1879) fu poeta e pedagogista, e prese parte, a Torino, a quel movimento capillare di intellettuali e patrioti borghesi e aristocratici in massima parte, molti dei quali donne, che si mobilitarono in tutt’Italia per una causa comune. Come altre poete e letterate, come Caterina Franceschi Ferrucci, Luisa Amalia Paladini, Erminia Fuà Fusinato, Giuseppina Guacci Nobile, visse l’impegno patriottico come strumento di legittimazione dell’evasione dalle pareti domestiche. Nel proprio itinerario ha incrociato molti nomi importanti dell’epoca, da Tommaseo a Gioberti, da Silvio Pellico a Manzoni. Dopo l’unificazione dell’Italia, con l’insorgere di nuove problematiche politiche e sociali, molte e molti attiviste e protagonisti della mobilitazione furono dimenticati e ciò valse anche per la nostra Autrice, il cui profilo intellettuale e ideologico rimase calato profondamente nella realtà risorgimentale, fermo su posizioni moderate, in linea con il pensiero cattolico-liberale.
Giulia oscilla tra l’attenzione alle donne (insieme oggetto e destinatarie della sua produzione teorica, letteraria e pedagogica) e il rispetto dell’ordine sociale vigente, e rifiuta la prospettiva emancipazionista che in altre aree del mondo e aveva già prodotto clamorose prese di posizione e si farà strada in Italia nelle generazioni successive (per citare solo due esempi, Sibilla Aleramo in letteratura e Anna Maria Mozzoni nell’analisi sociale). I giudizi critici dei suoi contemporanei, sintetizzati nell’epiteto giobertiano di “Alfieri-donna”1 ci consegnano il ritratto di una donna virtuosa, a dir poco esemplare, un vero e proprio paradigma femminile dell’epoca: durante il periodo preunitario poeta patriottica fervente sostenitrice dei Savoia; personalità di notevole rilievo nell’ambito del movimento pedagogico torinese degli anni tra il ‘50 e il ‘70 e solerte promotrice a livello teorico e pratico dell’istruzione femminile, con numerosi incarichi ricoperti nel contesto dell'affermazione dell’obbligo scolastico nella scuola primaria. Fu conferenziera attiva e richiesta, ma sempre discreta e attenta a non imporre in modo “sconveniente” la propria presenza in un consesso di uomini illustri; madre amorosa, solerte massaia e credente sorretta da una fede incrollabile.
L’immagine, nelle sue linee essenziali, combacia perfettamente con quanto la scrittrice si sforzò di realizzare nel corso della sua esistenza, sia attraverso l’esempio personale, sia attraverso la costruzione, soprattutto negli scritti pedagogici, di un monolitico modello femminile volto a guidare le fanciulle a un “corretto” uso della ragione (o meglio, della ragionevolezza) che garantisse loro il posto giusto nell’ “armonia del mondo”. Le uniche crepe in questa rassicurante rappresentazione si intravedono nelle righe dedicate alla consapevolezza della rinuncia, come risulta evidente in una sua riflessione nell’ambito di un dibattito sulla questione dell’emancipazione femminile:
La donna deve valersi della sua ragione per intendere qual è il posto suo nell’armonia del mondo, e adattarsi volonterosa, guardandosi dal non risvegliare in sè desideri che non conseguirebbe senza gravi difficoltà ed accrescimento di sciagura nella società.2
Dai domestici dolori all’altare della patria.3
La giovane Giulia, cresciuta a Torino in un’agiata famiglia borghese, si distingue presto per inclinazione agli studi e alla composizione poetica, incoraggiata da uno zio materno; suoi modelli di riferimento da un lato Vittorio Alfieri, per l’ardore patriottico e l’amore per la lingua italiana (in aperta polemica con il predominio del francese nella cultura dell’epoca), dall’altro una donna, la poetessa Diodata Saluzzo, che la Colombini ammirò particolarmente per i versi dedicati alle glorie delle grandi città italiane.
La genesi della sua identità di poeta avvenne in stretta connessione con la sua biografia: la vedovanza precoce, all’età di soli ventidue anni, in attesa di un figlio, se da un lato costituì un terribile trauma, dall’altro, in prospettiva, le garantì da allora in poi una libertà di azione che senz’altro non avrebbe in circostanze normali ricercato, dati i suoi rigidi principi sulla posizione della donna nella famiglia e nella società. La dedizione alla poesia nell’amata villa di Miradolo (piccolo borgo nella campagna pinerolese), in cui aveva trascorso con il marito lunghi periodi immersa nel silenzio e nella natura e che le fornirà ispirazione anche per comporre, molti anni dopo, un breve romanzo storico intitolato La Castellania di Miradolo (1871), venne da lei vissuta come sollievo al dolore per il lutto vedovile e la fece approdare alla composizione della sua prima raccolta, pubblicata nel 1839 con il titolo Saggi lirici di una Torinese, che le fruttò numerosi riconoscimenti (tra i quali ad esempio l’ammissione a diverse accademie del tempo, come quella di Fossano e l’Arcadia di Roma). La raccolta era costituita da una serie di liriche in memoria del marito defunto, che offrivano un adeguato pretesto alla scrittura, come si nota nell’Introduzione:
La Provvidenza che mi volle in fresca età vedovata d’un caro sposo destò in me a sollievo della tristezza l’amore dei versi. Ne scrissi di quando in quando per trovare un’eco a’ miei lamenti nella solitudine, anziché per occupare la società di essi o di me stessa.4
Il successo incontrato da questa prima prova poetica le offrì la possibilità di accedere con piena dignità a una dimensione pubblica, che si espresse da un lato con la partecipazione ai salotti letterari e patriottici del tempo e dall’altro con la conoscenza di illustri intellettuali, con alcuni dei quali intrattenne una fitta corrispondenza: Vincenzo Gioberti, Silvio Pellico, Agata Sofia Sassernò, Caterina Franceschi Ferrucci e molti altri che condivisero con lei l’amore per la poesia, la patria e la pedagogia.
La sua partecipazione alla realizzazione degli ideali risorgimentali si tradusse sia con la militanza sul campo (ad esempio, nel 1848, i numerosi appelli rivolti alle donne affinché offrissero il loro contributo), sia con la produzione poetica. I versi d’ispirazione civile sono improntati a un’esaltazione della storia delle glorie passate dell’Italia poste in contrasto con la decadenza del presente; in essi il patriottismo si manifesta per lo più come promozione del consenso intorno alla monarchia sabauda e al suo ruolo-guida nel processo di unificazione, secondo i dettami giobertiani. La peculiarità dei suoi versi risiede nel fatto che, pur nel consueto adeguamento a modelli comunemente diffusi all’epoca, la poeta concepì un progetto unitario (purtroppo mai completato), in cui le vicende storiche delle città italiane avrebbero dovuto rappresentare per un pubblico femminile elemento di istruzione e di sensibilizzazione. Partendo dal modello già citato di Diodata Saluzzo, che aveva dedicato una canzone alla città di Genova, l’Autrice delineò una struttura in cui le liriche dedicate a varie città italiane (a partire, naturalmente, da Torino) venivano precedute da Cenni storici, con l’intento di chiarire gli episodi ivi rievocati.
Se nella mia prima giovinezza non avessi esperimentato quanta piccola suppellettile di storia provvedesse l’educazione di allora a noi donne (per cui specialmente io scrivo) certo non premetterei a queste canzoni italiche alcuni cenni intorno ai fatti a cui in esse si allude.5
Ma ormai cessata è l’ora del canto.
Dopo lo spartiacque rappresentato dalle rivoluzioni del ‘48, la Colombini maturò la convinzione che si fosse esaurita la spinta propulsiva espressa nella poesia, che ora lasciava spazio alla necessità di passare alla azione concreta, attraverso un contributo teorico e pratico alla formazione della coscienza nazionale: dagli anni Cinquanta fino alla fine della sua esistenza si dedicherà pertanto a un’ininterrotta attività nel campo della pedagogia e della collaborazione alle iniziative pubbliche e private che si andavano moltiplicando per la diffusione dell’istruzione e che portarono all’approvazione di importanti leggi sull’obbligo nella scuola primaria, quali la legge Boncompagni nel ‘48 e la legge Casati nel ‘59. Ma il suo più importante lascito, il motivo principale per cui lascerà traccia di sé, è rappresentato dall’elaborazione del trattato Sull’educazione della donna, pubblicato per la prima volta nel 1851 e ampliato nelle due edizioni successive, rispettivamente del 1860 e del 1869; a livello teorico fu improntato nei suoi principi generali allo spiritualismo cristiano di matrice rosminiana, ma anche influenzato, soprattutto nelle riflessioni sulla psicologia infantile, dal pensiero della pedagogista ginevrina Albertina Necker de Saussure. Per l’attenzione rivolta specificamente alle fanciulle, quest’opera si situava in continuità con gli scritti di Caterina Franceschi Ferrucci, nonché di altri teorici che già prima di lei avevano affrontato il problema dell’istruzione femminile. Pur nell’estrema prudenza dell’approccio generale, attento a non concedere spazio a una dimensione di emancipazione e di eccessiva autonomia per le donne istruite, la visione pedagogica presentava numerosi elementi di novità, come ad esempio il rifiuto dell’autoritarismo da parte dell’insegnante, la sostituzione di uno studio puramente mnemonico della grammatica con il contatto diretto con i testi, o l’importanza del metodo di studio. Il programma di studi è fortemente influenzato dai principi romantici e privilegia lo studio della storia (concepita manzonianamente come manifestazione di un ordine provvidenziale), della filosofia e della letteratura rispetto alle altre discipline.
L’ultimo aspetto da ricordare nell’ambito di questa fase della sua attività è la collaborazione con “L’Istitutore”, importante rivista pedagogica torinese dell’età risorgimentale, attivo negli anni tra il ‘49 e il ‘94, che vantò tra le firme più illustri Carlo Boncompagni, Giovanni Lanza, Domenico Berti e Niccolò Tommaseo. Oltre a partecipare al dibattito in materia di educazione, la Colombini vi pubblicò anche commedie e racconti per fanciulle. Ed è proprio attraverso questa conclusione del suo percorso che riconduciamo la nostra Autrice nell’amata villa di Miradolo, dove l’amore per l’educazione e la scuola ha sventato il rischio all’oblio di questa donna così integrata in un mondo ormai trascorso. La sua casa infatti è diventata una Scuola dell’Infanzia tuttora funzionante; una dimora, come lei, tipicamente ottocentesca, rinata a nuova vita grazie all’odierna destinazione, la migliore per rendere a lei il nostro ringraziamento ed esprimere la nostra fiducia nell'istituzione scolastica che, allora come oggi, può serbare la speranza del nostro futuro.
Note
1 B. CARANTI,
Alcuni bozzetti letterari. Giulia Molino Colombini, Firenze e Genova, 1865, p. 12.
2 G. MOLINO COLOMBINI,
Risposta all’articolo della signora D’Héricourt (di Parigi), in “L’Istitutore”, IV (1856), pp. 88-89.
3 Cfr. C. CORRADINI,
Della vita e delle opere di G. M. C., Torino, 1879, p. 13.
4 G. MOLINO COLOMBINI,
Saggi lirici di una torinese, Torino, 1839, p. 3.
5 In A. M. CARENA,
Giulia Molino Colombini, Torino, 1962, p.32.
Fonti, risorse bibliografiche, siti su Giulia Molino Colombini
B. CARANTI, Alcuni bozzetti letterari. Giulia Molino Colombini, Firenze e Genova, 1865
G. SANSON, Il Risorgimento italiano e la poesia patriottica femminile, in “Rassegna nazionale”, maggio-giugno 1913
A. M. CARENA, Giulia Molino Colombini, Torino, 1962.
E. R. GROSSO, Per “l’armonia del mondo": Giulia Molino Colombini, in Il “genio muliebre”. Percorsi di donne intellettuali tra Settecento e Novecento in Piemonte, a cura di Marco Cerruti, Alessandria, 1990.
E. R. GROSSO, Tra Miradolo e l’Italia: Giulia Molino Colombini (1812-1879), in Protagoniste dimenticate. Le donne nel Risorgimento piemontese, Torino, 2011